Mattarella «vieta» il voto e chiama Draghi
Il presidente si aggrappa al Covid per impedire il ritorno alle urne: «Nei Paesi in cui si è andati ai seggi sono aumentati i contagi». Poi evoca un «governo di alto profilo», con ampio sostegno parlamentare. L’ex numero uno della Bce convocato oggi al Quirinale.

Mario Draghi. Il nome esce quando sono da poco passate le 21.30, e non lo pronuncia Sergio Mattarella ma il suo portavoce, intervenuto poco dopo le parole del capo dello Stato. Di colpo le bizze di Renzi, i costruttori, gli europeisti, le risse sulle poltrone, sono azzerate: non lontane ma inesistenti. Il quadro politico italiano cambia in pochi secondi in modo radicale. Conte è già sparito di scena quando l’inquilino del Quirinale, ricevuto Fico, indica due opzioni e di fatto ne scarta una. Del discorso di Mattarella quasi metà è infatti destinato, preso atto del fallimento dell’esplorazione del presidente della Camera, a spiegare perché non si può votare. Piuttosto imbarazzante il passaggio in cui stabilisce un nesso tra urne aperte e innalzamento dei contagi, ma il succo è uno: niente elezioni, serve un governo «senza formula politica» retto da una «personalità di alto profilo», per il quale il capo dello Stato rivolge un appello a «tutte le forze politiche». Le generalità le declina pochi minuti dopo Giovanni Grasso: l’ex presidente della Bce è atteso stamattina alle ore 12.

Che farà il M5s? Che farà la Lega? E Fratelli d’Italia? E chi saranno i ministri? Le domande che si aprono fanno sparire settimane di interrogativi surreali sulla tenuta di Conte in Aula. L’avvocato è il passato. L’Italia si avvia verso un governo istituzionale il cui perimetro e i cui protagonisti sono da decidere in pochi giorni, forse in poche ore.

Riavvolgere il nastro è operazione poco utile ma comunque necessaria: il quadro (nero) della situazione è già chiaro a ora di pranzo, quando Renzi comunica ai suoi parlamentari che le trattative stanno andando male: «Vogliamo usare il manuale Cencelli? Benissimo, usiamolo!», dice il leader di Iv, evocando il manuale di spartizione delle poltrone che porta il nome del suo ideatore, il funzionario della Dc Massimiliano Cencelli. «Ci hanno offerto», aggiunge Renzi, «un paio di sottosegretari e un viceministro in più, tutto qui. Non posso accettare, ci facciamo una figuraccia terribile. Usiamo il Cencelli e vediamo in base al numero dei senatori quanti posti di governo ci spettano: la metà del Pd. Dem e M5s hanno detto no a Teresa Bellanova al Lavoro, no a Maria Elena Boschi, vogliono Alfonso Bonafede vicepremier, non mollano sulla Azzolina. Non cedono neanche sui temi», si duole il leader di Italia viva, «sulla Giustizia rifiutano il lodo Annibali, non aprono sul Mes, e ho anche la sensazione che il Pd voglia andare alle elezioni. Ma al voto non si andrà», rassicura Renzi, «se non troviamo l’intesa ci sarà un governo istituzionale». I parlamentari del M5s sono letteralmente furibondi con Vito Crimi: «Rischia di far saltare tutto», dice alla Verità un deputato di primissimo piano, «per difendere Bonafede e Nunzia Catalfo, due che da quando sono ministri non abbiamo mai più visto alle riunioni. E tratta per avere lui il ministero della Difesa». Alle 19.40, mentre Fico sta salendo al Quirinale, Renzi fa il punto della situazione attraverso un messaggio nella chat dei parlamentari di Iv: «Qui lo scontro è altissimo sui contenuti: dal Mes alle infrastrutture, dalla giustizia alla Torino-Lione e ovviamente sui nomi. Crimi ha detto che non intendono cedere su nessuno a cominciare da Bonafede e Azzolina. Arcuri e Parisi», aggiunge Renzi, «non si toccano. Possono sostituire la Catalfo solo se non ci va la Bellanova. E per vicepremier al momento è in ballo Fraccaro con Orlando». «Bonafede, Mes, scuola, Arcuri», scrive subito dopo Renzi su Facebook, «vaccini, Alta velocità, Anpal, reddito di cittadinanza. Su questo abbiamo registrato la rottura, non su altro. Prendiamo atto dei niet dei colleghi della ex maggioranza. Ringraziamo il presidente Fico e ci affidiamo alla saggezza del capo dello Stato».

E il capo dello Stato parla dopo le 21. Da quell’ora in poi la scena è tutta per Draghi: dal centrodestra, per ora, Salvini si limita a ricordare l’articolo 1 della Costituzione, ma possibili spaccature non possono essere escluse.

La notte porta scambi furibondi e febbricitanti: che governo sarà? Chi potrà dire no? Il centrodestra può negoziare un appoggio esterno in cambio di una data certa del voto? E i grillini seguiranno gli strali di Di Battista contro Draghi «apostolo delle élite» o le suggestioni di un Di Maio in grisaglia cui l’ex capo della Bce fece, mesi fa, una «buona impressione»? Prima di andare in stampa girano anche i primi nomi dei ministri allertati: Marta Cartabia, Paola Severino (possibile gancio proprio per l’ok dei grillini), e Fabio Panetta, già dg di Bankitalia che sarebbe in pole per l’Economia e dunque per la gestione del Recovery plan.

Quanta politica ci sarà in questo governo? Quanto ne segna piuttosto la disfatta? E quanto esso sarà un esercizio di tecnocrazia cui i partiti saranno più o meno obbligati a portare acqua indipendentemente dal mandato elettorale? La facilità di rapporti di Draghi e il prestigio con le cancellerie internazionali e le istituzioni comunitarie saranno un aiuto per l’Italia o un catalizzatore ferreo del vincolo esterno sul Paese? Mentre si muovono queste domande a meno di 10 anni dall’insediamento del governo Monti è difficile non cogliere alcune similitudini con le mosse repentine dell’allora inquilino del Colle.

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