Pare che, dopo la morte di Henry Nowak, non sia cambiato nulla nel Regno Unito. Del resto, basta andare sul sito della polizia britannica per rendersene conto. Sezione nuove assunzioni, figure cercate: la prima si dovrebbe occupare di uguaglianza, diversità, inclusione e diritti umani.
Stipendio? 75.000 sterline. Un’altra invece è dedicata a un ruolo di responsabile per la cultura e l’inclusione: 64.000 sterline all’anno. Non male. Peccato però che, oltre all’omicidio di Nowak, nell’ultimo periodo i crimini nel Regno Unito siano aumentati. E parecchio. Come nota il Telegraph, infatti, «a Londra, il tasso di criminalità è aumentato da 83,3 reati ogni 1.000 persone nel periodo 2020-2021 a 106,4 nel periodo 2024-2025, a causa, in parte, dell’esplosione dei furti di telefoni cellulari». Ma non solo. «In Cornovaglia, la criminalità è aumentata dell’11,7% nell’anno terminato a settembre 2025», sottilinea sempre il Telegraph.
Sarebbe bene quindi investire i quattrini dei contribuenti di Sua Maestà in altro. Sulla sicurezza, quella vera. Non su una falsa inclusione, che non porta da nessuna parte. Anzi: che fa solo danni se è vero, come è vero, che molti poliziotti hanno subito fortissime pressioni sia durante l’addestramento sia nelle operazioni in strada per evitare qualsiasi situazione che potesse bollarli come razzisti. Rendendoli di fatto inefficaci e talvolta addirittura dannosi, come nel caso di Southampton.
Un cambio di rotta sarebbe quindi necessario. Ma, per ora, pare impossibile. L’organizzazione che monitora l’operato delle forze di polizia in merito alla discriminazione delle minoranze ha parlato chiaro. E lo ha fatto per bocca di Abimbola Johnson, che presiedeva una commissione ad hoc sul caso Nowak: «La reazione negativa contro le premesse del Piano d’azione della polizia contro il razzismo (Prap) è preoccupante. Per cinque anni ho presieduto il comitato indipendente di controllo e supervisione che ha esaminato il Prap: un programma nazionale, guidato dal Consiglio nazionale dei capi di polizia e dal College of Policing, creato per migliorare l’operato della polizia nelle comunità nere e affrontare il razzismo all’interno delle forze dell’ordine. Uno dei risultati è stato l’impegno della polizia contro il razzismo, che ora sta affrontando forti critiche». Si dice preoccupata, la Johnson, perché tutto il lavoro fatto sin qui ora rischia di esser vanificato. Che alla fine, a causa della morte di Henry, la polizia debba tornare a trattare allo stesso modo bianchi e neri. Indipendentemente dal colore della loro pelle. Senza favoritismo alcuno. Come sarebbe giusto che fosse.
Ma non è così. Anche perché, per un curioso caso della sorte, anche Nowak era un «migrante», visto che aveva anche passaporto polacco. Era un cittadino di un altro Paese, che però condivideva i principi del regno che lo aveva accolto e stava cercando di costruirsi lì il proprio futuro. Un atteggiamento ben diverso rispetto a quello del suo killer che, come dimostra anche una foto rilanciata dal Times ieri, amava passare il tempo provando armi. Due posizioni diverse e inconciliabili.
Per la Johnson, il Piano d’azione della polizia contro il razzismo non può essere messo nel cassetto ora. Anzi, va migliorato. E questo perché «abbiamo sostenuto che l’antirazzismo nelle forze dell’ordine doveva diventare più pratico, operativo e misurabile». Non si è fatto abbastanza, quindi. I poliziotti dovevano essere rieducati meglio e più in fretta. E bisognava rendere tutto più misurabile (come? Con punteggi? Attraverso le delazioni?).
L’unica cosa misurabile oggi è il silenzio attorno alla terribile morte di Nowak. Nessuno si è speso per lui a Hollywood. Nessuna celebrità si è degnata di dedicargli un post a lutto su Instagram. L’unico che ha preso pubblicamente posizione in favore di Henry è stato Miguel Bosé, che ha postato un video, vestito di nero, sui suoi canali social. Poche parole nella descrizione: «“Non riesco a respirare”». In ginocchio per Henry Nowak». L’unico cantante che ha osato sfidare la cappa di silenzio attorno a questa storia. Solamente qualche giorno fa, il vicepresidente americano aveva detto: «È morto come muore una civiltà: abbandonato, ammanettato da autorità che non si fidavano di lui né si curavano di lui, e accusato di crimini d’odio che non aveva commesso». Mancava solo una cosa: le civiltà muoiono nel silenzio. Come è accaduto dopo la morte Henry, del resto.
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