Boom di adesioni tra i lettori della «Verità», che chiedono l’istituzione di una Giornata della memoria per i massacri dei rossi.

Inviate le vostre firme a [email protected], su Twitter o su Facebook.

Quasi 500 firme in 24 ore. È il bilancio del primo giorno della campagna lanciata dalla Verità, per l’istituzione di una Giornata della memoria dedicata alle vittime del comunismo. I nostri lettori hanno risposto con solerzia, entusiasmo, convinzione. E li invitiamo a farci pervenire anche nei prossimi giorni le loro adesioni, usando gli indirizzi di posta elettronica [email protected] e [email protected], oppure inviandoci le loro missive in Piazza della Repubblica 21, 20124, Milano.

Lo spirito con il quale i nostri primi firmatari hanno sottoscritto l’iniziativa equivale a una sorta di principio di eguaglianza storica. L’idea, cioè, che non esistano vittime di serie A e vittime di serie B. E che tutte le tragedie del Novecento, incluse le stragi perpetrate da chi ha vinto la seconda guerra mondiale e ha potuto perciò scampare a lungo alla damnatio memoriae, vadano riconosciute e metabolizzate. Mai negate, mai obliterate.

«Sì, sono d’accordo. Bisogna ricordare tutte le vittime dei genocidi dei regimi rossi», ci ha scritto Pasqualino Di Pasquale da San Felice d’Ocre (L’Aquila). Gli ha fatto eco la tenerezza materna di Maria A. Miseria: «Anche questi sono figli come tanti altri!». «I crimini contro l’umanità devono smettere di avere un colore», ha commentato il lettore Giacomo Tarasco: «Devono essere tutti indagati e ugualmente ricordati».

È proprio contro la «memoria selettiva» che si è schierato Franco Tommasi, secondo il quale le rievocazioni dei vari stermini hanno oramai assunto «forme liturgiche». In questo modo, alcune ecatombi ne hanno oscurate altre, anche se quelli dei comunisti furono «stermini pianificati ed eseguiti con scientifica precisione». Antonio Godino ci ha chiesto perciò di commemorare «le vittime dei regimi comunisti, dalla Polonia a Cuba, dall’Urss alla Cina, dal Vietnam alla Cambogia, al Congo». Senza trascurare nessuno, insomma. E poi c’è chi, come Luigi Pellegrini e Armida Coltri, da Sant’Ambrogio di Valpolicella, vorrebbe addirittura che pubblicassimo qualche stralcio del Libro nero del comunismo, l’opera edita per la prima volta nel 1998, che ebbe il merito di sollevare il velo di omertà e reticenza sulle violenze e i massacri riconducibili ai vari tiranni rossi. E che smontò pure il santino costruito sulla figura di Ernesto Che Guevara, additato come l’ideatore dei campi di prigionia a Cuba e come un rivoluzionario sanguinario e feroce. Incline a celebrare l’«odio come fattore di lotta; l’odio intransigente contro il nemico, che permette all’uomo di superare le sue limitazioni naturali e lo converte in una efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere». D’altronde, è opportuno ricordare che, se con la crisi dei missili all’epoca di John Fitzgerald Kennedy e Nikita Kruscev, il mondo rischiò l’apocalisse nucleare, a premere di più sul leader sovietico affinché sganciasse le testate atomiche sugli Usa, fu proprio il lodatissimo lider maximo, Fidel Castro.

In fondo, c’è un solo modo per chiudere una volta per sempre il Novecento: fare i conti con tutti i suoi orrori, senza tralasciarne nessuno, magari per motivi di opportunismo politico. I tempi sono maturi. E i morti, come diceva il poeta Thomas Stearns Eliot, sono tutti riuniti nello stesso «partito».

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