Piccolo Stato, grandi problemi. A San Marino non si respira una bella aria, e non solo per la crisi politica che rischia di far sciogliere, in queste ore, il Parlamento. Va un po’ tutto male dalle parti del Monte Titano. L’economia stenta, dopo i bagordi dei decenni scorsi che hanno trasformato l’enclave in un paradiso offshore a uso e consumo degli evasori italiani ed europei, e arranca anche il settore della giustizia.
Il 10 ottobre prossimo si aprirà il processo d’appello sul «Conto Mazzini», dal nome di un’anagrafica fittizia gestita da un dirigente della Banca commerciale che veniva utilizzata per aprire libretti al portatore (ribattezzati «Ciao Ciao», «Arrivederci», e «Giuseppe Mazzini», appunto) su cui versare i soldi delle mazzette incassate dai politici. Processo in cui sono coinvolti gli alti papaveri della vecchia nomenklatura locale, tra cui otto ex ministri. Tutti tranne uno che, fino al 2015, era considerato un «intoccabile», anzi l’«intoccabile» per eccellenza tra i potentissimi di San Marino: Gabriele Gatti. Ex Capitano reggente (l’equivalente del Capo dello Stato) e per 16 anni ministro degli Esteri e delle Finanze, e uomo forte della Dc sammarinese, soprannominato nell’ambiente l’Andreotti del Monte Titano.
In quell’anno, finisce nel minuscolo carcere di Cappuccini con l’accusa di associazione per delinquere, corruzione e riciclaggio. A metterlo in galera è il magistrato Alberto Buriani con l’accusa di aver lucrato sull’assegnazione delle licenze bancarie e su una vecchia speculazione da sessanta miliardi di lire sui terreni dove fu poi costruito il centro servizi che ospita anche il tribunale. Nelle mani del pm Buriani, che a San Marino assume il nome di Commissario della legge, ci sono anche tre registrazioni in cui Gatti e altri uomini politici del posto (tra questi pure Giuseppe Roberti, già coinvolto nel «Conto Mazzini») parlano di una «strategia della mistificazione» – scrive Buriani – finalizzata a screditare gli inquirenti e ad azzoppare l’inchiesta. Da un anno però il processo non parte. Nell’agosto 2018, Gatti è stato rinviato a giudizio con un sostanzioso «sconto» sui capi d’imputazione: archiviate per prescrizione l’accusa di associazione per delinquere e corruzione. Resta a giudizio per riciclaggio, e se i tempi si allungassero ulteriormente (i fatti contestati abbracciano un arco temporale che va dal 1999 al 2015) tutto potrebbe chiudersi in una bolla di sapone per l’ex Capo di Stato. Una circostanza che il quotidiano online L’Informazione di San Marino collega a un rinnovato attivismo di Gatti. «L’ex Segretario agli Esteri, infatti, pare stia pianificando un suo rientro in grande stile, magari non direttamente, ma manovrando da dietro le quinte singoli esponenti politici, partiti o movimenti, che si siano resi disponibili a seguirne le strategie stando “a sentire” le sue indicazioni», scrive il giornale. «Ad affermarlo, appunto, è lo stesso Gatti, a quanto pare con più di un interlocutore, con cui ha vantato la possibilità di mettere in campo le proprie influenze non solo sulla politica, ma anche in Banca Centrale e persino su una parte del tribunale». È vero? Contattato dalla Verità, il diretto interessato smentisce: «Se c’è una cosa lungi da me, è proprio la politica. Non solo non penso a un ritorno, ma non penso nemmeno più alla politica. A San Marino il mio nome fa ancora notizia, e quando c’è qualcosa di particolare parlano sempre di me».
Intanto, però, l’ex Capo di Stato ha deciso di denunciare il suo accusatore, Alberto Buriani. Titolare, peraltro, anche del fascicolo sull’ex sottosegretario del Pd, Sandro Gozi, indagato per una consulenza contestata da 120.000 euro firmata con la Banca centrale di San Marino. Buriani è attualmente sott’inchiesta non solo per l’esposto del suo imputato, ma anche per quello dell’ex dirigente del Tribunale, Valeria Pierfelici. Circostanza inedita, quella di un giudice indagato, non prevista dai padri costituenti che si sono dimenticati, diciamo così, di inserire una norma che consenta a un magistrato di valutare l’operato di un suo collega. Dunque, se Buriani – che nel frattempo ha lasciato l’attività inquirente per diventare giudicante di primo grado – fosse rinviato a giudizio, nessuno potrebbe processarlo. Per aggirare il problema, il Collegio garante, una sorta di Corte Costituzionale sammarinese, ha stabilito che il Parlamento entro tre mesi nomini un organo sovraordinato che si occupi del cortocircuito normativo. Finché però il Governo non avrà risolto il buco di bilancio che sta affossando i conti pubblici – e quelli del sistema bancario – difficile che qualcosa accada.
A fronte di un bilancio dello Stato di 600 milioni di euro, il deficit è di quasi un miliardo. Fino a una decina di anni fa, in una piccola repubblica di 33.000 abitanti, c’erano 12 istituti di credito e ben sessanta finanziarie. Oggi, in attività sono rimaste quattro banche, e tre di queste sono in perdita. L’ultima a essere messa in liquidazione è stata la «Asset Banca», confluita nella Cassa di risparmio di San Marino, il buco nero del sistema creditizio statale che nazionalizza le perdite aggravando il deficit e trasformando lo Stato del Titano in un gigante dai piedi d’argilla.
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