«Il mondo post-moderno è nel mezzo di una profonda fase di crisi. Vive, o meglio sopravvive, grazie ad una gigantesca contraddizione: da un lato risulta evidente come esso odi se stesso, dall’altra – però – nessun soggetto politico di primo piano tenta anche solo di affermare che proverà a cambiare qualcosa di importante all’interno di questo sistema. In altri termini, viviamo dentro ad un mostruoso stallo». È così che si apre Riscossa. Spunti e suggestioni per l’assalto alla società post-moderna, di Pietro Ciapponi (Passaggio al bosco). L’autore, che si era già fatto notare con il suo precedente saggio, Le sfide dell’Europa. Le radici di una civiltà e i limiti di una burocrazia, tradotto anche in francese tra i libri proposti dall’Institut Iliade, fa il punto sulla crisi dell’Occidente senza cedere a prospettive apocalittiche, disperanti o fataliste. È proprio questo il valore aggiunto del libro: nell’alluvionale proposta di testi che prendono di petto l’ideologia woke, le derive orwelliane post Covid, la crisi migratoria, l’imperativo della debolezza che attanagliano le nostre società, non è secondario distinguersi attraverso un messaggio propositivo, attivo, affermativo, futurista.
Ciapponi spiega chiaramente che «nulla ci spinge a pensare che il mondo tornerà ad essere quello che ha preceduto la pandemia e tantomeno quello degli anni ‘80. Al contrario, numerosi elementi ci portano a pensare che quello che abbiamo di fronte non sia altro che l’inizio di una fase di cambiamento che potrebbe rivoluzionare l’ordine mondiale». La stanca litania con cui a destra ci si ripete che certe comportamenti erano la normalità ancora fino a pochi anni fa e oggi appaiono all’intellighenzia come eversivi ed estremisti, per quanto poggi su valide ragioni convalidate dall’esperienza, ha il fiato sempre più corto: indietro non si torna, c’è solo l’avanti.
Ecco, quindi, l’orizzonte filosofico in cui si muove il testo di Ciapponi: «Vitale, per noi, sarà riuscire a risvegliare e reincarnare l’archetipo che gli antichi ci raccontarono con il mito di Prometeo e – più di recente – videro nel Faust. Risvegliare quell’irrequietezza, quella sete di divenire e quella forza creatrice che per secoli ci ha permesso di scrivere il nostro destino, in ordine con il retaggio ancestrale delle genti (indo)europee. I nostri popoli devono accettare la necessità di tornare ad essere gli unici scrittori della propria storia, svegliarsi dal sonno post-storico nel quale sono stati forzatamente relegati. Fare propria, insomma, la volontà di potenza narrateci da Nietzsche».
Di fronte a questa visione del mondo, la via del conservatorismo appare certo degna di rispetto e talora dotata di argomenti pregnanti, ma ciononostante impossibilitata a far fronte alle sfide del presente. Scrive l’autore: «La battaglia per la conservazione è destinata a fallire. Le resistenze e le titubanze della destra conservatrice nei confronti delle istanze della sinistra progressista sono, e saranno, sempre vane ed inutili. Al più, potranno rappresentare un ostacolo, o meglio un rallentamento, a quell’agenda globalista che difficilmente verrà ostacolata sul lungo periodo. Senza considerare il fatto che – giunti all’attuale status quo – è assolutamente lecito domandarsi se realmente ci sia ancora qualcosa da conservare».
Qual è allora la via? Ciapponi, sulla scia del pensatore francese Romain D’Aspremont, parla apertamente di destra prometeica, ovvero una destra che non si limita a fare l’agente regolatore di un progresso forgiato solo dalla sinistra (quelli, insomma, che raccomandando ogni tanto di non spingere troppo sull’acceleratore, fanno sì che l’adozione di una certa agenda non sia troppo traumatica): «Quello che occorre fare oggi, al contrario, è costruire una destra prometeica e futurista, che sia in grado di vincere la battaglia delle idee. Una destra […] capace di imporre la propria visione del futuro. Utilizzando una massima evoliana, fin troppo inflazionata, una Destra che aspiri a “Portarsi non là dove ci si difende, ma là dove si attacca”».
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