- La capacità di fuoco dipende dall’Occidente e Mosca surclassa Kiev per soldati sul campo. Il presidente ha rinviato le urne ma il mandato finirà a maggio: la sua guida scricchiola e lui continua a rimuovere ufficiali.
- Secondo un’inchiesta giornalistica, dietro la «malattia» che ha colpito i diplomatici ci sarebbero 007 del Cremlino. Ancora missili dello zar sulle infrastrutture energetiche.
Lo speciale contiene due articoli.
La guerra in Ucraina è di fronte ad un bivio. Soprattutto lo è il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che ogni mese che passa appare sempre più indebolito. L’andamento della guerra per Kiev dipende quasi esclusivamente dall’apporto militare che fornisce l’Occidente e in questi mesi di magra si sono visti i risultati sul campo, con la Russia che ha conquistato in circa cinque mesi più di 500 chilometri quadrati di terreno. Il nodo cruciale per Zelensky è rappresentato dagli aiuti statunitensi: un pacchetto da 60 miliardi di dollari bloccato al Congresso ormai da mesi. Nodo che potrebbe sciogliersi, secondo lo speaker Mike Johnson, al ritorno del Congresso dalle vacanze di Pasqua. Inoltre il presidente della Commissione intelligence della Camera americana, Mike Turner, ha dichiarato che Washington è vicina a dare il via libera alla fornitura di missili balistici a lunga gittata Atacms all’Ucraina.
Questo dimostra, però, ancora una volta che Zelensky vive nell’attesa e nella frustrazione di non poter condurre la guerra come vorrebbe per mancanza di possibilità. Non solo perché, nonostante il cambio al vertice dell’esercito effettuato solo poche settimane fa (Zelensky ha sostituito l’8 febbraio il popolare comandante in capo delle forze armate Valerij Zaluznyj con il generale Oleksandr Syrsky), continuano le epurazioni del presidente ucraino. Negli ultimi giorni sono stati licenziati altri due membri dell’ufficio presidenziale e quattro consiglieri con l’obiettivo dichiarato di rendere il Paese «più efficiente». L’idea è «riavviare le nostre istituzioni statali: questa settimana sono stati apportati diversi cambiamenti e ci sono ancora altre decisioni in preparazione»: così Zelensky che sabato 30 marzo ha licenziato anche il suo consigliere principale, Serhiy Shefir, che ricopriva l’incarico dal 2019. Al suo posto, è stato nominato il capo dei servizi segreti Oleksandr Lytvynenko, responsabile dei successi contro la flotta russa nel Mar Nero.
Kiev sposta le pedine dei suoi vertici ma i problemi restano. Oltre a quello degli aiuti e delle munizioni, persiste quello del personale militare. I reparti sono a corto di uomini e la legge per reclutare nuove leve è ferma da ottobre. Fu la scintilla che decise la fine del dialogo tra Zelensky e Zaluznyj. Il primo era contro un nuovo reclutamento, mentre l’ex comandante ribadiva che fosse necessario. Tutto questo avviene in un quadro di grande instabilità politica perché il presidente ucraino si avvicina alla fine del suo mandato.
Le elezioni presidenziali in Ucraina avrebbero dovuto svolgersi il 31 marzo 2024, ma sono state annullate. Lo stesso Zelensky ha affermato che per le elezioni ora «non è il momento giusto». La legge marziale in Ucraina non prevede che si possano tenere elezioni e quindi il posto da presidente formalmente è al sicuro, ma Mosca intende far leva su questo sfruttando l’attuale debolezza del governo.
Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha detto che «Il Cremlino analizzerà la situazione in relazione alla scadenza del mandato presidenziale di Volodymyr Zelensky a maggio e valuterà che posizione prendere».
Mentre Zelensky soffre la mancanza di uomini al fronte, il presidente russo Vladimir Putin firma un decreto di arruolamento per 147.000 nuovi militari per il periodo che va da aprile a luglio. Il provvedimento, scrive l’agenzia Tass, riguarda tutti i cittadini della Federazione russa fra i 18 e i 30 anni che non sono nella riserva e che sono soggetti alla leva militare. Secondo dati ufficiali, in autunno erano stati arruolati per un anno in 130.000.
Numeri con cui sembra impossibile competere. Secondo l’intelligence britannica, l’esercito russo recluta circa 30.000 nuovi soldati ogni mese per la guerra in Ucraina e si tratta di un «significativo vantaggio quantitativo nel conflitto, superando l’Ucraina per munizioni e attrezzature». Questi numeri, infatti, permettono a Mosca di andare avanti con quella che loro definiscono «operazione militare speciale» assorbendo le perdite e portando avanti attacchi che hanno l’obiettivo di logorare le forze ucraine.
Insomma, se da un lato Zelensky soffre, Putin ha davanti a sé una strada spianata. L’Occidente latita e i suoi leader straparlano senza stabilire una linea comune. Più il tempo passa e più lo zar acquisisce forza. Sul fronte esterno Mosca è oggettivamente in vantaggio e ha un leader che per quanto sia considerato un autocrate e per quanto il plebiscito che lo ha rieletto sia internazionalmente ritenuto falsato, gode oggi di una posizione solida.
Sul fronte interno, per assurdo, anche l’attentato di Mosca lo ha rafforzato: i russi hanno smesso di concentrarsi sugli oppositori, sulla morte di Alexei Navalny e si sono stretti in un abbraccio di cordoglio. In quei momenti ha fatto il giro della Russia l’immagine dallo stesso Putin che accendeva un cero in ricordo delle vittime. Risultato dell’imponente macchina della propaganda capace di trasformare in forza anche un estremo momento di debolezza.
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