2019-01-15
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Progressi nei negoziati in Svizzera. Vance: «Giornata ottima». Il nodo Libano resta.
C’è ancora da fare, ma, dopo una maratona nella notte, ieri, dai negoziati in Svizzera fra Stati Uniti e Iran, con la mediazione di Qatar e Pakistan, ecco dei risultati, fra cui l’accettazione da parte iraniana di ispezioni dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica.
La tensione resta e molto dipenderà dagli eventi in Libano, l’altro fronte su cui gli iraniani chiedono un cessate il fuoco, ma dove operano gli israeliani, non gli statunitensi.
Siamo solo all’inizio dei due mesi che Washington e Teheran si sono dati per giungere ad accordi più stabili. Per il vicepresidente americano JD Vance «è stata una giornata ottima. Abbiamo fatto progressi e i colloqui tecnici proseguiranno». Spicca il via libera dell’Iran al ritorno di ispettori dell’Aiea nei suoi centri nucleari. Ma gli iraniani rivendicano sempre il diritto a un programma atomico civile. Infatti il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmaeil Baghaei ha precisato: «Non abbiamo negoziato sul nostro programma nucleare e non abbiamo accettato alcun nuovo impegno. La collaborazione dell’Iran con l’Aiea proseguirà secondo le procedure attuali, previa approvazione del parlamento iraniano e del Consiglio di sicurezza nazionale». Nessun accenno, nelle trattative, è stato fatto al nutrito arsenale di missili balistici di Teheran, ancora per metà intatto, la cui distruzione doveva essere tra gli scopi della guerra iniziata da Trump e la cui esclusione dal trattato Jcpoa del 2015 era stata fra i motivi che avevano spinto nel 2018 Trump, al primo mandato, a stracciare quell’accordo che aveva limitato l’arricchimento dell’uranio iraniano.
Gli Stati Uniti hanno esentato i prodotti petroliferi iraniani dalle sanzioni, come confermato dal segretario al Tesoro Usa Scott Bessent: «Il Dipartimento del Tesoro ha emesso una licenza generale temporanea della durata di 60 giorni che autorizza produzione, consegna e vendita di petrolio iraniano». La deroga, valida «fino al 21 agosto», sarà l’incentivo per spingere gli ayatollah ad ammorbidirsi. La fine del blocco dello Stretto di Hormuz e gli accordi sullo sminamento e su un meccanismo di consultazione in caso di crisi, sono stati esaltati da Vance: «Volevamo un meccanismo per tenere aperto Hormuz. Ed è aperto. Volevamo anche un meccanismo di coordinamento per sminare lo Stretto di Hormuz, in modo che, quando sorgeranno dei conflitti, possiamo risolverli invece di farli degenerare». L’impegno iraniano per Hormuz pare confermato dal fatto che il capo negoziatore Mohammed Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi hanno annunciato che si recheranno in Oman per parlare dello Stretto con l’altra nazione rivierasca. Sullo sblocco parziale dei fondi iraniani all’estero, Vance ha assicurato che «non andranno a finanziare il terrorismo, ma serviranno ad arricchire gli agricoltori americani e a sfamare la popolazione iraniana», cioè verranno usati per scopi umanitari.
Il nodo resta il Libano. La «cellula di coordinamento» per il cessate il fuoco comprenderebbe Stati Uniti, Iran, Libano, Qatar e Pakistan, ma non Israele. Avrebbe fra i suoi compiti «limitare le azioni israeliane alla sola risposta a minacce imminenti». Resta sul tappeto il rifiuto di Israele di ritirarsi dalla fascia meridionale del paese. Il premier Benji Netanyahu ha ribadito che «le truppe israeliane resteranno in Libano tutto il tempo necessario e godono di piena libertà», mentre il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir contesta l’accordo voluto dal presidente Usa Donald Trump: «Adoriamo Trump ma la sicurezza degli israeliani viene prima di tutto». Oggi sono previsti a Washington colloqui fra delegati di Israele e Libano su «zone pilota» libere da Hezbollah e da militari ebraici, ma Beirut non ha potere su Hezbollah. Il presidente turco Recep Erdogan ha ammonito il collega iraniano Masoud Pezehskian sul fatto che «Israele saboterà gli accordi».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 23 giugno con Carlo Cambi
Carlo Fidanza (Ansa)
- Il premier invita i ministri a partecipare alla festa del 2 luglio con l’ambasciatore Fertitta, che dice: «Rimanga la partnership». Una delegazione di Fdi incontrerà a Washington membri del Congresso e della Casa Bianca.
- Il sospetto della corrispondente Mediaset, Rossi Hawkins: «All’ultimo G7 qualche capo straniero potrebbe aver voluto provocare attriti per strapparci qualche commessa».
Lo speciale contiene 2 articoli.
La lite tra Giorgia Meloni e Donald Trump «non deve impattare sui rapporti del governo con gli Stati Uniti». Lo ha detto ieri la premier Giorgia Meloni in Consiglio dei ministri, commentando lo scontro con il tycoon. La Meloni ha invitato i ministri a partecipare al ricevimento del 2 luglio all’ambasciata Usa per la festa dell’Indipendenza, anche perché, secondo fonti di governo, ha sottolineato come «l’ambasciatore Fertitta è sempre stato estremamente disponibile e professionale nei nostri confronti».
Si confina così nel perimetro di un ruvido scambio di opinioni tra i due leader il botta e risposta tra la Meloni e Trump degli ultimi giorni. Un Trump che del resto appare ormai un personaggio che ha fatto della maleducazione nei confronti di leader mondiali, giornalisti e giornaliste e avversari interni la cifra della sua seconda presidenza, così come è destinata a entrare nei libri di storia la sua sindrome compulsiva da social, che lo spinge a postare decine di dichiarazioni al giorno, alcune particolarmente squinternate. Intanto, ogni occasione di confronto tra esponenti politici di Fratelli d’Italia e degli Stati Uniti è benvenuta: può collocarsi in questa cornice la missione della settimana prossima a Washington di Carlo Fidanza e Antonella Sberna, rispettivamente capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo e vicepresidente dell’Eurocamera, che andranno negli Stati Uniti insieme a una delegazione di parlamentari di Ecr, il gruppo dei Conservatori europei. La delegazione incontrerà membri del Congresso ed esponenti dell’amministrazione Usa, oltre a rappresentanti di think tank. La missione era prevista da mesi, ma è evidente che ora assume, per l’Italia, un significato particolare: «I fatti», argomenta Fidanza, «hanno visto una polemica che la presidente Meloni ha dichiarato chiusa e per noi è chiusa. Il rapporto con gli Stati Uniti è un rapporto che è solido per ragioni storiche, è un rapporto che non può venire meno, fatto di una interazione culturale, economica, di interessi geopolitici comuni che non possono assolutamente essere intaccati da diatribe che noi riteniamo che debbano essere superate. Non a caso Giorgia Meloni non risponderà più a questo tipo di critiche, non parteciperà più a questo dibattito perché la nostra stella polare è tenere insieme l’interesse nazionale», aggiunge Fidanza, «e lo stiamo facendo in maniera molto determinata, con l’unità dell’Occidente».
Sul piano militare, assolutamente fondamentale nelle relazioni tra Roma e Washington, il legame resta solido. Appena una settimana fa il ministro della Difesa Guido Crosetto è stato in visita ufficiale a Washington, dove ha incontrato il ministro della Guerra (sic) Pete Hegseth. «Ho accolto al Pentagono», ha scritto Hegseth su X, « il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto. Abbiamo ribadito la solidità delle relazioni bilaterali in materia di difesa tra Stati Uniti e Italia e abbiamo concordato sull’urgente necessità che gli alleati della Nato aumentino la spesa per la difesa, amplino la produzione industriale nel settore della difesa e schierino forze militari credibili in combattimento». Hegseth, che Crosetto ha anche sentito nelle ore della lite Meloni-Trump, ha avuto parole d’elogio per il nostro governo: «Siamo particolarmente grati», ha detto il ministro ultra-trumpiano, «per il sostegno costante che il vostro governo e il popolo italiano dimostrano nell’ospitare le forze statunitensi in Italia. Gli alleati europei, inclusa l’Italia, devono assumersi, e so che lo stanno facendo, la responsabilità principale della difesa convenzionale dell’Europa, dimostrando la disponibilità a farsi carico di una quota maggiore dell’onere; l’Italia», ha sottolineato Hegseth, «è certamente uno dei partner che stanno guidando questo processo».
Non si capisce cosa sia cambiato in sette giorni. Tra l’altro, una delle accuse di Trump alla Meloni è stata questa: «Non ci ha nemmeno concesso di utilizzare le piste di atterraggio o di decollo italiane, causando un notevole disagio logistico». Fonti della Difesa fanno notare che, per quel che riguarda il famoso recente caso di Sigonella, quando lo scorso maggio è stato negato a un bombardiere Usa diretto in Iran l’atterraggio nella base in Sicilia, gli accordi vigenti prevedono l’utilizzo delle basi italiane solo per funzioni addestrative o logistiche, come sanno perfettamente anche gli Usa. Ci voleva l’ok del Parlamento, quindi, ma non c’erano i tempi e il semaforo è rimasto rosso. Per quel che riguarda l’aspetto politico, a quanto ci risulta, le relazioni tra Fratelli d’Italia e i Repubblicani americani non sono in discussione, in quanto la reazione della Meloni agli attacchi di Trump è stata compresa. Certo, secondo alcune fonti, se Trump ascoltasse di più i suggerimenti di Marco Rubio non si verificherebbero questi incidenti diplomatici. Così come viene considerato un interlocutore ottimo e affidabile l’ambasciatore americano in Italia Tilman J. Fertitta, come ha sottolineato ieri in Cdm la stessa Meloni. Ieri il diplomatico ha precisato che «possono esserci momenti di disaccordo tra due leader. Ciò che conta è che il rapporto tra Usa e Italia continui a essere una vera partnership cooperativa tra i nostri due Paesi».
Manina europea dietro lo scontro?
Alla Casa Bianca non si lavora per ricucire i rapporti con l’Italia perché i rapporti sono e restano solidi. Ne è convinta Maria Luisa Rossi Hawkins, corrispondente Mediaset dalla Casa Bianca che ieri ha intervistato il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dopo il suo post su Truth in cui è tornato all’attacco del presidente del Consiglio Giorgia Meloni: «Dopo aver speso miliardi di dollari per la Nato, l’Italia e il suo premier non sembrano nemmeno disposti a prendere parte all’azione contro l’Iran e la sua seria minaccia nucleare. Da decenni li difendiamo, ma quando arriva il momento di difendere noi e il resto del mondo, non ci sono. Non va bene». A Rossi Hawkins ha spiegato poi di non essere «solo deluso dall’Italia, ma anche da tutti i leader della Nato».
«L’Italia è considerata un fortissimo alleato e partner, il legame tra i due leader è solido e lo hanno dimostrato anche nell’ultimo G7», ha commentato Hawkins alla Verità facendosi una domanda: «A questo punto io mi chiederei: chi è che lavora per allontanare i due?». Il sospetto è lecito ed è utile fare un passo indietro e notare che a Evian il presidente americano ha speso molto tempo con il presidente francese Emmanuel Macron ed è quindi probabile che ci siano interessi economici e commerciali molto forti che potrebbero spingere qualcuno a tentare di provocare lo sgambetto. Per ora restano ricostruzioni, ma è bene sottolineare che secondo quanto riportato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso «lo scorso anno il nostro export verso gli Stati Uniti è cresciuto del 7,2%, malgrado i nuovi dazi; ad aprile ha registrato un ulteriore +12,1% su base annua, la migliore performance tra i Paesi europei».
Invidia forse? Rossi Hawkins: «Il rapporto dal punto di vista commerciale e diplomatico non si è mai interrotto. Quindi chi è che sta cercando di nuocere ai rapporti con l’Italia? Forse c’è qualcuno che lavora per prendersi qualche commissione? Ci sono cose che non sappiamo e che dobbiamo sapere? Trump non ce l’ha con Meloni, ce l’ha con l’Europa che secondo il presidente non ha fatto quello che si aspettava». Secondo Rossi Hawkins, Trump potrebbe fare un «roboante annuncio» al prossimo vertice Nato di Ankara e fa riferimento a quella frase che gli ha strappato nella sua intervista: «Non so se ritirarmi dall’Alleanza atlantica». Secondo Rossi Hawkins, Trump se la prende con Meloni perché era da lei che si sarebbe aspettato di più sull’Iran, si aspettava che facesse da sponda. «Detto questo», ribadisce, «l’Italia è parte integrante degli Stati Uniti, i rapporti non si romperanno mai, non sono come i rapporti con i francesi o i tedeschi, l’America non sarebbe l’America se non ci fosse l’Italia. Potrebbe esserci, non credo all’interno della Casa Bianca, qualche leader straniero che al G7 mette in cattiva luce l’Italia in modo da favorire e provocare attriti tra Roma e Washington. Qualcuno che vuole inserirsi nei rapporti commerciali».
Rossi Hakwins, che era presente nello Studio ovale quando i due si sono incontrati, ricorda perfettamente quel momento: «Lui disse: “Per me lei è l’Europa”, e quindi è così che si traduce l’attacco. Rappresentando l’Europa se la prende con lei». A suo avviso quello che si dovevano dire se lo sono detti e il rapporto potrebbe persino guadagnarne perché «Trump rispetta chi gli tiene testa, chi lo contrasta, non rispetta i sottomessi. Li utilizza, ma non li rispetta». Lo dimostra il post su Truth perché «dopo l’attacco vibrante che ha sferrato Meloni, Trump non risponde ma scrive un post in cui sposta lo scontro sull’argomento Nato». E poi è a Rossi Hawkins che il presidente americano consegna un ramoscello di pace: «Io non ce l’ho con Meloni, ce l’ho con l’Europa». Il suo modo, maldestro, di fare un passo indietro.
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Ansa
Il referendum di dieci anni fa, che vide la vittoria del «Leave», fu il più grande esperimento democratico fatto nell’Ue. La domanda di sicurezza però è rimasta inascoltata e i partiti ora pagano il conto.
Esattamente dieci anni dopo il referendum della Brexit, Keir Starmer saluta tutti dal numero 10 di Downing Street e lascia il posto al prossimo sciagurato della lista, Andy Burnham, il quale da quel 23 giugno 2016 sarà il settimo a premier a provarci. Nei trentasette precedenti i premier erano stati sei nel totale.
Dal vento che soffia in Gran Bretagna tira brutta aria per i partiti tradizionali, tanto per i Labour (dalle cui fila arrivano sia Starmer che Burnham) quanto per i Tories, che hanno «offerto» Sunak, Truss, Johnson, May e proprio quel David Cameron da cui cominciò tutto.
Primo pensiero: la Brexit è stato il più potente esercizio di democrazia dentro lo spazio Ue. E proprio per questo, da allora, nessuno ha mai voluto affrontare la madre delle questioni, ossia la mancanza di legittimazione dal basso dell’Europa. Che invece viene battezzata da banchieri centrali, analisti, uomini d’affari, leader di partito a cui manca il coraggio di affermare il peccato originale europeo. Dicono: «O l’Europa cambia passo e diventa adulta, oppure sarà la fine». Questo fatalismo non è nuovo, anzi è un po’ come la vecchia storiella che i nonni tiravano fuori per spaventare i nipoti, una specie di babau; del resto le generazioni Erasmus sono state tirate su a botte di belle parole: la pace, il superamento dei confini, le opportunità di lavoro… Poi, sul tavolo, è arrivato un conto più salato del preventivo e così qualche giovane ha aperto gli occhi e si è unito ai genitori o ai fratelli più grandi, i quali hanno protestato in piazza a difesa dell’agricoltura vera e non quella di Bill Gates, a difesa della pesca, dell’identità.
Più di dieci anni fa, in Gran Bretagna, un politico fuori dagli schemi di nome Nigel Farage aveva capito che il tappo stava saltando, almeno lì da lui; e ha ingaggiato una battaglia democratica: la richiesta di un referendum, consultivo e non vincolante. L’allora premier (che era appunto David Cameron) accettò la sfida, «istituzionalizzò» il referendum e, dopo la vittoria del Leave, si dimise. Quel che accadde dieci anni fa fu il più grande esercizio di democrazia dentro lo spazio dell’Unione europea. Che di fronte ai due casi precedenti di consultazione referendaria - in Francia e in Olanda, dove i cittadini bocciarono il lascito della Convenzione europea, poi riscritto nel trattato di Lisbona - preferì fare spallucce e tirar dritto. Ecco, siamo ancora lì, alla mancanza di coraggio di chiedere al popolo: cosa vogliamo fare di questa Europa?
Seconda questione, che è figlia della prima: la crisi dei partiti. Siccome la terza questione sarà sul quadro economico e sociale post Brexit, è giusto anticipare quel che le ultime consultazioni elettorali britanniche e i sondaggi stanno facendo emergere: perché un blocco sociale importante si sta muovendo dai contenitori storici verso contenitori nuovi e radicali, qualcuno anche estremista? Semplice, perché Farage resta il campione assoluto nell’intercettare le emergenze: sicurezza, immigrazione, lavoro. Era lo stesso paradigma del Maga trumpiano prima che Donald lo tradisse. Quindi Farage con il suo Reform Uk pesca a destra come a sinistra, lasciando qualcosa alla sua sinistra (ai Verdi) e alla sua destra (Advance Uk e Restore Britain, i quali hanno l’appoggio esplicito di Musk). Farage resta l’interprete di ciò che i sostenitori del Leave volevano allora e che a Downing Street, nei dieci anni successivi, non hanno saputo fare ma solo abbozzare. Il prossimo premier Burnham - che ha battuto alle suppletive un esponente del Reform Uk - riuscirà a fermare Mr. Brexit?
Arriviamo così al terzo e quarto punto: com’è la situazione oggi e se si facesse un referendum cosa voterebbero gli inglesi? Cominciamo da qui. Nessun politico oggi si sognerebbe di affermare: «Voglio un referendum per ritornare nella Ue»; se lo facesse perderebbe immediatamente voti. I britannici non sono soddisfatti della Brexit ma non vogliono ritornare nella Ue, ecco perché nessun politico metterebbe la faccia su un rientro.
Chiudiamo allora con la situazione lasciata dalla Brexit. Uno studio firmato da economisti della Banca d’Inghilterra e da Nick Bloom della Stanford University stima che la Brexit abbia sottratto circa il 6% alla crescita economica britannica nell’ultimo decennio rispetto a uno scenario in cui Londra fosse rimasta nell’Unione europea. L’Ufficio per la responsabilità del bilancio (Obr) fissa la perdita a lungo termine al 4% del Pil; Goldman Sachs e il National bureau of economic research arrivano fino all’8%. In termini assoluti, si parla di circa 125 miliardi di sterline di Pil annuale bruciati, e di quasi 50 miliardi di mancate entrate fiscali.
Verdetto sancito dunque? No, perché gli stessi studi parlano di luci e ombre: ridurre tutto alla Brexit sarebbe intellettualmente disonesto. La pandemia ha devastato tutte le economie avanzate. La guerra in Ucraina ha fatto esplodere i prezzi energetici e alimentari su scala continentale. La Germania ha vissuto una recessione più lunga e profonda di quella britannica. La Francia ristagna. Il confronto con i partner europei, dunque, mostra che il Regno Unito ha sofferto di problemi in larga parte condivisi - con la differenza cruciale che la Brexit ha operato come variante autoctona, quasi da punire a scopo esemplificativo.
Brexit non ha di per sé scassato i conti o fatto sprofondare la Gran Bretagna nella crisi e lo dimostra la crisi delle sue stesse istituzioni e dei suoi partiti storici (quasi un logoramento): ha funzionato come grande prova di democrazia, ma non ha sbloccato le cause di malcontento. Una lezione che vale per tutti.
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