2020-06-18
Edizione anni Sessanta del Raid motonautico Pavia-Venezia (© 2026 RAID PAVIA VENEZIA)
La gara di motonautica è nata nel 1929 su un percorso fluviale di 414 chilometri. Dai primi pionieri ai record oltre i 200 km/h di media, la storia della competizione più lunga del mondo in acque interne.
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Il fiume, al posto dell’asfalto. Il teatro, la Pianura bagnata dal Ticino e dal grande Po, fino alla Laguna veneta. Lungo i 414 chilometri di tragitto sulle acque dal 1929 si corre ancora oggi una delle più appassionanti gare di motonautica, arrivata alla sua 73ma edizione nel 2026. Il Raid Pavia-Venezia è anche la competizione più lunga del mondo in acque interne.
Era il 9 giugno 1929 quando lungo le sponde del Ticino di fronte alla Società Canottieri Pavia si riunì una folla di curiosi e appassionati, attratti dall’iniziativa di cimento nautico promossa dall’ingegnere napoletano Vincenzo Balsamo, appassionato di motonautica. Sul pelo dell’acqua, 24 barche a motore di vario tipo e configurazione, entro e fuoribordo. I piloti e i motoristi erano tutti dilettanti appassionati, molti dei quali soci della Lega Navale di Milano. Il via di primo mattino, per evitare il buio nell’ultima parte del tragitto che avrebbe costretto a sospendere la gara fino al giorno successivo. Scomparse alla vista degli spettatori pavesi tra le scie e il fumo dei motori, i natanti fecero tappe cronometrate lungo un percorso che toccava il Ponte della Becca sul Ticino, Piacenza, L’Isola Serafini, Cremona, Zibello, Revere, Pontelagoscuro e nell’ultimo tratto attraverso le conche della Volta Grimana e di Cavanella d’Adige fino alla Laguna e a Venezia. In 10 arrivarono al traguardo, di cui solo alcuni nella serata del 9 giugno. A vincere la prima edizione del Raid Pavia Venezia fu il pavese Ettore Negri, alla guida di un fuoribordo con motore da 644cc fabbricato negli Usa dalla Elto (l’antenata della Evinrude). Con appena 20 cv di potenza, Negri spinse il motoscafo fino a toccare la media di oltre 40 km/h fino a Cavanella Po (abbassata poi a 35 per effetto delle soste forzate alle conche) coprendo i 414 chilometri in appena 11 ore e 38 minuti. Dietro di lui Franco Mazzotti, secondo classificato in 12 ore e 22 minuti alla guida di un «cruiser» entrobordo da 80 cv, giunto quasi un’ora dopo Negri a causa dei numerosi incagliamenti dovute alle secche che penalizzavano gli scafi più grandi. Altri tre concorrenti tagliarono il traguardo prima delle 20, ora di chiusura dei controlli della prima giornata. Gli altri 5 giunsero a Venezia il giorno seguente, dopo aver passato la notte sulle rive del Po. Conclusero la gara il primo giorno anche due adolescenti su fuoribordo «piccolo» con motore Johnson da 350cc, il diciottenne Castiglioni e il sedicenne Meregatti. Poco dopo le 23.00 del secondo giorno, la gara riservò un’ulteriore sorpresa. Nella Laguna illuminata solo dal chiarore della Luna comparve il motoscafo pilotato da una donna, Franci Balboni, pioniera della motonautica al femminile. Sporca e bruciata dal sole, si unì alle celebrazioni a notte inoltrata.
Il successo e l’eco sulla stampa dell’impresa fece sì che questa diventasse un appuntamento annuale, interrotto solamente negli anni della guerra. Nelle edizioni anni Trenta diversi furono i concorrenti illustri, mentre il progresso della tecnica in campo motonautico aggiunse la categoria degli idroscivolanti, veri e propri missili lanciati sul pelo dell’acqua. I tempi di percorrenza tra le due città furono più che dimezzati a poco più di 5 ore. Anche Vito Mussolini, figlio del Duce, partecipò nel 1936 in coppia con il principe Ruspoli. Figura epica di quelle edizioni fu il conte torinese Teofilo «Theo» Rossi di Montelera, figura di gentleman aristocratico campione di bob e di motonautica (suo fu il record di velocità di 113 km/h raggiunto nel 1933 sul lago di Bracciano). La competizione riprese soltanto nel 1952 dopo la lunga parentesi bellica, con edizioni sempre più orientate alla velocità che negli anni 70-80, protagonista il padovano conte Antonio Petrobelli, campione di motonautica che nel 1984 fece registrare l’impressionante media di oltre 187 km/h che nel 1989 egli stesso superò, raggiungendo i 198,868 km/h. Petrobelli perderà la vita nelle stesse acque della Pavia-Venezia, quando durante la prova di uno scafo nel 1994 perse il controllo mentre correva ad oltre 200 km/h nei pressi di Pontelagoscuro. Aperta anche alle moto d’acqua dall’edizione 2001. Nel 2025 il muro dei 200 km/h di media è abbattuto dal campione Guido Cappellini, che vince la gara alla media di 207,260 km/h.
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Alessandro Onorato (Ansa)
Alessandro Onorato, assessore a Roma, guida il movimento snobbato da Silvia Salis e Matteo Renzi.
Il prossimo 12 giugno a Roma, nella cornice del Palazzo dei Congressi all’Eur, verrà presentato un nuovo soggetto politico, nato dall’evoluzione del «Progetto civico nazionale», l’iniziativa lanciata alla fine del 2025 dall’assessore capitolino ai Grandi aventi, Alessandro Onorato.
Non si tratta di un ennesimo cartello centrista destinato a frammentare ulteriormente il panorama politico italiano, né di una sigla di facciata per trattative parlamentari.
L’ambizione dichiarata è molto più strutturata: trasformare la fitta rete di amministratori locali tessuta in questi mesi in una forza politica organizzata e permanente, capace di far valere il proprio peso specifico all’interno del campo progressista e di imporre nell’agenda nazionale il pragmatismo di chi governa quotidianamente i territori. Il centrosinistra si troverà davanti a un interlocutore che, parlando il linguaggio dei territori, chiederà più spazio nella definizione della linea nazionale. Si tratta di un evidente salto di qualità delle liste civiche locali: la scommessa è trasformare la mobilitazione «civica» che aiuta un candidato a vincere nel suo comune, in una forza nazionale che chiede di incidere su candidature e regole della coalizione.
Bisognerebbe spendere qualche parola in più per analizzare il fenomeno civico, ma limitandoci a due titoli: le liste civiche nei Comuni hanno spesso cercato di essere una risposta alla dilagante antipolitica, depurando le questioni divisive più strettamente ideologiche con il pragmatismo del fare per affrontare i problemi; nei Comuni sotto 15.000 abitanti, stante la legge elettorale, concorrere sotto la forma civica è quasi sempre obbligatorio e, spesso, i due schieramenti di «centrodestra» e «centrosinistra» si confrontano sotto forma «civica». Ciò detto, questo tentativo, non nuovissimo in verità, presenta alcune differenze rispetto al passato, che meritano di essere sottolineate.
La prima è che l’obiettivo dell’iniziativa è quello di fornire uno spazio concreto alla possibilità di una candidatura civica in caso di primarie, rendendo il Progetto civico un attore negoziale. Non chiede solo ascolto, chiede che gli amministratori possano incidere anche quando il centrosinistra deve scegliere chi guida la coalizione, rafforzando il campo progressista, portando amministratori riconoscibili e con seguito personale contro le candidature paracadutate sui territori, imposte dai partiti: ma questa intenzione però sarà verificata valutando la qualità delle candidature che il progetto saprà esprimere. La strada maestra per questo percorso, che questo movimento ha in testa, è ovviamente quella delle primarie. Il rischio che questa operazione possa, invece, complicare le cose diventando solo una nuova sigla al tavolo delle trattative è abbastanza evidente.
La seconda è un altro fattore che sicuramente creerà problemi, e che chiama in causa il sindaco di Genova, Silvia Salis. Completamente avulsa dal percorso di Onorato, ha più volte dichiarato come intende risolvere la questione chiave per il centrosinistra, cioè decidere se la leadership si debba costruire attraverso un accordo tra soggetti politici o attraverso competizione aperta. L’assenza della Salis e dello stesso Matteo Renzi (suo mentore) all’iniziativa (a differenza di tutti gli altri leader del centrosinistra) chiarisce che loro due hanno scelto la strada che nega di fatto il ricorso alle primarie. Tutto ciò crea confusione che si aggiunge a quella già abbondantemente presente nel campo largo.
La nascita del cosiddetto partito dei sindaci, però, non sarà misurata solo dalla foto del 12 giugno ma da ciò che accadrà dopo. Se la rete degli amministratori riuscirà a portare nelle piazze una domanda riconoscibile di rappresentanza, il centrosinistra avrà un nuovo soggetto con cui fare i conti. Viceversa, se resterà una cornice di supporto, il suo peso si consumerà nella trattativa sulle prossime candidature. Pur esistendo una carta dei valori, il progetto non ha ancora un programma dettagliato con priorità e strumenti precisi. Nonostante ciò, gli organizzatori hanno affermato che tra gli obiettivi principali ci sono l’efficienza del sistema sanitario, la semplificazione burocratica e l’innovazione tecnologica. In più, l’intenzione è di puntare su questioni, come la sicurezza delle città, le piccole e medie imprese e le partite Iva, che la sinistra inspiegabilmente ha lasciato alla destra e su cui loro, invece, vogliono cambiare passo. Non si capisce perché un movimento di sindaci che pone problemi di questa natura non usi la sede ideale che è quella dell’Anci per discutere e avanzare rivendicazioni e costruisca invece appuntamenti che sono di una parte politica dimenticando che i sindaci, per loro natura, dovrebbero rappresentare tutta la loro comunità e non solo una parte.
Difficile pronosticare oggi se questo movimento avrà un futuro o se invece, come alcuni paventano, anziché avere un partito dei sindaci avremo solo dei sindaci di partito.
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Ansa
Cinque Paesi insistono per «limitare» il diritto di veto dei nuovi ingressi. E l’unanimità?
In Europa si insiste: l’obiettivo è eliminare il diritto di veto per i Paesi membri nelle materie in cui è richiesta l’unanimità. Una proposta che comincia a prendere forma perché è arrivata una richiesta ufficiale in un documento firmato da Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo.
Nel documento si legge: «L’Ue dovrebbe iniziare un approfondito dibattito sulla possibilità di limitazioni temporanee e transitorie dei diritti di voto per i nuovi Stati membri, in particolare nelle parti dell’acquis dell’Ue in cui è richiesta l’unanimità». Nel testo si fa riferimento a qualche esempio come l’allargamento, la Politica estera e di sicurezza comune e il Quadro finanziario pluriennale.
Nel documento vengono citate anche ulteriori forme di salvaguardia, tra cui una clausola di non regressione vincolante sullo Stato di diritto, che abbia conseguenze automatiche in caso di violazione; la partecipazione alla Procura europea (Eppo) come precondizione per l’adesione; l’estensione delle clausole di salvaguardia esistenti a sicurezza economica e interferenze straniere, con misure transitorie anche per Politica agricola comune e coesione; una revisione dell’articolo 7 Tue (quello che permette di privare del diritto di voto uno Stato membro che non rispetta i valori fondamentali) in modo tale che non sia più richiesta l’unanimità ma un voto a maggioranza dei 4/5; e una clausola che richiami il principio di leale cooperazione, con possibili meccanismi per affrontare possibili violazioni. «I Paesi candidati hanno bisogno di una prospettiva chiara per l’allargamento. Dobbiamo quindi mantenere lo slancio nella nostra politica di allargamento, garantendo che i negoziati di adesione conducano a risultati concreti» si spiega nel testo. «Facendo tesoro delle lezioni apprese dai precedenti cicli di allargamento, occorre una nuova prospettiva sui trattati di adesione».
La sostanza è proprio nella revisione dell’articolo 7 del Tue. Una proposta sollevata da tempo per via dell’impasse creata dal veto che l’Ungheria di Viktor Orbán aveva posto sul sostegno all’Ucraina e resa più urgente dalla necessità di velocizzare gli iter decisionali dell’Unione. Una proposta che tuttavia continua a sollevare forti dubbi perché potrebbe costringere certi Stati membri a subire decisioni che si ripercuotono nel loro diritto interno senza che i propri cittadini ne siano decisori. Potrebbe quindi inquadrarsi come una violazione del diritto di autodeterminazione dei popoli.
L’Italia si è posta fin qui con atteggiamento critico sul tema. La stessa premier Giorgia Meloni ha sollevato dubbi sul superamento del diritto di veto. «Continuiamo a difendere l’idea fondativa dell’Unione come una confederazione di Stati. Non come un superstato» ha detto poche settimane fa Nicola Procaccini, copresidente del gruppo Ecr. Completamente diversa la posizione del Pd che in una risoluzione oggi impegnerà il governo a «favorire il superamento del potere di veto e una coerente riforma dei Trattati, come richiesto dal Parlamento europeo per abolire l’unanimità nel sistema decisionale dell’Unione europea» e «rilanciare la pratica istituzionale delle cooperazioni rafforzate, per avviare da subito progetti e politiche comuni con gli Stati membri che vogliono farlo». Si tratta di due degli impegni, indirizzati al governo, presenti nella risoluzione del Partito democratico sulle comunicazioni, domani in Parlamento, della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in vista del Consiglio europeo del 18 e 19 giugno.
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