«Le parole prendono forma e colore. Così creo i miei mondi immaginari»
Cinzia Ghigliano
La celebre (e pluri premiata) illustratrice Cinzia Ghigliano si racconta: «Ho deciso di dare voce a due grandi fotografi, Vivian Maier e Mike Disfarmer. Sono la prova vivente che, anche in silenzio, si può lasciare un segno».

Cinzia Ghigliano (Cuneo, 1952) inizia nel 1976 collaborando con Linus, per poi approdare al Corriere dei Piccoli e a Snoopy. Illustra diversi libri che ricevono alcuni dei maggiori riconoscimenti del settore, tra i quali il Premio Andersen e lo Yellow Kid assegnato da Lucca Comics (l’hanno vinto, tra gli altri, Sclavi, Crepax, Pratt, Micheluzzi, Giardino, Manara, Serpieri e Staino). Tra le sue opere Isolina, Solange, Il nonno selvaggio, Le scarpe della befana, La scuola dei babbi natale, Il cane giallo, Il violino di Auschwitz, Alfabeto dei cuccioli. Negli ultimi anni si è concentrata sulle figure di due celebri fotografi che vissero senza alcun clamore: Lei. Vivian Maier e Lui. Mike Disfarmer, entrambi pubblicati da Orecchio Acerbo. Insegna ad Ars in Fabula e alla Libera Accademia d’Arte Novalia.

Quasi mezzo secolo di lavoro nel campo dell’arte e dell’illustrazione: quanto è cambiato questo mestiere rispetto le prime stagioni?

«Il mestiere cambia continuamente. Io scelgo di farlo cambiare a modo mio, non mi adeguo alle mode, mi rinnovo, perché mi piace troppo raccontare con le immagini. Per vent’anni anni ho fatto fumetto pubblicando direi in buona parte d’Europa ma ad un certo punto, per una crisi internazionale del settore, ho deciso di passare all’illustrazione e, per colmare vuoti lavorativi ho giocato anche con la pittura… forse è una sorta di follia. Per anni ho illustrato storie di altri, l’editoria funzionava così. Ti veniva sottoposto un testo e l’illustratore illustrava. Ho disegnato le parole dei più importanti nomi della letteratura per l’infanzia e l’adolescenza. Poi sono arrivati anche per il mercato italiano gli albi illustrati. Il primo è stato Lei. Vivian Maier e proprio lei mi ha dato la voglia e all’improvviso la sapienza per scrivere e disegnare in toto le mie storie. Numerose da allora. Lavoro ancora per progetti con scrittori di testi, ma quando posso, porto avanti le mie fantasie, cosa che mi concedo a questo punto della mia carriera. È impagabile poter scegliere e a volte dire di no».

Tra le sue ultime opere figurano due albi da lei scritti e disegnati dedicati alle curiose vite di Vivian Maier e Mike Disfarmer, due americani vissuti pochi decenni or sono, entrambi fotografi, lei per diletto, lui per lavoro quotidiano, completamente ignorati da critica e storici dell’arte. Hanno vissuto le loro esistenze ordinarie senza cercare alcun clamore, anzi, quasi come due monaci laici del proprio tempo. Che cosa l’ha portata a dedicarsi alle loro storie e come ha lavorato per tentare di rappresentarli?

«Per Vivian Maier è stato un vero colpo di fulmine. Ho scoperto della sua esistenza da un breve articolo su La Repubblica, parlava della tata che amava le fragole e trascorreva la sua esistenza cercando di fermare il tempo con la sua Rolleyflex. Ho immaginato che il modo per dare a questa creatura sottovalutata in vita una dignità che le spettava fosse raccontarla con un libro disegnato. Ho pensato di far parlare la macchina, unica vera amica di Vivian. Ho immaginato la sua voce per raccontare un diario fatto attraverso gli scatti. Volevo mostrare con un libro adatto anche ai piccoli la forza del talento. Tata per mestiere, ma fotografa per indole, occhio assoluto e, a dispetto del suo carattere, empatica verso tutto ciò che compariva dietro il suo obiettivo. E poi è arrivato Lui: Mike Meyer che cambierà il suo nome in Disfarmer! Mi lascio spesso attirare dalle coincidenze, Maier e Meyer, in pratica lo stesso cognome letto in modo diverso a seconda della provenienza. Un libro fotografico americano mi è arrivato in dono da mio figlio. Come non capire che era Lui il maschile a cui dare forma e racconto. Come Vivian, sconosciuto ai più – anche se Vivian ora gode di riconoscimenti costanti, quando l’ho scoperta non c’era ancora il film, né le biografie esaustive sulla sua vita comparse negli ultimi anni. Disfarmer è l’opposto di Vivian, non si è mai mosso dalla piccola città in cui ogni giorno scattava i suoi bellissimi ritratti. Perché bellissimi? Perché così particolari? Mike sa guardare, vedere, cogliere dettagli. Usa lastre di vetro, le continuerà ad usare anche quando la pellicola le ha ampiamente sostituite e lo fa fino alla fine dei suoi giorni. Disfarmer è stato in grado di raccontarci l’America rurale, la grande depressione, la prima e la seconda guerra solo scattando ritratti in studio. C’è del magico in questa cosa, in ogni paese c’erano studi fotografici, il ritratto in studio era ampiamente richiesto dalla gente. Nascite, matrimoni, compleanni, ma Mike sapeva fare le cose normali in modo speciale. I suoi materiali percorrono, raccontano, scandiscono la vita di un intero paese. Mostrano attraverso i volti e le posture complesse storie di vita. Sorprendente, spiazzante, non potevo rinunciare a disegnare la quasi favola della sua esistenza.

Ci sono illustratori che per lei sono stati seminali? Fondamentali?

«Il mio amore nei confronti dell’illustrazione mi porta a guardare indietro nel tempo, illustro da così tanto che, ad un certo punto ho trovato il mio modo di guardare e di usare segno e colore, ma esiste un faro, un illustratore che mi ha folgorato quando ero alle prime armi. È Norman Rockwell. Ha cambiato il mio modo di immaginare gesti, atteggiamenti del corpo, espressioni dei volti. La sua ironia, la malizia, lo sguardo sull’infanzia è percepibile in modo netto nei miei primi libri. Credo poi di averlo abbandonato ma, se ho un testo ironico da raccontare, ancora lui viene a soffiarmi sul collo.»

C’è una storia che non è mai riuscita ad illustrare ma alla quale vorrebbe prestare matite e colori?

«Le storie nella testa nascono un po’ ogni giorno se si innesca il meccanismo, qualcuna emerge poco alla volta, altre possono invece imporsi e chiedere ascolto subito, in questo momento si impongono sotto forma di pittura. Sto realizzando grandi quadri con una mia traccia narrativa, so che poi diventeranno un libro, ma preferisco non svelare troppo».

Da non perdere