«Il sit in della Schlein? Qui in Rai la politica è trattata come prima»
Il segretario del neonato sindacato UniRai, Francesco Palese (Imagoeconomica)
Il segretario del neonato sindacato UniRai, Francesco Palese: «Nei nostri Tg la più presente è proprio lei. Nei programmi invece finalmente c’è più pluralismo».

Si potrebbe quasi fare una scommessa, abbastanza sicuri di vincerla. I giornaloni inclini al politicamente corretto la dipingeranno come avrebbe fatto Eugene Delacroix con la bandiera in pugno sulle barricate della salvaguardia democratica. Magari non a seno scoperto ché il gender correct non lo consente. Il quadro s’intitola La libertà che guida il popolo solo che Elena Ethel Schlein da Lugano, detta Elly, rischia dopodomani 7 febbraio di trovarsi da sola, senza popolo, sotto il Cavallo di viale Mazzini a Roma dove la segretaria del Pd ha indetto un sit-in per protestare contro Tele-Meloni. Giuseppe Conte, il plenipotenziario dei pentastellati, le ha detto che non è il caso e che forse c’è anche una punta d’ipocrisia in questa protesta piddina. Insomma non riescono a fare il campo largo, ma anche sulla banda larga Pd e 5 stelle non sembrano proprio sintonizzati. Le ragioni? Beh a guardare gli organigrammi l’occupazione di viale Mazzini da parte del centrodestra pare più una fiction che un telegiornale. Così, giusto per memoria: il Pd esprime il presidente della Rai Marinella Soldi e una consigliera di amministrazione, il direttore del Tg3, l’intramontabile Mario Orfeo, la guida della fiction, la direzione editoriale, quella di Radio 3, quella di Rai Cultura, Rai Kids, la direzione della distribuzione, Rai digital, almeno una decina tra vice e condirettori e una pletora di conduttori, tant’è che nei corridoi di viale Mazzini si dice che il rapporto è 8 alla sinistra, 2 a chi governa. Quanto ai grillini oltre ad avere la presidenza della Commissione di vigilanza e un consigliere di amministrazione, la direzione di Rai Com (pubblicità), di Radio 2, di Rai Parlamento, almeno 8 tra vicedirettori e condirettori e tra le conduttrici due di peso come Donatella Bianchi e Luisella Costamagna. E allora Tele-Meloni? Per cercare di capire dall’interno cosa accade ecco il pensiero di Francesco Palese, segretario del neonato sindacato UniRai, giornalista parlamentare in forza a RaiNews24.

Palese, ha ragione Elly Schlein a organizzare il sit in di mercoledì?

«La segretaria del Pd ha detto che chi non partecipa al sit in sotto la Rai non sente la gravità del momento. Francamente da cittadino mi sembra ci sia sulla Rai troppa esagerazione ed esasperazione. Da giornalista posso dire che le modalità di copertura della politica non sono cambiate con il nuovo corso. Da sindacalista aggiungo che ci sono molti colleghi stanchi di essere strumentalmente accusati di produrre un lavoro fazioso. Per difendere la nostra autonomia professionale, oggi sotto attacco, abbiamo indetto anche noi un sit in sotto la Rai il 7 febbraio alle 17 per ribadire anche un altro principio: che la libertà sindacale è sacra e nessuno può metterla in discussione. Sono invitati anche i cittadini e i liberi pensatori».

Siamo al Gattopardo: tutto cambi perché nulla cambi? Ma ci sarebbe un altro modo per fare informazione politica così da sottrarsi alle critiche più o meno strumentali che siano?

«Questo sarebbe un confronto utile: la legislatura peraltro è giovane e c’è tutto il tempo per discutere del come l’informazione pubblica copre i fatti politici. Per ora continua a regnare sovrano il “pastone” che prevede le dichiarazioni di tutti i partiti in base alle percentuali di voti e alla rappresentanza parlamentare. Secondo me si dovrebbe tenere conto anche dei sondaggi. E poi c’è la questione enorme di come rappresentare le istanze della mezza Italia che non va più a votare.»

Pareva impossibile il report dell’Osservatorio di Pavia, che assegnava solo trenta secondi di presenza del Pd a dicembre sul Tg1?

«Beh quella è stata la cartina di tornasole del fatto che si vuole precostituire l’idea che qualcuno abbia occupato la televisione pubblica e stia “sfrattando” altri. L’Osservatorio di Pavia, che materialmente conta i minuti di presenza di questo e di quello sulla tv pubblica, si è scusato dell’errore e ha chiarito che Elly Schlein, capo del Pd primo partito dell’opposizione, è quella più presente. Ha con i fatti certificato che tutte queste denunce di parzialità contro i Tg Rai sono campate per aria. Ci sarebbe invece chi dovrebbe scusarsi della figuraccia che ha fatto prendendo per buono l’errore dell’Osservatorio e imbastendoci su una campagna. Semmai avrebbe diritto di protestare chi è sottorappresentato».

Quindi pare di capire che il sit-in indetto dal Pd sia un vuoto a perdere?

«Io non lo so, ma da giornalista parlamentare prendo atto delle diverse prese di posizione e vedo che attorno a questo sit in ci sono state importanti defezioni; da Calenda a Conte. Leggo sulle agenzie che qualcuno neppure ha riposto all’invito della Schlein e che alla fine oltre al Pd ci saranno Verdi e Sinistra italiana. Manca oltre la metà dell’opposizione e questo dovrebbe far riflettere chi parla di emergenza democratica.»

A pensarci bene l’accusa di parzialità che il Pd muove ai telegiornali è anche un’accusa ai giornalisti di non essere né indipendenti né capaci. Non dovrebbero esserci anche la Fnsi e l’Ordine a dire: non potete trattare così dei professionisti?

«Non sono io a dire cosa devono fare l’Ordine e la Federazione nazionale della stampa. Quello che so è che l’accusa di parzialità o peggio ancora di sudditanza lanciata a un giornalista è un’accusa grave che merita una risposta altrettanto decisa. E però non mi stupisce il silenzio di Alessandra Costante, la segretaria dell’Fnsi, che avevamo invitato alla presentazione del nostro sindacato, ma non è venuta. Su Repubblica però giorni fa, invece di difendere i giornalisti Rai dalle accuse di parzialità, ha trovato modo di dire che noi siamo il sindacato dei direttori e dei caporedattori. È un insulto, ma noi restiamo disponibili al dialogo. Come sempre e con tutti».

A proposito, come si spiega che giornalisti illustri come Francesco Giorgino o Claudio Pagliara, corrispondente Rai da New York, abbiano aderito al neonato UniRai come tanti altri grossi calibri del video?

«Abbiamo moltissime grandi firme della Rai. Questo per noi è un motivo di orgoglio, una grande ulteriore responsabilità, ma anche la conferma della serietà del nostro progetto».

Dunque con UniRai qualcosa è già cambiato, non sarà questo che intendono per Tele-Meloni?

«Penso che in Italia sia in corso una rivoluzione culturale che rompe antichi e consolidati schemi. La Rai, che è la prima impresa e il motore culturale del Paese, non può fare finta di niente e deve aprirsi al nuovo e interpretarlo. Sto vedendo finalmente programmi di diversa ispirazione. Prima era un monocolore con sempre i soliti conduttori. Emergono nuovi temi e volti nuovi o comunque professionisti a cui il video era stato negato per anni. Si sta facendo quella che si chiama sperimentazione. Quando si sperimenta è possibile che non ci sia nell’immediato un riscontro con gli ascolti. Serve tempo.»

UniRai ha debuttato il 30 novembre, come è nato questo sindacato?

«È nato dall’unione di tutte quelle anime e componenti che non si riconoscevano più nel cosiddetto sindacato storico che in realtà esprimeva un pensiero unico. Siamo nati dalla necessità di opporre a una visione ideologica e di scontro, finalizzata ad affermare una sola posizione, che molto spesso si è tramutata in pura e sterile contrapposizione politica, una prassi di mediazione che deve accompagnare l’attività sindacale se si vogliono ottenere dei veri risultati a tutela di chi si rappresenta.»

L’Usigrai che ha espresso anche parlamentari di sinistra dunque non ha più il monopolio?

«Il pluralismo sindacale per i giornalisti in Rai ormai è una realtà. Siamo nati da poco più di un mese e mezzo quindi siamo solo all’inizio di un percorso che richiede pazienza, costanza e impegno. Tutto sarà fatto anche con una buona dose di entusiasmo. C’è una grande resistenza naturalmente rispetto a questa novità storica. Tutto secondo copione. Gran parte degli attacchi gratuiti al nostro sindacato rientrano in questa logica».

UniRai è un sindacato di soli giornalisti?

«È nato con la necessità di tutelare i giornalisti, ma abbiamo aperto a tutte le figure professionali presenti in azienda. La volontà è quella di fare squadra con tutte le voci libere presenti in Rai».

Se UniRai è il sindacato di tutta l’azienda, una domanda è d’obbligo: siete preoccupati o favorevoli a una riforma della governance della Rai?

«Non abbiamo nulla da obiettare se ci si preoccupa della tenuta finanziaria e del futuro di un’azienda che ha accumulato oltre mezzo miliardo di debiti. Sui futuri assetti della Rai, sulla riforma della legge sulla governance, ne leggo tante di proposte. Mi limito a dire che molte di queste arrivano da chi quando era maggioranza in Parlamento non ha fatto nulla né per rafforzare né per modificare l’assetto dell’azienda. Allo stato dei fatti posso fare solo questa considerazione».

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