Con le leggi cambiate a colpi di «Faq» sembrano tornati i tempi di Giuseppi
Le «risposte alle domande frequenti» pubblicate via Web sono diventate il modo con cui il governo modifica l’interpretazione di un provvedimento. Ma così, come nel caso del green pass, si creano precedenti pericolosi.

Faq intese come «frequently asked questions» ma anche come «fino a quando» (il governo abuserà della nostra pazienza?). Se non parlassimo di cose maledettamente serie, infatti, ci sarebbe da ridere dell’idea stessa di leggere le Faq, semplicemente inimmaginabili come fonti del diritto, e di scoprire che attraverso di esse qualcuno ha pensato di cambiare il contenuto normativo di un decreto. Eppure siamo arrivati a questo punto, nell’estate italiana del 2021.

Quando questo giornale, in tutt’altro contesto politico, pose il tema ai tempi di Giuseppe Conte e Rocco Casalino, mise la questione esattamente in questi termini: una volta che uno sbrego al diritto avviene (si pensi, anche allora, alle faq, e ancor più all’uso e all’abuso dei Dpcm), ci sono forti probabilità che chi verrà dopo pensi di potersi permettere gli stessi comportamenti.

In teoria il governo guidato da Mario Draghi aveva fatto un non irrilevante passo in avanti nella direzione di binari costituzionali più corretti: abbandonare i Dpcm e ricorrere ai decreti-legge, che – com’è noto – entrano in vigore immediatamente ma passano comunque al vaglio del Parlamento per essere modificati e trasformati in legge entro 60 giorni (tecnicamente, si parla di «conversione in legge»).

Ma dove sta il pasticcio, anche con questo esecutivo e con il metodo dei decreti-legge? Il fatto è che il Parlamento, com’è sua prerogativa costituzionale, si prende 60 giorni per esaminare un dl. Morale: in caso di marchiano errore nel testo varato dal decreto, una eventuale buona modifica introdotta dalle Camere sarà operativa soltanto dopo due mesi, e cioè spesso – per così dire – «a babbo morto», a danno già ampiamente avvenuto.

E allora come si doveva e poteva evitare questo genere di inconvenienti? O varando subito un nuovo e ulteriore decreto-legge, con norme corrette, e in quel caso a loro volta immediatamente in vigore. Oppure, politicamente, con un impegno della maggioranza (governo e Parlamento) a chiedere alle Camere un esame ultrarapido di alcuni decreti: usando, per dire, soltanto 15 giorni e non 60. Oppure, sempre per via politica (lo propose a suo tempo l’onorevole Claudio Borghi, ma perfino un pezzo di centrodestra gli disse di no), attraverso forme di coinvolgimento maggiore e anticipato delle Camere, anche al di là delle previsioni costituzionali.

Non essendo stata messa in campo nessuna di queste reti protettive, si rischia di procedere per sotterfugi, o comunque con mezzi discutibili e surrettizi. E a qualcuno può perfino venire in mente di usare l’escamotage delle faq.

Si pensi alla surreale vicenda del greenpass e del suo uso (sì o no?) nelle mense aziendali. Al momento del varo del decreto-legge, l’interpretazione pressoché unanime data al testo fu quella che escludeva l’obbligatorietà del green pass in quei contesti. Giusto o sbagliato che fosse, così tutti lessero la norma: e non a caso sia i favorevoli sia i contrari agli eccessi del green pass rimarcarono la contraddizione rispetto ai ristoranti ordinari, dove (per i tavoli interni) l’esibizione del Qr code apparve subito obbligatoria.

Ma – lo ripetiamo ancora – quella fu l’interpretazione. Così lesse la norma anche la Regione Piemonte. E quando, come si sa, l’azienda Hanon System di Campiglione Fenile (Torino) diede un’interpretazione diversa, scattò la prevedibile reazione sindacale, con relativa minaccia di sciopero: e si sarebbe trattato della prima agitazione contro l’obbligatorietà del green pass. E non a caso, il 13 agosto, allineandosi all’interpretazione pressoché unanime, la stessa azienda ha provveduto a smentire l’obbligatorietà della carta verde in mensa, con ciò ottenendo anche di scongiurare lo sciopero.

Ma qui il merito conta fino a un certo punto: anzi, il lettore – per un istante – dimentichi la sua valutazione nel merito, se cioè secondo lui avesse ragione l’azienda in prima battuta o se avessero ragione i lavoratori. Il punto è di forma e di metodo: c’è una norma, interpretata praticamente da tutti nel segno della non obbligatorietà del green pass, e non si può capovolgerla a piacimento. E invece? E invece ecco arrivare, nel weekend di Ferragosto, nientemeno che un aggiornamento delle faq da parte di Palazzo Chigi. Come se l’imposizione di una regola di segno opposto rispetto al testo del decreto potesse avvenire per questa via, semplicemente aggiornando una pagina Internet.

Ci sarà da sorridere (amaramente) la prossima volta che sentiremo parlare di «centralità del Parlamento» e di «rispetto di norme e procedure». Così come rischiano di apparire surreali le stesse contestazioni che la Presidenza della Repubblica ha recentemente inviato a governo e Parlamento rispetto ai decreti cosiddetti «omnibus», e cioè alla criticabilissima tendenza a infarcire i provvedimenti d’urgenza con una eterogenea molteplicità di questioni tra loro diverse (e magari nemmeno urgenti, come invece un decreto-legge imporrebbe). Ma, anomalia per anomalia, almeno quelle norme sono comunque entrate nel decreto, e saranno in ogni caso sottoposte al vaglio parlamentare, nei 60 giorni di cui si diceva prima. Al contrario, con il giochino delle faq, tutto avviene in modo assolutamente informale, svicolando rispetto a qualunque regola sulle fonti del diritto e sulla loro gerarchia. Dovevano arrivare i «competenti» per inventare la produzione normativa affidata ai webmaster?

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