I kamikaze sono ricchi e istruiti. Addio all’alibi dell’emarginazione
Ansa
  • Come già avvenuto in passato, i membri del commando provenivano da famiglie di ceto medio, ben integrate nel tessuto sociale. Il terrorismo non nasce dal fatto che i musulmani sono ghettizzati, bensì dal loro credo.
  • La carezza del killer è uno schiaffo ai morti. Jihadista scansa una bimba prima di farsi esplodere, la stampa italiana si scioglie. E oltraggia le vittime.

Lo speciale comprende due articoli.

E dopo l’orrore, dilaga la paura. Lo Sri Lanka è un paese paralizzato. Mentre aumenta il numero dei morti negli attentati di Pasqua (359 vittime e oltre 500 feriti) e dei fermati (ieri altri 18 per un totale di 58 arresti), si acuisce lo scontro ai vertici dello Stato. Il presidente Maithripala Sirisena ha chiesto infatti le dimissioni del segretario alla Difesa, Hemasiri Fernando, e dell’ispettore generale della polizia, Pujith Jayasundara, per le gravi negligenze nella prevenzione degli attacchi suicidi dei terroristi islamici nelle chiese cristiane e negli hotel di domenica scorsa. Per entrambi, il rappresentante del parlamento del distretto di Colombo Wijeyadasa Rajapakshe ha chiesto addirittura la prigione. La catena di comando delle forze di sicurezza è debole, poco reattiva. Tant’è che gli Usa, che hanno smentito di essere stati a conoscenza in anticipo dei piani dei kamikaze, hanno deciso di inviare una task force del Fbi per affiancare gli investigatori cingalesi.

L’Isis ha rivendicato la mattanza, ma non è ancora chiaro come i tagliagole del califfato possano aver partecipato, considerato che la pista delle prime ore, che portava al semisconosciuto gruppo terroristico National Thowheed Jamath, sembra perdere consistenza ora dopo ora. Secondo gli inquirenti, ad agire domenica scorsa potrebbe essere una cellula affiliata, a «gestione familiare», ancor più radicale. Quindi, citando il sottosegretario alla Difesa, Ruwan Wijewardene, il legame con lo Stato islamico potrebbe ricondursi alla «ideologia» o al «finanziamento». Anche se la scia dei soldi sembra assai labile. Fonti del ministero della Difesa cingalese, infatti, hanno rivelato che i kamikaze non erano i reietti dei ghetti islamici della pubblicistica (e della propaganda) europea, o i piccoli criminali reclutati nelle carceri, ma soggetti perfettamente integrati nella vita socio economica del paese. Uomini e donne istruiti, con amicizie importanti e patrimoni considerevoli. Se non milionari. Con un’unica visione, però, del mondo e della vita: quella fondamentalista e folle della Sharia. Come Inshan Seelavan, figlio del ricco commerciante di spezie Mohamed Ibrahim e fratello del giovane che si è fatto esplodere al Cinnamon Hotel. Poco dopo l’attentato, anche la moglie e la sorella di Seelavan hanno azionato la cintura esplosiva durante l’irruzione della polizia nella loro casa; e nella deflagrazione sono rimasti uccisi tre poliziotti.

«Gran parte di questo gruppo di attentatori suicidi era istruito e proveniva dalla classe media o alta, quindi erano abbastanza indipendenti finanziariamente e le loro famiglie sono abbastanza stabili finanziariamente», hanno dichiarato i portavoce del governo. Un po’ come i dirottatori dell’11 Settembre. Alcuni di loro avevano studiato all’estero, e conseguito addirittura un Llm (master in legge, ndr). In particolare, uno dei nove kamikaze aveva soggiornato nel Regno Unito e poi aveva frequentato corsi post laurea in Australia prima di ritornare nello Sri Lanka. Dove, ancora ieri, il premier Ranil Wickremesinghe ha avvertito che potrebbero esserci in circolazione altri criminali pronti a colpire. Secondo i servizi, almeno altre 9 persone sarebbero in fuga. Il timore è che possano esserci altri ordigni nascosti. Le forze speciali stanno rastrellando palmo a palmo le strade. Ieri hanno fatto brillare una motocicletta vicino a un cinema nel centro della città, il Savoy, e un pacco sospetto trovato in un ristorante nella città meridionale di Katuwana; mentre due «case sicure» dei terroristi, situate entrambe a Negombo e a Panadura, sono state individuate e perquisite. Tra i fermati nelle ultime ore c’è anche un cittadino egiziano di 44 anni che potrebbe aver addestrato il commando. È stato bloccato dalle forze speciali, sulla base di una «soffiata», in una scuola internazionale della città di Madampe, centro costiero a nord di Negombo.

Resta da capire, come detto, che ruolo possa aver avuto il califfato che ha messo in circolazione sul Web pure una foto, oltre alla rivendicazione e al video, raffigurante otto uomini vestiti di nero, sette dei quali incappucciati e uno solo a volto scoperto, il presunto leader dell’organizzazione. Il governo neozelandese, dal canto suo, ha smentito ogni possibile collegamento con la carneficina nelle moschee di Christchurch del 15 marzo scorso, che provocò 50 morti. La premier neozelandese Jacinda Ardern non era a conoscenza, infatti, di alcuna informazione d’intelligence sul fatto che la strage dello Sri Lanka sia stata pianificata come rappresaglia, come sostenuto invece dal governo cingalese. «Non abbiamo ricevuto niente di ufficiale, né abbiamo ricevuto rapporti che confermino quanto è stato detto nello Sri Lanka». Chi invece potrebbe sapere sono gli 007 dell’India, che in tre diversi dispacci (il primo del 4 aprile) avevano avvisato i colleghi cingalesi della preparazione di attacchi suicidi contro i cristiani a ridosso della Pasqua. Ma non sono stati ascoltati.


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