L’Ue inonda di latte in polvere l’Africa e costringe gli allevatori a emigrare
Alibaba
Le multinazionali occidentali piazzano gli eccessi nel Continente nero, che ha una popolazione in crescita. Ma così facendo uccidono l’economia, spingendo i produttori locali a lasciare la loro terra e a venire da noi.

Nemmeno il latte possono più produrre i Paesi africani. Costretti a bere quello in polvere riversato al di là del Mediterraneo da multinazionali europee alla ricerca di mercati alternativi, gli agricoltori locali perdono anche questa fonte di reddito e finiscono per ingrossare le fila dei migranti economici. Come riporta Interris.it, alcune inchieste giornalistiche hanno smascherato un’altra ipocrisia delle politiche Ue di aiuti al Continente nero, perché permettono massicce esportazioni in Africa di latte in polvere e invece di aiutare le popolazioni le affamano, costringendole a scappare da terre sempre più impoverite.

Il business africano, soprattutto di colossi francesi, olandesi e danesi sarebbe iniziato dopo l’embargo russo dell’agosto 2014 nei confronti di una vasta gamma di prodotti agroalimentari dell’Unione Europea. L’abolizione nell’aprile 2015 del regime delle quote nazionali di latte avrebbe accelerato la ricerca di nuovi sbocchi, per sbarazzarsi dell’eccesso della produzione. L’Africa occidentale «con la sua popolazione in crescita e la domanda di prodotti caseari» sembrò la soluzione ideale, si legge su Politico.eu. Tra il 2011 e il 2016 le esportazioni di latte in polvere dall’Unione europea verso Senegal, Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria (e poi nei Paesi limitrofi) triplicarono, passando da 12.900 a 36.700 tonnellate. Aziende come la francese Danone, la danese Arla foods e la cooperativa casearia olandese Friesland Campina hanno creato in questi Stati impianti di ricostituzione del latte europeo, che viene venduto circa alla metà del prezzo del prodotto locale.

Il costo del latte scremato in polvere è sceso da circa 3,30 euro al chilogrammo nei primi mesi del 2014, a circa 1,70 euro nel 2016, con un ulteriore ribasso a marzo 2018 quando si arrivò a pagarlo 1,30 euro. Le multinazionali hanno acquistato anche quote di piccole aziende con numerosi stabilimenti sul territorio, diventando azioniste di maggioranza. Arla Foods aveva creato un impianto in Costa d’Avorio nel 2013 e nel 2015 altre strutture in Nigeria e Senegal. Danone nel 2013 comprò una quota del 49 per cento di Fan Milk, il principale produttore di prodotti caseari congelati con stabilimenti in sei Paesi dell’Africa occidentale, diventandone azionista di maggioranza nel 2016.

Nestlé e Friesland Campina, già presenti da decenni in Africa, prima dell’abolizione delle quote latte investirono maggiormente in nuovi impianti, documenta Politico.eu. Aggiunge: «L’analista Paul Goodison ha affermato che i caseifici europei si sono avventurati nell’Africa occidentale in previsione di un crollo dei prezzi post-quota, nella speranza di conquistare questo mercato in crescita». Nel 2014 Arla Foods comunicò ai suoi investitori che era necessario «mantenere una base stabile in Europa» e «spostare il latte verso i mercati con una forte domanda, al fine di creare una crescita redditizia». Prospettò un aumento dei suoi ricavi nelle zone sub-sahariane da 87 milioni di dollari ai 240 milioni di dollari del 2017. «Quando grandi quantitativi di latte in polvere dall’Ue vengono esportati in Africa occidentale, sono i nostri produttori a pagarne il prezzo», ha dichiarato a Politico.eu Bacar Diaw, membro di un’associazione lattiero casearia del Senegal. «Le esportazioni di latte in polvere dall’Unione europea stanno rispondendo alla domanda africana e sono state concluse da operatori privati» avrebbe replicato un portavoce della Commissione europea. Le multinazionali sostengono di lavorare con partner locali, come Danone che finanzia una fabbrica di latte in Senegal, mentre Friesland Campina e Arla collaborano con produttori lattiero-caseari nigeriani. Ma per Adama Ibrahim Diallo, presidente dei produttori di latte del Burkina Faso, sarebbe solo «un modo per apparire belli davanti all’Unione europea. Sono venuti per il business, non per aiutare i produttori».

Un anno fa, il commissario Ue per l’Agricoltura, Phil Hogan, annunciava la creazione di una task force per l’Africa occidentale, finalizzata a offrire consulenza ai governi in materia di politica agricola e per aiutare le aziende europee a investire in modo responsabile. Di fatto la sovrapproduzione europea sta uccidendo i piccoli produttori africani, che non possono competere in una concorrenza sleale. Rinunciano all’attività, tentano la fuga verso il Nord dell’Africa o l’Europa assieme a decine di migliaia di altri migranti economici. Attenzione, però, mette in guardia Diallo, gli affari alle spalle degli africani rafforzano anche il terrorismo islamico, come accade nel Sahel, vasta area che corre da Est a Ovest del continente africano, crocevia di terroristi, foreign fighter e migranti. «È la fascia dove appare più forte la trasformazione della minaccia terroristica, per la sconfitta territoriale di Daesh», aveva ribadito lo scorso ottobre il comandante generale dell’arma dei carabinieri, Giovanni Nistri, in audizione al Parlamento europeo. «Nel Sahel i figli dei pastori diventano jihadisti non per convinzione, ma perché non ci sono posti di lavoro», si è detto convinto Diallo.

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