L’ossessione per la decrescita e la frugalità alimenta la moda degli arredi realizzati con vari materiali di recupero. Che spesso, però, non sono né poco costosi né più rispettosi dell’ambiente. Ma solo più snob.

Il sociologo Zygmunt Bauman ha chiamato questo tempo «modernità liquida», intendendo dire che tutte le strutture che costituivano l’esistenza si sono liquefatte. Ma, se è vero che tutto si disgrega, permettete almeno che i mobili non crollino, anzi, non ci crollino addosso. Il «mobile liquido» ci procura orrore e ce lo procura anche il fenomeno trasversale di cui è figlio, che chiameremo «baracchismo mobiliare». I suoi «mandanti morali» – per dirla alla Roberto Saviano – nonché materiali sono una sorta di santissima trinità del Male nell’arredamento. Il vultus trifrons della neoreligione del mobile «buono e giusto» comprende: a) designer innamorati del pauperismo (che però costa un occhio della testa); b) quella porzione dell’industria mobiliera che iperproduce mobili venduti a poco poiché valgono e durano poco; c) gli estremisti del do it yoursef (il fai da te) e del riciclo ad ogni costo. Grazie a questo esercito in parte in buona fede, in parte no, il mobile sta abbandonando il suo canonico significato di «suppellettile d’arredamento» che completa la casa, per acquisire quello di «accrocchio che non si tiene in piedi nemmeno per miracolo», e potrebbe stanziare giusto in una favela.

Chi vive nella precarietà di una favela vera sogna case e mobili nuovi, eleganti, massicci. Noi occidentali, invece, da qualche tempo umiliamo i nostri interni con arredi fatiscenti gettando via un passato di tradizione mobiliare gloriosa.

La regola costruttiva del mobile è sempre stata la sua resistenza. Perciò i materiali elettivi erano marmo, ferro, (pensate a certi bei vecchi tavoli da caffè), e il meraviglioso legno. L’obsolescenza programmata utile a vendere e rivendere lo stesso prodotto, durando molto poco un esemplare, non era prevista. Ora, invece, si esalta il mobile di cartone, e non per la casa delle bambole. Immensamente amato dai designer più à la page, materiale icona di un anticonsumismo più gridato che reale, il cartone trasformato in mobile occhieggia da dovunque. Ha ragion d’essere come fugace arredo di temporary store o come home staging (la messa in scena di un immobile in vendita). Ma molti designer realizzano sedie, divani, librerie, letti, tavoli di cartone per l’uso quotidiano. E il Web pullula di tutorial, indirizzati ai fanatici del fai da te, che spiegano come ricreare qualsiasi mobile in cartone. A niente servono le obiezioni estetiche, frivole ma legittime, sulla noia causata dal monocolore marroncino. Né sono utili altri rilievi, ansiosi ma ragionevoli, sul fatto che il cartone può prendere fuoco, inumidirsi se si bagna e sfondarsi se ci si poggia su un grosso oggetto di marmo di quelli antichi, belli, che pesano un quintale.

Non servono neppure osservazioni ancora più ansiose, tipo che – in caso di un assalto alla casa tipo quelli che si vedono nei thriller e negli horror americani – un mobile di legno massiccio spinto dietro la porta può bloccarla, uno di cartone, che pesa cinque chili, proprio no.

Ma le osservazioni da fare su questa nuova moda dell’arredo sono parecchie. Riciclare cartone assemblando mobili – al di là della retorica sulla frugalità che oggi va per la maggiore – non è un’alternativa al consumismo. Occorrerebbe, in realtà, produrre meno e realizzare prodotti più durevoli. La raccolta differenziata, poi, opera un riciclo molto più efficace dell’azione del singolo che si metta a costruire «librerie» in cartone raccattando scatoloni usati dai secchioni. Inoltre, spesso il cartone per mobili di fattura industriale non è riciclato, ma appositamente realizzato. Lo stesso discorso vale per le cassette della frutta e del vino, usate come moduli da unire per creare scaffali da stoccaggio di libri, scarpe, cibi e così via (le ante sono inutili nella domus concepita come catapecchia).

I due tipi di cassette sono stati, insieme ai bancali (i pallet), i primi materiali feticcio del mobile autoprodotto. Bastava andare dal fruttivendolo o in enoteca a elemosinare cassette, o fregare i bancali fuori da un Trony, ed assemblare. Ma, fiutata la nuova moda, subito sono arrivati sul mercato cassette e bancali per farsi i mobili da soli. Su Amazon un pallet nuovo costa 35 euro e 85,90 euro il set di cuscini da porci sopra. Ma può uno schifezzone in legno tenero e grezzo, assemblato alla carlona, sostituire un divano vero? No, da nessun punto di vista. Questi sono i «mobili liquidi» caratterizzati da una precarietà inquietante. Un tempo, la rottura del mobile era l’eccezione e non la regola. Era un’eventualità determinata dall’uso, perché i mobili in legno e di fattura sono come i carabinieri: fedeli nei secoli alla funzione per cui nascono. Ossia sostenere le attività dell’uomo e le sue cose.

Il mobile concepito prima del «baracchismo» era possente e pesante. Un armadio era più o meno per la vita. Ma anche una madia. Una sedia a dondolo. Il pericolo dei mobili in legno erano i tarli. Evitabili con una corretta manutenzione. E tra gli artigiani spopolava il falegname, figura professionale ora rarissima rispetto al passato. Anche il Touring club, descrivendo la biblioteca nazionale Braidense di Milano, fondata nel 1770, celebra le sue belle librerie antiche. Perché oggi, in un mondo invaso da librerie Billy dell’Ikea coi ripiani che prima o poi si inarcano, un sostegno per i libri ligneo, monumentale e resistente è una notizia.

Il colosso svedese Ikea è, appunto, uno dei protagonisti della concezione iperindustriale del mobilio domestico, abbellito, però, dall’allure da mobile di design che ne rende il catalogo irresistibile. Fu proprio l’Ikea, nata nel 1943, a sostituire a un certo punto, nella maggioranza del suo mobilio in catalogo, il legno con il truciolato. Era il 1968, cinquant’anni fa. Il truciolato, ensemble di residui della lavorazione del legno mescolato a colle e compattato, ha sostituito la canonica, bellissima tavola di legno che derivava direttamente dal taglio dei tronchi d’albero. Di abete, faggio o i preziosi olivo e castagno. Sigillato tra due strati melamminici a mo’ di panino, il truciolato è il materiale principale di cui sono fatti la maggior parte dei mobili contemporanei. L’impiallacciatura, quando non è colorata, replica graficamente colori e venature del legno. Non solo l’Ikea usa truciolare impiallacciato. Lo fanno molte aziende mobiliere italiane e straniere e spesso questi mobili a durata determinata sono venduti in kit da montare da sé, com’è per l’Ikea. L’arredamento a basso costo e automontaggio ha soppiantato il ricorso al mobiliere professionista o al falegname.

Va anche annotato che esiste una produzione di mobili in truciolato di qualità, o di mobili in plastica, si pensi al catalogo dell’italiana Kartell. Sono, questi ultimi, i mobili del futuro che del mobile del passato portano con sé la bellezza estetica e l’idea di durata nel tempo. Questi arredi non seguono la tendenza imposta dai nuovi designer, che propongono mensole di legno da fissare al muro appendendo su due chiodi le corde che spuntano da quattro fori laterali. Praticamente una specie di altalena a muro, se ci si sbatte contro, distrattamente, la mensola si sposta e casca tutto.

Scrisse Mario Praz: «Questo e non altro è, nella sua ragione più profonda, la casa: una proiezione dell’io; e l’arredamento non è che una forma indiretta del culto dell’io». Si arreda come si è, quindi. E se uno arreda casa propria come una baracca…

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