«No ai medici asintomatici in corsia»
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Rispunta l’idea, devastante per gli ospedali, di tenere a casa i sanitari sani ma positivi. Elena Bonetti: «Niente mascherine, purché si ripristini la puntura coatta per i camici bianchi».

Come annunciato, l’arrivo della stagione delle influenze rilancia, per il quarto anno consecutivo, il dibattito sulla gestione del Covid in comunità, patologia che per buona parte della popolazione è soltanto un raffreddore, per un’altra parte rimane invece un pericoloso killer che continua a mietere vittime.

I giornali stuzzicano sul «rebus delle mascherine» e sul «nodo dei positivi asintomatici», il ministero sta tentando di barcamenarsi nel complicato tentativo di trattare il Covid qual è, un’influenza, e allo stesso tempo non essere accusato di «sottovalutazione della minaccia», ipotesi che tanto spaventa il ministro Orazio Schillaci. Il risultato è una confusione gestionale che rischia di ricadere proprio sui servizi di base.

A seguito dell’incontro con le Regioni, il ministero della Salute dovrebbe emanare una circolare per regolamentare l’accesso dei positivi asintomatici nelle strutture sanitarie e negli istituti scolastici. Negli ospedali, sono due le opzioni sul tavolo: o dislocare temporaneamente i medici asintomatici in altri reparti, non a contatto con i pazienti, oppure farli stare a casa. Un errore, quest’ultimo, già commesso in pandemia, quando i dottori finivano per favorire ancor più la diffusione del virus portandolo a casa, primo setting di contagio. L’ipotesi, che secondo le indiscrezioni sarebbe appoggiata dalla Regione Lombardia, non tiene inoltre conto del fatto che se davvero i medici positivi fossero messi in malattia anche se asintomatici, gli ospedali entrerebbero in affanno per carenza di personale, con il rischio che, per risolvere il problema, si finisca per presentare nuovamente la vexata quaestio dell’obbligo di vaccino (che non protegge dal contagio). Questione riproposta, per inciso, dalla senatrice Elena Bonetti, appena uscita da Italia viva, che in un’interrogazione rivolta al governo tre giorni fa, ha sollecitato la revoca dell’ordinanza che impone l’obbligo di indossare mascherine ai medici che lavorano con i pazienti fragili, chiedendo se il governo non intenda valutare, in cambio, «l’estensione dell’obbligo di vaccinazione anti Covid al personale». Ipotesi rispedita al mittente da Marcello Gemmato: «Segnalo che l’obbligo di vaccinazione anti Covid per gli esercenti le professioni sanitarie è terminato il 31 ottobre 2022, pertanto», ha ribadito il sottosegretario alla Salute, «a partire dal primo novembre 2022, la vaccinazione non è più obbligatoria in Italia».

Al Nord, dove la stagione dei raffreddori è arrivata in anticipo rispetto al resto del Paese, il vissuto sul territorio è molto diverso da quanto riportato da giornali e tv. Negli ospedali i cartelli che indicano l’obbligo di mascherina sembrano ormai residuati bellici. La scorsa settimana si sono registrati nei nosocomi di diverse regioni focolai di operatori sanitari con sintomi, ma la stragrande maggioranza si rifiuta ormai di fare il tampone. C’è inoltre una rivalutazione critica del pregresso obbligo vaccinale: è poco probabile che i dottori siano ancora disposti a sottoporvisi. L’ipotesi di mandare a casa i medici positivi asintomatici viene piuttosto letta come un tentativo di continuare gli screening sul personale, ipotesi sostenuta da alcune Regioni, meno da altre che temono l’intasamento dell’attività assistenziale, come accaduto in pandemia, quando i cluster emergevano proprio nelle strutture con personale tutto vaccinato.

Nella babele organizzativa, anche le Regioni danno il loro contributo: vorrebbero che il governo prendesse posizione sul tema per evitare che gli istituti di cura procedano in ordine sparso, come se finora non fosse mai successo. In effetti, anche nell’ultima circolare dell’8 settembre riguardo le indicazioni per l’effettuazione dei tamponi per l’accesso nelle strutture sanitarie, è stato ribadito che «resta ferma la responsabilità e la possibilità da parte del direttore sanitario della struttura o del clinico che ne ravvisi la necessità, di definire ulteriori indicazioni per l’effettuazione dei test e misure di prevenzione e protezione aggiuntive rispetto a quelle di seguito riportate».

Infine, la scuola: l’ipotesi presa in esame dal ministero è che gli studenti positivi asintomatici restino in classe, ma portino la mascherina. Rimane, nell’immaginario collettivo, la convinzione che le mascherine in comunità proteggano e qualche direttore d’istituto più zelante le vorrebbe proporre come misura preventiva a tutti gli alunni. Non è chiaro, però, come sarebbero gestiti i tamponi, posto che molte famiglie hanno smesso di testare i figli al primo raffreddore. Schillaci ha spiegato: «Stiamo lavorando con il ministero dell’Istruzione per tranquillizzare tutti. C’è stato un allarmismo forse esagerato». Per ora, l’unica indicazione data per certa è che chi ha sintomi resterà a casa. Ma non è così dalla notte dei tempi?

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