L’Italia va al tavolo del Mes per dire «boh»
Via ai lavori per la riunione dell’Eurogruppo: Roma spedisce tecnici anziché dei politici e non è chiaro con quale mandato Bruxelles replica alla «Verità», che aveva chiesto gli atti dei meeting del 4 e 13 dicembre: e la risposta è che non esistono…

Non c’eravamo, e se c’eravamo dormivamo. È questo, in estrema sintesi, il senso della risposta fornita pochi giorni fa dal segretariato generale del Consiglio dell’Unione europea alla seconda richiesta di accesso agli atti formulata dalla Verità. Da alcuni mesi in nostro quotidiano ha ingaggiato una battaglia – civile, s’intende – con le istituzioni di Bruxelles per consultare i documenti delle riunioni dell’Eurogruppo del 4 dicembre 2019 (presente il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri) e del vertice euro del 13 dicembre (a rappresentare l’Italia il premier Giuseppe Conte). Obiettivo: conoscere la reale posizione del nostro Paese in merito alla revisione del Meccanismo europeo di stabilità. Cioè la stessa riforma che lo scorso novembre – prima di rimangiarsi platealmente le sue stesse affermazioni – l’ex deputato del Pd e oggi vice di Carlo Cottarelli presso l’Osservatorio dei conti pubblici italiani, Giampaolo Galli, definiva in audizione alla Camera un «colpo di pistola a sangue freddo alla tempia dei risparmiatori».

Oggi più che mai è importante conoscere con esattezza il ruolo assunto dall’esecutivo giallorosso in quelle sedi, dal momento che in queste settimane nel governo ha fatto capolino la possibilità di fare ricorso al Mes come soluzione alla crisi economica causata dall’epidemia di Covid-19.

Ma andiamo con ordine. La prima richiesta di accesso agli atti è stata depositata dalla Verità il 17 dicembre 2019. Passato circa un mese, da Bruxelles ci informavano che non era possibile ottenere le informazioni in quanto di natura «confidenziale» e «coperte dall’obbligo del segreto professionale». Siamo perciò tornati alla carica con una nuova richiesta, più estesa e dettagliata della precedente.

Non ce ne vogliano i nostri lettori se spoileriamo il finale con largo anticipo: ancora una volta le nostre istanze sono state respinte, ma sono emersi degli elementi inediti e, per certi versi, decisamente inquietanti.

Tra le righe, in più di un passaggio il segretariato scarica le responsabilità sugli altri enti coinvolti. Prima precisando che ogni richiesta di accesso agli atti pervenuta a questo ufficio viene trattata «in linea con il quadro giuridico», motivo per cui in passato «il mediatore europeo ha elogiato il Consiglio per il modo in cui ha trattato l’accesso alle richieste di documenti». Poi spiegando che, pur svolgendo funzioni di sostegno amministrativo sia all’Eurogruppo che al vertice euro, in realtà «il Consiglio non detiene tali documenti» poiché, «mentre i processi verbali sono formalmente conservati e firmati dal segretario generale del Consiglio per quanto riguarda le sessioni del Consiglio e le riunioni del Consiglio europeo […] tale disposizione non si applica alle riunioni dell’Eurogruppo […] e del vertice euro». Tutto è rimandato alle «lettere di sintesi» dell’Eurogruppo pubblicate al termine degli incontri, le quali «sono redatte sotto la responsabilità del presidente» – cioè il portoghese Mario Centeno – e che «non sono processi verbali».

Più avanti, il segretariato ci fa sapere che non è possibile fornire alcun documento che riveli la posizione dell’Italia, in quanto tale ufficio «non detiene alcun documento relativo a tali dichiarazioni o contributi concernenti le discussioni svoltesi durante le riunioni dell’Eurogruppo e del vertice euro». In definitiva, il regolamento non si attua perché il Consiglio non è in possesso delle carte, e – considerazione che ha del grottesco – non si può «obbligare un’istituzione a creare un documento (per il quale è stato chiesto l’accesso ma) che non esiste». Possibile che ci voglia un pirata munito di registratore alla Yanis Varoufakis per conoscere i contenuti di quelle riunioni?

«Non è ammissibile che non vi sia traccia di decisioni così importanti», tuona l’eurodeputato Marco Zanni, presidente di Identità e democrazia a Strasburgo. «Questo atteggiamento è inaccettabile: poche settimane fa l’Eurogruppo si compiaceva per le nuove linee guida per la trasparenza, purtroppo constatiamo che si trattava di una semplice operazione di facciata», continua Zanni, «credo che a questo punto debba intervenire il mediatore europeo, con la quale ci siamo più volte confrontati su questo punto, e se anche così non sarà fatta chiarezza, bisognerà rivolgersi direttamente alla corte di Giustizia Ue».

E c’è nebbia fitta anche sul gruppo di lavoro dell’Eurogruppo del 7 aprile prossimo. Gli «sherpa» convocati ieri e lunedì prossimo sono chiamati a prendere importanti decisioni sulla risposta europea in seguito alla pandemia. Di questo team fanno parte di diritto i membri del direttorio del Mes, e l’Italia è rappresentata dal dg del Tesoro Alessandro Rivera. Cioè un tecnico, a differenza di altri Paesi – Germania in primis – che hanno affidato tale responsabilità a figure di natura politica. Non è dato sapere i contenuti del mandato di Rivera: dirà sì o no all’uso del Mes? Oppure spingerà per i «coronabond»? Vorremmo saperlo, visto che di mezzo ci sono i risparmi di milioni di cittadini italiani. Per l’ennesima volta: la verità, vi preghiamo, sull’Eurogruppo.

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