Le parole magiche sono sempre le solite: riscatto, rilancio e stabilità. Alla vigilia dei ballottaggi francesi, e in attesa di varare la seconda Commissione Von der Leyen, per i mandarini di Bruxelles è come se non fosse successo nulla. Il voto delle europee, che ha dato uno schiaffo sonoro ai governi di Parigi e Berlino e ha registrato lo spostamento a destra dell’Europa, è come se non ci fosse stato. Il commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni, chiede che il governo italiano si metta a cuccia e «contribuisca al riscatto europeo», ammettendo implicitamente che eravamo (siamo?) in mutande. E l’ex presidente Jean-Claude Juncker sostiene che «gli obiettivi principali dell’ultimo periodo restano gli stessi». Ammettendo che quindi ci si poteva evitare il disturbo di andare alle urne, tanto lorsignori sono così illuminati che sapevano già da soli che cosa fare. Un cortocircuito in cui i medici che hanno causato la malattia si offrono di guarirla, senza neppure cambiare cure. Il tutto agitando lo spettro dei mercati e invocando «stabilità», alla faccia della famosa alternanza, che è il cuore di ogni sistema democratico.
Gentiloni è un navigatore che ha visto la morte in faccia, ovvero ha fatto il sindaco di Roma, e di solito ha toni soporiferi. Ieri si è fatto intervistare dal Corriere della Sera e per una volta si è dato all’allarmismo, ma soprattutto si è comportato come se negli ultimi cinque anni fosse stato in Nuova Zelanda, anziché guidare uno dei «ministeri» più importanti di Bruxelles. Per prima cosa, ci ha tenuto a far sapere che «l’instabilità può avere conseguenze economiche gravi per tutti» e quindi «è il momento di una sveglia per gli europei […] e non è solo il caso francese». Gentiloni ha semplicemente capovolto la situazione, perché la «sveglia» è quella che gli elettori europei hanno dato, innanzitutto, a Ppe, socialisti e liberali, le stesse forze politiche che stanno tentando di imporre l’Ursula bis sul filo di una manciata di seggi. Quanto all’instabilità economica e finanziaria, di solito è prodotta da fallimenti ed errori politici ed economici dei governanti, e non da un risultato elettorale che non premia i partiti al potere.
L’ex premier del Pd, che da Palazzo Chigi spense i fuochi della gestione Renzi, ovviamente non lesina consigli al governo in carica e sostiene che deve trovare il modo di stringere un qualche accordo per appoggiare la maggioranza Ursula, in modo da «contribuire al riscatto europeo, che non può più venire dal motore franco-tedesco». Se le parole hanno ancora un senso, «riscatto» indica che c’è stata una sconfitta, ma il cortocircuito di Gentiloni è che evidentemente non ci sono stati né errori né colpevoli, nella Commissione di cui ha fatto parte. Poi si lancia in un ragionamento davvero ardito, quando spiega che la tempesta francese, la debolezza tedesca, la possibile vittoria di Donald Trump negli Usa e la sfida della Cina danno agli europei «la chance di scommettere sulle loro istituzioni». E cita i rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta su competitività e mercato unico come esempi di un percorso virtuoso per «reagire a pericoli e incertezze». In sostanza, visto che l’Europa non si è esattamente coperta di gloria, la soluzione sarebbe: più Europa e con gli stessi ottimati sempre in sella. Aiutati, in nome della stabilità, da chi invece ha vinto le elezioni. Per finire, ecco uno slogan che con un punto interrogativo diventerebbe una perfetta domanda alla Gigi Marzullo: «Per amore o per forza, l’Italia ha bisogno dell’Unione e l’Unione ha bisogno dell’Italia». E tutti insieme, hanno bisogno dell’eterno Gentiloni.
Chi non prende mai fischi per fiaschi, ma soprattutto non sente i fischi, è il dinosauro del Ppe Jean-Claud Juncker, che ha guidato la Commissione Ue dal 2014 al 2019. Il politico lussemburghese, 69 anni, sempre al Corriere ha innanzitutto tenuto a dire che «l’Italia, un Paese che amo, rimarrà un grande artefice dell’integrazione europea». Ma quando gli chiedono un giudizio sull’ultimo Consiglio d’Europa, con il governo di Giorgia Meloni che si è rifiutato di votare il pacchetto delle nomine deciso da popolari, liberali e socialisti, sentenzia che «il voto dell’Italia è spiacevole, ma non bisogna esagerarne il significato». Con il medesimo paternalismo di chi decide di non dare troppo peso a una marachella. Dopo di che, getta la maschera sulla prossima legislatura e da maggiorente del Ppe anticipa: «Gli obiettivi principali dell’ultimo periodo restano gli stessi: la sfida climatica con il Green deal che deve essere applicato come è stato deciso […] e la politica di Difesa deve essere equa senza competere con la Nato. L’Ue non può retrocedere sennò perde la strada». Se ne ricava che i 180 milioni di europei che tra il 6 e il 9 giugno sono andati a votare, senza saperlo, hanno partecipato a un plebiscito.
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