Le virtù della cotogna, frutto ideale per le diete
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  • Non è né una mela né una pera, anche se può ricordarle entrambe. Di origine antichissima, al suo interno ci sono pochissimi zuccheri: perfetta per tenere la glicemia sotto controllo
  • Il fabbricante di confetture Andrea Petrò : «Si può accompagnare a cibi salati, come i panini con gli affettati, e piace ai bambini. Anticamente era prescritta contro le gastriti»

Lo speciale contiene due articoli

Che differenza c’è tra mela e pera cotogna? Nessuna. Sia quella che chiamiamo mela cotogna, sia quella che chiamiamo pera cotogna sono lo stesso frutto dello stesso albero, il cotogno (Cydonia oblonga), albero da frutto della Famiglia delle Rosacee, sottofamiglia Amygdaloideae, genere Cydonia, per la precisione unica specie di questo genere perché altre specie che in passato ne facevano parte sono poi state attribuite ad altri generi, come il cotogno cinese, oggi Pseudocydonia (il suo nome botanico è Pseudocydonia sinensis), e altre specie che oggi appartengono al genere Chaenomeles. Entrambe, poi, sia quella che chiamiamo pera cotogna e quella che chiamiamo mela cotogna, in realtà sono un unico frutto di nome cotogna. Si potrebbe obiettare: «E allora perché le chiamiamo così? E perché delle cotogne somigliano a mele e delle altre a pere?». Assodato che mele e pere non sono, le cotogne presentano diverse varietà e a seconda della varietà possono avere anche forma di mela o di pera. Abbiamo cinque sottospecie di cotogne e tre di esse fanno riferimento proprio alla forma a mela o a pera: Maliformis, ossia a forma di mela, Pyriformis, cioè a forma di pera, e Lusitanica, anch’essa a forma di pera, poi ci sono le due sottospecie ornamentali Marmorata e Pyramidalis. Del tipo maliforme fanno parte varietà come Del Portogallo, Mollesca, Champion, Ronda, Maliforme Tencara, del piriforme Di Bazine, Gigante di Vrania, Lescovatz, Di Smirne.

Il cotogno con le sue cotogne può essere sconosciuto a molti, oggi, ma invece è uno dei primi alberi da frutto maneggiato dall’uomo. La settimana scorsa abbiamo visto come la birra fosse nota già in area mesopotamica presso i popoli antichi che la abitavano. Stessa cosa vale pare per il cotogno, che risulta già coltivato dai Babilonesi in area mesopotamica circa 2000 anni fa, era poi noto presso i Greci, per i quali era il frutto sacro consacrato ad Afrodite, e presso i Romani. I Romani hanno avuto uno stretto rapporto con la cotogna: la troviamo citata da grandi autori come Virgilio, Catone e Plinio. Ed è grazie ai Romani che questo frutto si diffonde in tutta Europa, i nostri facevano arrivare carichi di cotogne da una città dell’isola di Creta, Cidone, toponimo forse alla base del nome botanico dell’albero. Si tratta di un bell’albero, a foglie caduche, cioè che in autunno cadono, e latifoglie, cioè con foglie a lamina ampia rispetto all’aghifoglie che le ha ad aghi: lunghe dai 6 agli 11 cm, sono anche pubescenti cioè ricoperte di leggera peluria. Raggiunge gli 8 m di altezza e vive bene anche in terreni poveri, basta che siano ben idratati, mentre non ama il terreno eccessivamente calcareo. I fiori del cotogno hanno cinque petali e fioriscono tra aprile e maggio. Poi, proprio in questo periodo autunnale, arriva il frutto, la cotogna. Un pomo di dimensioni irregolari, rispetto ad altri frutti, per lo più maliforme e piriforme, con buccia anch’essa pelosa che però a maturazione completa vede una diminuzione, di colore giallo quasi dorato. Dicevamo, proprio in questo periodo: le cotogne si raccolgono a fine ottobre, inizio novembre. La polpa del frutto è dura e di solito la cotogna non si mangia cruda, come invece facciamo di norma con pere e mele vere e proprie, a meno che non sia molto molto matura. La cotogna non è molto dolce, anzi, è astringente, ha un bel profumo caratteristico e contiene molto tannino. La polpa di cotogna si presta a preparare buone e salubri confetture e gelatine, anche miste, mostarde, cotognate, ci si preparano anche aceti, sidri e grappe, ma si usa anche a tocchi, tipo patata o mela, cotta accanto alle carni. La cotogna appartiene alla categoria della frutta, però di quella più dietetica. Pensate che un etto di cotogna presenta soltanto 26 calorie. Abbiamo 84,3 g di acqua e al contempo pochissimi zuccheri, solo 6,3 g (100 g di cachi, per fare un paragone, ne presentano 16), poi 0,3 g di proteine, 0,1 g di lipidi e 5,9 g di fibra, di cui 1,41 g di fibra solubile e 4,51 g di fibra insolubile (il cachi ne ha 2,53 g totali, di cui 0,10 g di fibra solubile e 2,43 g di fibra insolubile). Poi abbiamo vitamine, come la B1, 0,08 mg, B2, 0,15 mg, B3, 2,2 mg, 5 µg di vitamina A (retinolo equivalente), poi i sali minerali, come 4 mg di calcio e 0,1 mg di ferro. Un apporto veramente importante della cotogna è rappresentato dalle fibre e in particolare da una di esse, la pectina che è una fibra alimentare solubile con proprietà gelatinizzanti e addensanti. La pectina aiuta la motilità intestinale ed è quindi di aiuto per chi soffre di stitichezza e agisce da «balsamo» per una motilità intestinale virtuosa in chi non ne soffre. La pectina aiuta anche la problematica contraria alla stipsi, ossia la diarrea. In questo caso addensa le feci, nel caso della stitichezza, opportunamente idratata (bere sempre tanto quando si mangiano cibi con tante fibre), aumenta la massa fecale, rilassa e distende le pareti intestinali e favorisce peristalsi e motilià intestinale. Essa funge, quindi, da regolatore intestinale nel caso di entrambi i suoi squilibri. La pectina controlla anche la glicemia e la colesterolemia: essa ingloba zuccheri e acidi biliari e li trasporta verso l’eliminazione fecale. La conseguenza, per quanto riguarda il colesterolo, è che vengono prodotti nuovi acidi biliari partendo dal colesterolo sottratto al circolo ematico, aumentando il colesterolo HDL (cosiddetto colesterolo buono) e diminuendo il colesterolo LDL (cosiddetto colesterolo cattivo). Consumare cotogna aiuta a prevenire gli eccessi di zuccheri e grassi e, tramite questa prevenzione, questo frutto si configura anche come preventivo delle malattie cardiovascolari. La cotogna ha anche PH basico, che abbassando l’acidità gastrica ne tampona eventuali eccessi (come il cachi, per continuare il nostro paragone con un frutto altrettanto autunnale). Contiene poi acido malico, che ha effetto digestivo. La cotogna, tramite la pectina, ha anche effetto probiotico. Il microbiota intestinale, anche conosciuto come flora intestinale, è l’insieme di microrganismi e batteri che si trovano all’interno del nostro intestino e che garantiscono il corretto funzionamento del nostro organismo. I probiotici sono microrganismi del tratto intestinale, come batteri (Bifidobatteri e Lattobacilli) o lieviti, che svolgono la funzione di mantenere le pareti intestinali in salute, anche contrastando microrganismi patogeni oppure gli effetti negativi dell’assunzione degli antibiotici, per esempio, e si assumono tramite latti, bevande e cibi fermentati e ricchi di fibre o appositi integratori di sintesi. Ne fanno parte i fermenti lattici. I prebiotici sono invece quegli elementi che nutrono i batteri buoni del microbiota, si trovano nei cereali integrali, nei legumi, alcuni ortaggi come la cicoria, poi miele o banana. Oppure, la cotogna. Non bisogna eccedere nel consumo di pectina, perché potrebbe interferire con l’assorbimento di nutrienti necessari, gonfiare ecc: la dose totale ideale è 15 g al giorno, che si raggiunge consumando 5 porzioni di frutta e verdura e magari un tocchetto di cotognata (o mostarda bresciana o confettura di cotogna) al giorno. Tutte queste caratteristiche fanno della cotogna un vero e proprio toccasana gastro-intestinale.

Il cotogno è un albero diffuso in tutta Italia, sebbene come molte colture antiche, pensiamo, per esempio, al gelso e al carrubo, non sia né conosciuto né amato da quel pubblico che preferisce rivolgersi al futuro e non saprebbe cosa fare avendo in mano una cotogna. Chi ama l’alimentazione tradizionale e salutare, invece, apprezza il cotogno e molti, raccolte o acquistate laddove le cotogne si trovano, realizzano in casa da sé cotognate e mostarde, come facevano i nostri nonni e bisnonni. La maggior concentrazione di cotogni è in Sicilia, Puglia, Campania e Lombardia. Piccola curiosità etimologica, per renderci anche conto di quanto sia importante il cotogno nella nostra storia: secondo alcuni, la parola «marmellata« viene dal portoghese marmelo che è il nome lusitano del cotogno.

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