Comunque andrà il Consiglio europeo del 27 e 28 giugno, nel corso del quale i capi di Stato e di governo dell’Unione europea potrebbero decidere il nome del prossimo presidente della Commissione, il futuro della nuova legislatura non è affatto roseo. I telefoni dei Ventisette in queste ore sono bollenti: l’unica maggioranza tecnica pronta a unirsi per riconfermare Ursula von der Leyen alla guida dell’esecutivo Ue non rappresenta le tendenze politiche registrate alle ultime elezioni europee, a giudicare dal malumore manifestato da Giorgia Meloni all’incontro a Bruxelles del 17 giugno; si tratta inoltre di una maggioranza sempre più risicata, come mostrano le ultime scosse politiche nelle famiglie del Parlamento europeo.
La prima, quella all’interno del gruppo dei macroniani di Renew Europe (il partito europeo cui aderiscono anche Matteo Renzi e Carlo Calenda), che sta registrando un’emorragia di parlamentari. Gli iniziali 80 contati all’indomani delle elezioni europee si sarebbero ridotti a 73, portando la maggioranza a sostegno (sulla carta) della presidente uscente da 406 eurodeputati (189 del Partito popolare europeo, 136 dei socialisti di S&D e, appunto, 80 di Renew) a 398, laddove per la nomina è necessario superare i 361 scranni, al netto dei franchi tiratori. Il partito dei macroniani, che alle europee del 2019 era il terzo gruppo più numeroso a Strasburgo, ha annunciato l’ingresso di un nuovo eurodeputato belga, Yvan Verougstraete, transfuga dal Ppe, ma in compenso i cinque eurodeputati del movimento europeista Volt – due olandesi e tre tedeschi – potrebbero non aderire più a Ecr e confluire invece nel gruppo dei Verdi (la decisione sarà formalizzata lunedì prossimo), a causa di incompatibilità con i liberali olandesi del Vvd, che a L’Aja siedono al governo con il leader di destra Geert Wilders.
Sarebbe un ulteriore colpo per Renew, che dopo le elezioni europee è retrocesso dietro al gruppo dei Conservatori e Riformisti europei Ecr presieduto dalla premier italiana Giorgia Meloni (che attualmente conta 83 seggi ed è terzo gruppo dietro popolari e socialisti) dopo la fuoriuscita dei sette deputati cechi del movimento Ano (Azione dei Cittadini Insoddisfatti), che da Praga hanno comunicato di voler abbandonare Renew per incompatibilità di posizioni. «Siamo andati alle urne per lottare contro l’immigrazione clandestina e per cambiare il Green Deal, che sta distruggendo l’industria e l’agricoltura europea e ha un impatto negativo sui nostri cittadini», ha attaccato l’ex premier ceco Andrej Babis. L’opzione più verosimile è che i sette eurodeputati cechi finiscano nel gruppo dei non-iscritti, anche se Babis ha evocato la possibilità che si formi un nuovo gruppo politico (cui potrebbero confluire, eventualmente, i dieci ungheresi del partito Fidesz.
A proposito degli ungheresi, dopo mesi di corteggiamenti reciproci con Meloni, proprio il partito del premier ungherese Viktor Orbán, Fidesz appunto, ha chiuso la porta all’ingresso in Ecr. Il motivo del gran rifiuto è l’annuncio, arrivato pochi giorni fa, dell’ingresso in Ecr di cinque nuovi membri del partito romeno Alleanza per l’Unione dei Romeni (Aur), «noto per la sua estrema posizione anti-ungherese», ha rimarcato il capogruppo parlamentare di Fidesz, Máté Kocsis.
Un fulmine a ciel sereno, quello di Fidesz, dopo mesi di dialogo e un incontro tra Meloni e Orban lo scorso 17 giugno a Bruxelles, valutato dallo stesso premier ungherese come «positivo».
Fidesz, che alle elezioni europee ha conquistato dieci seggi all’Europarlamento, faceva parte del Partito popolare europeo (Ppe) ma era uscito nel 2021 per divergenze politiche. Il premier ungherese aveva anche sostenuto il Rassemblement National di Marine Le Pen, ipotizzando di costituire un gruppo unico di destra a Bruxelles, allargato a Identità e Democrazia (Id), il partito in cui siedono gli otto eurodeputati della Lega.
Con queste maggioranze ballerine, la legislatura si profila fortemente instabile: anche se la rielezione di Ursula von der Leyen andasse miracolosamente a segno, e non è ancora detto, il problema è l’attività legislativa. Gran parte delle decisioni adottate da Bruxelles sono ormai prese in codecisione, procedura in base alla quale qualsiasi azione politica può essere assunta soltanto in presenza di un accordo tra Parlamento europeo e Consiglio e a maggioranza qualificata. Nel lavoro quotidiano lo scarto di quei 40 deputati in più rispetto alla maggioranza, su cui von der Leyen ancora conta, ma soltanto per la sua rielezione, potrebbe essere molto più ampio: il rischio che l’attività legislativa si blocchi c’è, soprattutto in sessione plenaria a Strasburgo dove mancano sempre centinaia di deputati e raggiungere la maggioranza qualificata non è affatto scontato.
La prospettiva che la legislatura possa andare un po’ a vuoto è concreta, insomma, assieme a quella che, all’ultimo momento, qualcuno faccia saltare anche la rielezione di von der Leyen, come ha paventato un alto funzionario secondo alcune indiscrezioni raccolte dalla testata Politico: «In plolitica, se ti fregano non te lo dicono in anticipo».
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