Sono ottimi i dati economici che stanno interessando il Regno Unito. Secondo quanto rivelato ieri dall’Office for national statistics (Ons), il numero delle buste paga nel Paese è tornato ai livelli pre pandemici. In particolare, tra luglio e agosto, il numero è aumentato di 241.000 unità, raggiungendo quota 29,1 milioni: una cifra di poco superiore a quella registrata prima dello scoppio della pandemia, nel marzo del 2020. Non solo. L’Ons ha infatti anche riferito che il numero di posti di lavoro disponibili è salito di 249.000 unità tra giugno e agosto (un incremento, cioè, pari al 35%), superando per la prima volta la soglia del milione e arrivando – per l’esattezza – a quota 1,034 milioni. «Il rischio più grande che stiamo affrontando ora è che non abbiamo abbastanza lavoratori piuttosto che non abbastanza posti di lavoro», ha significativamente dichiarato il direttore dell’Institute for employment studies, Tony Wilson, al Financial Times.
L’Ons ha inoltre rilevato che il tasso complessivo di disoccupazione è sceso dello 0,3% a luglio, attestandosi così al 4,6%. Il tasso di occupazione, dall’altra parte, è invece aumentato dello 0,5%, arrivando al 75,2% (lievemente sotto, in questo caso, ai livelli antecedenti alla pandemia). Secondo Bloomberg Economics, questi dati evidenziano che l’economia britannica sarà probabilmente in grado di assorbire gran parte degli 1,6 milioni di lavoratori attualmente in aspettativa. Una situazione che potrebbe consentire alla Banca d’Inghilterra di aumentare i tassi di interesse il prossimo anno. Secondo Kitty Ussher, capo economista presso l’Institute of directors, «l’economia è ora ben preparata per la fine dell’aspettativa». «La sfida del governo», ha aggiunto, «è quella di passare dalle parole ai fatti e dimostrare in pratica come possiamo riempire i posti vacanti investendo nella nostra forza lavoro domestica in un mondo post Brexit». Il Guardian ha inoltre riferito che alcuni gruppi di pressione stanno cercando di ottenere regole migratorie più flessibili, «per consentire alle aziende di assumere più personale dall’Ue». Insomma, il quadro generale appare tutt’altro che negativo. Il che stride, ancora una volta, con quelle cassandre che in passato avevano preconizzato disastri e apocalissi per il Regno Unito dopo il suo addio all’Unione europea.
In realtà, sembra proprio che i fatti stiano evidenziando qualcosa di profondamente diverso. E non facciamo esclusivamente riferimento ai dati diffusi ieri. Londra aveva del resto già dimostrato, a inizio anno, di essere decisamente avanti sul fronte dell’approvvigionamento vaccinale: una situazione in netto contrasto con le lungaggini e i forti limiti che caratterizzarono invece l’operato della Commissione europea. Ricordiamo che, per molti mesi, il Regno Unito è stato tra i Paesi con la campagna vaccinale più progredita al mondo.
Ora, i buoni risultati economici possono rappresentare un fattore di rafforzamento per la leadership di Boris Johnson, soprattutto dopo che – negli scorsi giorni – all’interno del suo stesso partito si erano registrate polemiche sull’idea – poi ritirata – di istituire un pass per accedere a locali notturni ed eventi di massa. Certo: il premier britannico ha riconosciuto ieri che il Covid-19 resta ancora un «rischio», ma ha anche voluto sottolineare i progressi compiuti dal Regno Unito rispetto all’anno scorso. Sempre ieri, inoltre, Johnson ha detto di non voler tornare a chiudere il settore notturno. Tutto questo mentre il suo governo ha significativamente frenato sull’ipotesi di nuove chiusure. «I lockdown saranno assolutamente l’ultima risorsa», ha dichiarato il sottosegretario al Vaccino contro il Covid-19, Nadhim Zahawi.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >