Renata Tebaldi e un torto lungo mezzo secolo

Questo articolo è un omaggio alla signora Tebaldi, certo, ma anche a mia nonna. Mia nonna suonava il pianoforte.

Il legame tra la musica e i ricordi di famiglia

Tutte le signorine di buona famiglia all’epoca sua suonavano il pianoforte, certo, ma lei lo suonava a livello professionale. Il conservatorio e la musica avevano riempito la sua solitudine. L’uomo che stava per sposare era morto sul Carso, una delle tante vite buttate via in una guerra folle. Lei aveva fatto del pianoforte la sua professione, la sua passione, l’unica cosa che ancora riempiva la sua vita.

Era arrivata al teatro San Carlo di Napoli. Poi, quando ormai era in un’età in cui c’è il passaggio irreversibile da signorina a zitella, la sensale le fece sapere che c’era un signore in effetti non tanto giovane che poteva essere interessato e così lei lasciò a musica e il signore è diventato mio nonno.

In casa sua c’erano due pianoforti, quello verticale per gli esercizi e quello a coda, per i concerti. Mi sono sempre fidata ciecamente di mia nonna per quanto riguarda la musica. Mia nonna sosteneva che la vera regina della musica lirica italiana era la signora Tebaldi.

«Il soprano perfetto»: la prima biografia monografica

Ho letto pensando a lei il libro con cui Lucas Vianini restituisce a Renata Tebaldi la biografia che le mancava. Mia nonna sarebbe stata contenta: è stato riparato un torto lungo 50 anni.

Il soprano perfetto di Lucas Vianini, pubblicato da Aiep Editore nel 2026 con il patrocinio della Fondazione Renata Tebaldi, ripara un torto lungo mezzo secolo, quello per cui la voce più pura del Novecento operistico, Renata Tebaldi, la ragazza di Langhirano che il New York Times paragonava a un antico dipinto fiorentino, è stata inghiottita dalla mitologia della sua rivale, la signora Callas, sostenuta ancora oggi «da un marketing hollywoodiano che non dà segni di resa».

Trecentosessanta pagine, diciannove capitoli, documenti inediti: è la prima vera biografia monografica di Tebaldi, ed è anche un piccolo trattato di teologia laica sulla differenza tra l’ordine e il caos.

Callas e Tebaldi: due modi opposti di stare al mondo

Vianini si dichiara «tebaldiano», ma affida la prefazione a Carla Maria Casanova, dichiaratamente callassiana e unica biografa ufficiale di Renata su suo espresso invito. Casanova non contraddice, testimonia: racconta la sera del 1995 al Metropolitan, quando Tebaldi assente da vent’anni da New York fu riconosciuta al buio da quattromila spettatori che urlavano «Teboldi, she is Teboldi!», e il boato coprì l’orchestra prima ancora della musica.

La tesi che regge tutto il libro è filosofica prima che musicale. Tebaldi e Callas non sono solo due soprani rivali: sono due modi di stare al mondo. Callas incarna il dionisiaco, il demone che costruisce l’ego a colpi di scalpello e poi si lascia fagocitare dall’amore; Tebaldi incarna l’apollineo, la ragazza che possedeva tutto in natura, la voce, la bellezza, il portamento, e non dovette costruirsi nulla, solo custodirlo.

«Non ho mai permesso a niente e a nessuno di distruggere la mia etica di vita», confesserà a Casanova dopo aver riappoggiato il ricevitore su una storia d’amore sbagliata. Vianini legge in questo gesto la chiave dell’intera parabola: Tebaldi non fu un talento senza vita, fu una vita che aveva scelto il dovere come forma della libertà. L’ordine, quando si irrigidisce, diventa prigione; il caos, quando trabocca, divora chi lo abita. Nel «punto magico» in cui i due estremi si sfiorano si gioca ogni esistenza.

L’infanzia, la malattia e il vasto repertorio operistico

Il capitolo dedicato all’infanzia è pieno di tenerezza. Renata nasce a Pesaro il 1° febbraio 1922, da Teobaldo, violoncellista di nobile lignaggio marchigiano, e Giuseppina Barbieri, infermiera volontaria che aveva sognato di fare il medico e non aveva potuto. Il padre si rivelerà «assente e traditore» dopo appena tre mesi dal fiocco rosa; Giuseppina tornerà mestamente a Langhirano, dove i Barbieri raddoppieranno l’amore.

Poi, da bambina, la poliomielite: goffa, altissima per l’epoca, guarita dalla musica. Renata resterà per sempre fedele a quella «Langhirano interiore», tornandovi tra i suoi anche dopo i trionfi al Metropolitan.

Il capitolo dodicesimo è il più coraggioso. Vianini smonta la vulgata secondo cui Tebaldi avrebbe cantato un repertorio «minore» rispetto a Callas. Con una tripartizione limpida della storia dell’opera italiana – belcanto, romanticismo verdiano, verismo – dimostra che il ventaglio tebaldiano è vastissimo, che nei ruoli condivisi Renata detiene la superiorità numerica delle recite, e che il Rossini «francese» del Guglielmo Tell, che Tebaldi affrontò, richiede un canto poetico che Maurizio Modugno definisce «paradigma supremo».

Marilyn Horne, ascoltando la Selva opaca della Tebaldi, dichiarò semplicemente di non trovare pietra di paragone. In trent’anni di carriera, documenta Vianini, Tebaldi conobbe soltanto trionfi, mentre Callas fu tanto applaudita quanto fischiata. Il 16 settembre 1968, all’inaugurazione del Metropolitan con Adriana Lecouvreur, Callas – ormai fuori dalle scene – le farà pervenire un telegramma della Western Union: «Sicura tuo trionfo credimi tua applauditrice sincera Maria Callas». Non c’è più rivalità in un telegramma così: c’è la resa di chi ha perso, non l’artista, ma la donna.

L’umanità dietro al mito: gli ultimi giorni

Chi scrive queste righe è un medico prima che un lettore, e il capitolo diciannovesimo, L’eredità spirituale, è quello che più ha tolto il fiato a chi lo firma. Vianini ha avuto in mano un documento inedito: il quadernetto di Ersilia detta Tina Viganò, la governante che assisté Renata negli ultimi mesi.

Dalle pagine emerge un quadro clinico spietato e preciso: diabete lungo, insufficienza renale, cardiopatia, ittero progressivo, ascite drenata con paracentesi di quattro litri e mezzo, forte sospetto di neoplasia pancreatica. I farmaci sono elencati con esattezza di prontuario – Nespo per l’anemia, Triatec, Dilatrend, Lasix, Luvion, albumina in flebo, cortisone, antidolorifici sempre più frequenti – ma è il taccuino di Tina a spezzare il cuore, perché registra insieme la terapia e l’anima: «23.10 Ha pianto», «14.11 ore 23.00 Non dorme, piange che ha male dappertutto», «9.12 Piange».

In mezzo, la pastina, la mela cotta, il pezzetto di cioccolato, il Kinder di consolazione. È la storia clinica più umana che io abbia letto in un libro di musica, e Vianini la porge senza voyeurismo, con il pudore che sarebbe piaciuto alla sua protagonista. La ricerca iconografica, curata con la Fondazione Renata Tebaldi e con collezioni private, restituisce una Tebaldi che non è quella dei santini, ma quella delle risate in casa, delle fossette di ferro, dello sguardo blu cupo che Rudolf Bing definiva «iron dimples».

La dedica in apertura, «Brindiamo alla libertà e a una vita magnifica» – dice esattamente ciò che il libro dimostra: che si può essere liberi anche restando fedeli, magnifici senza fare rumore.

Il debito del canto italiano e il ritorno alla bellezza

Vianini si dichiara giovane storico dell’arte; ha fatto un lavoro da storico maturo. Ne è uscito un libro che è insieme biografia, saggio critico, storia della voce e meditazione sull’etica del talento. Il canto italiano aveva – ha ancora – un debito nei confronti di questa ragazza di Langhirano che diventò regina senza mai smettere di essere una ragazza di Langhirano. Il soprano perfetto lo riscatta. Era ora.

Comunque erano bel tempi, quando si litigava con quello che oggi chiameremmo tifo da stadio per scegliere quale fosse la più sublime tra due voci sublimi che cantavano musica magnifica. Anche gli analfabeti amavano la lirica, anche perché in chiesa alla Messa tutti ascoltavano il canto gregoriano o il Magnificat di Bach.

L’imbarbarimento è cominciato con la sostituzione della musica sacra con musichette sacre e poi è andato avanti. È la domanda che crea l’offerta: se pochissimi trasmettono musica alta, pochissimi la seguono e siamo arrivati a un tizio che si chiama Sfera Ebbasta. Invertiamo. Ricominciamo ad ascoltare la bellezza, ricominciamo da Renata Tebaldi.

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