Di Maio, ultimo baluardo 
dei grillini anti Palazzo
I vertici del Pd, i grandi giornali, i gruppi parlamentari e anche Beppe Grillo: tutti premono sull’ex vicepremier perché smetta di frenare la formazione del nuovo governo. Le bastonate arrivano perfino dal suo padre spirituale: «Luigi è in confusione, deve decidersi».

Assedio multiplo, massiccio e convergente contro Luigi Di Maio, divenuto l’ultimo baluardo (ma fino a quando?) del vero o presunto dna anti establishment del Movimento 5 stelle. Da qualunque lato si guardi la vicenda, infatti, appare chiaro che, se non fosse stato per la scelta del capo politico di mettersi di traverso (almeno per ora), i pentastellati sarebbero già nuovamente schierati in abito scuro per i giuramento da ministri, fianco a fianco con una mezza dozzina abbondante di alti papaveri Pd. Ovviamente, non è affatto escluso che ciò accada nelle prossime ore e giorni (anzi, quello resta l’esito più probabile della crisi): cionondimeno, la notizia del fine settimana è che Di Maio ha prolungato la sua resistenza.

E allora passiamoli in rassegna, questi assedianti. Alcuni sono perfino scontati: gli uomini del Pd, ansiosi di rioccupare i palazzi ministeriali. Ieri pomeriggio si è toccata una vetta perfino tragicomica, con un appello via Twitter indirizzato da Dario Franceschini a Beppe Grillo, con l’obiettivo di far saltare la doppia vicepremiership. Traduzione: decapitare Di Maio, dietro l’apparenza di un reciproco arretramento. Invito prontamente ritwittato da Paolo Gentiloni, Andrea Orlando e dallo stesso Nicola Zingaretti. Che vuol dire? Molto semplice: che, fino a ieri, il giovane capo politico M5s non era stato ancora piegato dal Pd.

Secondo gruppo di assedianti: i mainstream media. Furbescamente freddi sull’operazione politica giallorossa (di cui ammettono l’evidente debolezza), contemporaneamente caldissimi verso il (loro) nuovo eroe Giuseppe Conte, ma unanimi nel bastonare la riottosità di Di Maio. La linea dei media tradizionali può essere sintetizzata così: è vero, questo governo è fragile e pieno di difetti, ma Di Maio è un «irresponsabile» a frenare. Il pendolo della grande stampa verso Di Maio è stato inesorabile: «bibitaro incompetente» fino a dieci giorni fa (finché stava con la Lega), poi improvvisamente promosso a «risorsa per la democrazia» (quando invece sembrava pronto alle nozze con il Pd).

Adesso che fa di nuovo le bizze, è il nemico pubblico numero uno: e non ci sarà da sorprendersi se oggi, al primo colpo di tosse dello spread, qualcuno cercherà di buttargli la croce addosso. A sorpresa, un duro colpo a Di Maio è venuto pure dalla stampa teoricamente a lui amica, a partire dal Fatto Quotidiano: da giorni editoriali per l’intesa, ieri l’ospitata pro Conte, e perfino un’intervista al padre spirituale e confessore di Di Maio, don Giuseppe Gambardella, che lo ha bastonato senza tanti giri di parole («Luigi è in confusione, si decida»).

Con il terzo gruppo di assedianti, cambiamo fronte, nel senso che passiamo ai nemici interni di Di Maio: si tratta del corpaccione dei gruppi parlamentari grillini, pronti a qualunque pasticcio governativo per prolungare la legislatura. Il grosso dei deputati e dei senatori è furente contro Di Maio: qualcuno (chi può) si attacca al telefono per aizzare Beppe Grillo contro il giovane capo politico; altri fanno sapere di appartenere al correntone di Roberto Fico; altri ancora, sotto la protezione del più rigido anonimato, alimentano retroscena su un Di Maio scatenato solo a difesa della sua poltrona.

Il quarto assediante è Grillo stesso. Inutile girarci intorno: le sue ultime sortite hanno proprio Di Maio come bersaglio. Prima l’immagine di Grillo che (nientemeno) parla con Dio, mentre altri «mediocri» (indovinate chi) si occupano di poltrone e sottosegretari; poi l’assunzione di Giuseppe Conte tra gli «elevati» al pari del comico; quindi la richiesta di ministri tecnici, sempre per tagliare l’erba sotto i piedi all’ex pupillo; fino all’ultimo video in cui – tra slanci immaginifici e furbate da mestierante – si dichiara «esausto» e invita i «ragazzi» a fare presto.

Il quinto assediante è Giuseppe Conte, sempre più simile al doppio agente di ogni spy-story che si rispetti: prima si è offerto a Di Maio come sicario anti Salvini, ma poi si è messo a disposizione di chiunque altro (Grillo, Quirinale, Bruxelles) per ridimensionare Di Maio e in ultima analisi scippargli la guida del Movimento.

Contro tutta questa forza d’urto, non è dato sapere quanto (e fino a quando) Di Maio possa reggere. Di tutta evidenza, ha davanti a sé due strade: usare la resistenza che ha messo in campo finora solo per alzare il prezzo e spuntare qualcosa in più nella sua personale trattativa, oppure andare fino in fondo senza paura di far saltare l’inciucio con il Pd.

Qualunque sia la scelta conclusiva, lo strumento dell’operazione sarà la piattaforma Rousseau. Sembra smentito che agli iscritti sia posto un quesito finto, tale da eludere il nodo della questione. Quindi, no a vaghe domande sul programma: secondo le indiscrezioni, sarà invece una domanda secca sull’alleanza con il Pd e con Conte premier. In ogni caso, Di Maio sta usando Rousseau un po’ come una minaccia e un po’ come una leva negoziale. Come dire: se non mi accontentate, preparatevi a un responso popolare selvaggiamente contrario. Da questo punto di vista, è immaginabile che anche la tempistica della consultazione dipenderà dallo sblocco o meno della questione della vicepremiership.

Un osservatore acuto come Francesco Galietti (Policy Sonar) legge la situazione in questi termini: «Di Maio confida di conoscere bene la base grillina, e sa che il messaggio anti establishment non può essere diluito oltre un certo limite».

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