Con l’avvicinarsi delle primarie presidenziali repubblicane, che inizieranno il 15 gennaio, aumentano le incognite sul futuro politico di Donald Trump. A prima vista, l’altro ieri è arrivata una buona notizia per l’ex presidente. La Corte suprema del Michigan ha respinto un ricorso contro la sua candidatura: un ricorso che era stato presentato sulla base della clausola del Quattordicesimo emendamento, in virtù di cui non possono ricoprire incarichi pubblici coloro che abbiano preso parte ad attività sediziose. In particolare, i giudici del Michigan hanno de facto stabilito che l’ex presidente è candidabile in sede di primarie ma hanno lasciato aperta la porta alla possibilità di nuovi ricorsi per quanto riguarda la general election. Una sentenza simile era stata emessa a novembre dalla Corte suprema del Minnesota.
Ora, a prima vista, sembrerebbe una vittoria per Trump. Queste due sentenze potrebbero infatti spingere la Corte suprema degli Stati Uniti a cassare quanto recentemente stabilito dalla Corte del Colorado che, accusando Trump di golpismo in riferimento all’irruzione in Campidoglio del 6 gennaio, ha impedito all’ex presidente di concorrere alle primarie di questo Stato. Tuttavia attenzione: la buona notizia per Trump ci sarebbe solo se la Corte suprema degli Stati Uniti ammettesse la candidabilità dell’ex presidente in senso assoluto. Se invece si pronunciasse in linea con le sentenze di Michigan e Minnesota, la situazione potrebbe essere per lui più problematica.
Per ora, il vantaggio di Trump alle primarie non sembra ribaltabile. Secondo la media sondaggistica di Real clear politics, l’ex presidente sopravanza i rivali del 51% a livello nazionale, del 33% in Iowa, del 22% in New Hampshire, del 52% in Nevada, del 30% in South Carolina e del 48% in Michigan. Con questi numeri, l’ex inquilino della Casa Bianca potrebbe blindare matematicamente la nomination già a metà marzo. Ed ecco il problema: che cosa accadrebbe se Trump subisse l’interdizione dopo aver blindato matematicamente la nomination? «Se la Corte Suprema dovesse confermare l’interdizione (nella fase tra elezione e insediamento, ndr) – cosa improbabile -, il vicepresidente diventerebbe presidente», ha detto ieri alla Verità il noto avvocato Alan Dershowitz, che difese Trump durante il primo impeachment nel 2020. Alla domanda se, invece, in caso di interdizione a nomination blindata, lo status di candidato passerebbe direttamente al running mate di Trump, Dershowitz ha risposto: «Dipenderebbe dal partito. Se ci fosse tempo, potrebbe nominare qualcun altro. Sarebbe il caos».
Ora, è abbastanza probabile che la sentenza del Colorado sarà cassata. Al di là delle decisioni di Michigan e Minnesota, si scorgono ulteriori problemi. I giudici del Colorado hanno interdetto l’ex presidente, accusandolo di attività sediziose in occasione del 6 gennaio. Tuttavia Trump non è stato né condannato né incriminato per golpismo: il procuratore speciale, Jack Smith, non lo ha infatti accusato di nessuno dei reati che, secondo il codice americano, identificano il golpe, vale a dire «insurrezione» e «seditious conspiracy». Infine, secondo vari giuristi, l’applicazione della clausola del Quattordicesimo emendamento non sarebbe automatica ma esigerebbe una legge approvata dal Congresso. Insomma, non è affatto improbabile che la sentenza del Colorado venga ribaltata.
Il punto è semmai come eventualmente la Corte suprema degli Stati Uniti la casserebbe. Se dovesse dare il via libera alla candidatura di Trump solo in sede di primarie, come avviene nelle sentenze di Michigan e Minnesota, l’ex presidente si troverebbe sotto una spada di Damocle. Lo stesso Partito repubblicano rischierebbe di ritrovarsi prima o poi con un candidato ineleggibile senza avere il tempo di selezionare qualcun altro. È chiaro che, come emerso dalle parole di Dershowitz, le attenzioni si concentrerebbero allora sul suo running mate.
Non è escludibile che l’ex presidente possa scegliere come candidata vice Nikki Haley la quale, oltre a lui stesso, sembra la contendente più solida al momento: una tale mossa federerebbe le varie anime del partito e sarebbe letta come un’apertura a quegli apparati governativi che proprio con Trump non sono mai andati troppo d’accordo. Le idee proattive in politica estera dell’ex ambasciatrice all’Onu sono infatti particolarmente gradite alla burocrazia del Pentagono e del Dipartimento di Stato. Inoltre, come detto, la Haley sembra per ora la più forte tra i rivali dell’ex presidente, nonostante sia nettamente indietro a lui nei principali Stati e nonostante sia finita di recente al centro delle polemiche dopo che, durante un evento elettorale, non ha menzionato la schiavitù tra le cause scatenanti della Guerra di Secessione. Attenzione però: che cosa accadrebbe se Trump fosse interdetto dalla general Election dopo aver vinto la nomination ma prima di aver scelto un running mate?
Il Gop potrebbe decidere di mantenere Trump come candidato e andare allo scontro politico-istituzionale. Oppure, il comitato del Partito repubblicano potrebbe cambiare le regole in sede di convention nazionale, per puntare su un altro candidato. Un’azione, questa, che avverrebbe prevedibilmente in accordo con lo stesso Trump, ammesso e non concesso che quest’ultimo accetti di fare un passo indietro. In ogni caso, il clima generale si sta facendo sempre più incandescente. E questi tentativi legali di bloccare l’ex presidente per via giudiziaria rischiano soltanto di aumentare una polarizzazione già di per sé notevolmente marcata.
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