«La sua banda mi ha rovinato. Vergogna la Salis impunita»
Ilaria Salis e László Dudog (in foto piccola) Ansa
  • Parla il militante di destra aggredito a Budapest insieme alla sua fidanzata dalla «banda del martello»: «Ci hanno assaltato in otto, colpendoci alle spalle. A distanza di anni mi fanno ancora male tutte le ossa».
  • Le defezioni maggiori nelle rappresentanze degli altri Paesi. Forza Italia si difende. Tra le file della Lega manca il voto di Patriciello, ex azzurro, che quel giorno era malato.

Lo speciale contiene due articoli.

László Dudog è una delle vittime ungheresi della «banda del martello», l’organizzazione antifa che gira per l’Europa dando la caccia ai fascisti o presunti tali. Il gruppo, nato a Dresda, quella che prima della caduta del muro era la Germania Est, ha iniziato a compiere i primi raid nel 2018. A guidarla Lina Engel, arrestata il 5 novembre del 2020 e condannata a cinque anni e tre mesi di carcere per numerose aggressioni contro attivisti di destra. Nonostante l’arresto della sua leader, la «banda del martello», che prende il nome dall’arma che predilige usare, ha continuato ad agire, spesso indisturbata.

Tra le sue vittime, anche Dudog. È suo il volto massacrato che viene mostrato quando si parla della «banda» e del caso Ilaria Salis, accusata dalle autorità ungheresi di aver partecipato ai raid, sempre del 10 febbraio, contro Zoltan Toth, Robert Fischer e Sabine Brinckmann. László, che non fa mistero del suo credo politico (suona anche in un gruppo di skinhead), viene attaccato il 10 febbraio del 2023 mentre si trova a Budapest, dopo che ha partecipato al Giorno dell’onore per commemorare i soldati ungheresi e tedeschi caduti durante la Seconda guerra mondiale. Quando viene aggredito, László sta tornando a casa insieme alla sua ragazza, colpita alle gambe probabilmente con un punteruolo. In un attimo la «banda» gli è addosso. Sono 30 secondi infernali. Botte, soprattutto alla testa. Gli spaccano la mascella e ha ematomi ovunque. Viene ricoperto di spray urticante. In pochi istanti perde conoscenza e il dolore per quelle ferite lo accompagna ancora oggi, come racconta alla Verità: «Ci hanno attaccato alle spalle in otto e, mentre la mia ragazza era a terra, le hanno gettato addosso anche una sorta di liquido infiammabile».

László viene colpito alla testa con un manganello retrattile, la «vipera», come viene chiamato in Ungheria. Lo stesso modello che verrà trovato l’11 febbraio, il giorno dopo l’aggressione a Dudog, sul taxi su cui si trovava la Salis. «Vipera», come il titolo del libro scritto dall’europarlamentare di Avs. Dopo i primi colpi, l’attivista di ultradestra crolla. La gente attorno a lui è sgomenta di fronte al raid. Parleranno solo davanti alle autorità per raccontare l’accaduto e per spiegare a László cosa è successo. «Le ferite» – prosegue il suo racconto alla Verità – «mi hanno accompagnato per mesi. Mi hanno disintegrato lo zigomo e ancora oggi, a distanza di un anno e mezzo, non riesco a sentire il lato sinistro del volto».

Il caso Salis è ovviamente caldo in Ungheria e, ancor di più, per Dudog, rimasto esterrefatto di fronte alla decisione dell’Eurocamera nei confronti della parlamentare italiana di sinistra: «Purtroppo è piuttosto triste che le persone possano nascondersi dietro l’immunità parlamentare. Commettono atti molto gravi e si affrettano a ottenere l’immunità», commenta László che, però, è deciso a dare battaglia per avere quella giustizia che, dice, gli è stata negata: «farò qualcosa e mi precipiterò al Parlamento europeo. Non sono d’accordo con questa decisione».

Quando gli chiediamo cosa pensa della Salis, che ha parlato di vittoria dell’antifascismo, Dudog risponde in modo secco: «Non ho parole». Teme che questo caso non arriverà mai realmente a una fine e, sostiene, non verrà mai fatta giustizia. «A dire il vero, purtroppo non credo che gli antifa che hanno aggredito me, la mia ragazza e le altre persone in Ungheria riceveranno una punizione severa. Ritengo che il mio caso, e anche quello degli altri, dovrebbe essere considerato come tentato omicidio». Così però ora non è. Anche se László – e non poteva essere diversamente – ha un pensiero chiaro sugli antifa: «Vogliono imporci la loro ideologia di sinistra. Agli antifascisti non sarà permesso di scatenarsi per le strade di Budapest. Non hanno nulla a che fare con il nostro Paese. Non possono picchiare qualcuno per via del suo abbigliamento solamente perché è di destra. C’è un bel detto: non si scherza con gli ungheresi, altrimenti ve ne pentirete».

(Ha collaborato Paolo Di Carlo)

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