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Giuseppe Conte (Ansa)
Grazie ai fondi del Recovery, il prodotto interno lordo pro capite è aumentato (tra il 2021 e il 2026) del 2,2%. Nel Centro Nord l’incremento è stato dell’1,5%, più marcato l’impatto su ricchezza e occupazione al Sud.
La montagna (di debiti) del Pnrr ha partorito il topolino. Sembra la sintesi più appropriata dopo aver letto ieri sul Sole 24 Ore le stime della crescita aggiuntiva cumulata del Pil pro capite tra il 2021-2026, generata dalla spesa del Pnrr.
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
A Tunisi il secondo vertice «4+4» tra rappresentanti della Tripolitania e della Cirenaica sotto la regia dell’Onu. Sul tavolo elezioni e riunificazione, ma milizie, rivalità interne e il peso di Haftar frenano ogni svolta.
Il secondo incontro del cosiddetto vertice «4+4» dedicato alla Libia ha avuto come sede Tunisi, la città che in passato era stata scelta dal governo di Tripoli come sede provvisoria nei momenti più bui della storia libica. Quattro rappresentanti di Tobruch e quattro di Tripoli hanno affrontato alcuni dei temi più complessi della nazione affacciata sul mar Mediterraneo, che dal 2014 rimane divisa a metà con due governi che si accusano di illegittimità.
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Ora Dombrovskis tratta: «Esaminiamo la richiesta dell’Italia». Polemiche sulla mozione del centrodestra per le spese Nato.
Ora tutto è nelle mani della diplomazia. La possibilità che venga accolta la richiesta del governo a Bruxelles, di estendere alle spese energetiche la deroga al Patto di stabilità consentita pere la difesa, è affidata alla capacità di mediazione del ministero dell’Economia.
Il ministro Giancarlo Giorgetti sa bene che forzare la situazione con uno strappo, rischia di essere male accolto dai mercati ai quali puntualmente il Tesoro si rivolge per piazzare i titoli del debito pubblico. In sostanza il governo non può permettersi un aumento dello spread. «Stiamo lavorando, è una cosa complessa, credo che non ci siano pregiudizi. C’è la consapevolezza della situazione eccezionale, dopo di che ci sono varie modalità, varie possibilità per arrivare al risultato, le stiamo esplorando tutte», ha detto con chiarezza il ministro Giorgetti a Parigi per il G7 Finanza. Cioè sul tavolo della trattativa con la Commissione Ue non c’è solo la deroga al Patto di stabilità. Giorgetti sta cercando anche di coinvolgere Francia e Germania e durante il vertice a Parigi ha avuto colloqui con i ministri dei due Paesi, il francese Roland Lescure e il tedesco Lars Klingbeil. «Tutti sono preoccupati, ma lo sono a modo loro, perché ognuno ha situazioni differenti», è quanto riportato da Giorgetti dopo i colloqui. Ed è normale giacché la Francia veleggia oltre il 5% del deficit, la Germania pur avendo superato il 3% del deficit ha un debito molto basso. Quindi su questi due Paesi la crisi energetica, causata della guerra in Iran, ha un impatto circostanziato. Diversa la situazione per l’Italia che, ha ricordato il ministro, «ha il problema del debito ereditato molto elevato e c’è il rischio concreto di rialzare i tassi di interesse». Il che impone «molta prudenza nel muoverci e nel decidere». Poi ha sottolineato che «il doppio choc a cui siamo stati sottoposti come economia italiana, prima alla crisi energetica ucraina e ora alla crisi energetica del Medio Oriente, è un unicum probabilmente in tutta Europa insieme alla Germania».
Da parte della Commissione pare che ci sia una certa disponibilità a trovare una soluzione. «Continuiamo a seguire attentamente la situazione e a valutare quale tipo di risposta richieda e richiederà. Ed è in questo spirito che stiamo anche esaminando la richiesta dell’Italia», ha detto il vicepresidente della Commissione, il falco Valdis Dombrovskis, al termine del G7. Il consiglio è di «adottare misure temporanee e mirate per sostenere l’economia che non aumentino la domanda di combustibili fossili», ha aggiunto. «Il problema è che stiamo affrontando uno choc dal lato dell’offerta. Pertanto se molti Paesi sostengono la domanda finiamo per mantenere alti i prezzi dell’energia e spendere molti soldi con benefici limitati. Ecco perché dobbiamo davvero riflettere attentamente su come organizzare la risposta politica».
Intanto l’agenzia Standard & Poor’s lancia l’ennesimo allarme sul rischio recessione per l’Europa con un rallentamento dell’economia e un aumento dell’inflazione.
Mentre si discute sul Patto di stabilità, il governo deve affrontare il problema del rinnovo del taglio delle accise sui carburanti. Il tema sarà sul tavolo del Consiglio dei ministri di venerdì prossimo. La misura attualmente in vigore, prevede uno sconto di 24,4 centesimi al litro sul diesel e di 6,1 centesimi sulla benzina. La proroga però va rifinanziata e al momento, non è possibile utilizzare l’extragettito Iva legato all’aumento dei prezzi dei carburanti. Le risorse maturate a maggio saranno infatti disponibili solo dalla seconda metà di giugno. Secondo alcune stime, senza un nuovo intervento il prezzo della benzina potrebbe tornare vicino ai 2 euro al litro, mentre il diesel volerebbe oltre 2,20 euro. Sul tema è intervenuto anche il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini confermando gli aiuti per il costo del carburante. Nello stesso giorno è previsto a Palazzo Chigi un confronto con le associazioni dell’autotrasporto, dopo la proclamazione dello sciopero del settore dal 25 al 29 maggio.
Intanto l’aula del Senato ha approvato la mozione di maggioranza sul tema dei riflessi economici connessi alla sicurezza energetica. La giornata è stata segnata dal «giallo» del testo, che dedicava ampio spazio alla critica rispetto agli «obiettivi irrealistici» dell’aumento fino al 5% del Pil delle spese Nato e impegnava il Governo a promuovere «una revisione degli obiettivi più ambiziosi (come il 5%) alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali, includendo nel computo anche gli investimenti per la sicurezza energetica e le infrastrutture critiche, al fine di garantire una difesa collettiva efficace senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici».
Passaggi scomparsi dal testo definitivo. «Quella parte non doveva neanche entrare nelle mozione, non è lo strumento giusto per discutere delle spese Nato», ha spiegato uno dei capigruppo. Ma dall’opposizione Giuseppe Conte arringa: «Governo a pezzi, ha perso la bussola».
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2026-05-20
Alessandro Cannevale: «Nel carcere di Perugia intercettati i dialoghi tra avvocati e detenuti»
Ansa
Il legale, che assiste una collega indagata con un cliente in cella, denuncia la violazione dei diritti di difesa: «Registrazioni in tutte le sale colloqui anche senza autorizzazione del giudice. Così si avvantaggia l’accusa».
Il carcere di Perugia è diventato una specie di Grande fratello per avvocati e detenuti. Purtroppo a loro insaputa. Forse sarebbe meglio parlare di un Panopticon, il carcere «ideale» pensato nel 1791 dal filosofo inglese Jeremy Bentham. Prevedeva una torre centrale di sorveglianza e celle disposte in modo circolare: nel progetto un solo guardiano poteva osservare tutti i prigionieri senza essere visto, creando un controllo costante e invisibile che induceva l’autodisciplina.
In Sorvegliare e punire Michel Foucault aveva criticato fortemente una forma di potere basata su tale modello, liquidandolo come la metafora perfetta della società moderna.
Cinquant’anni dopo eccoci qua a discutere di un carceriere occhiuto come mai rilevato nell’Italia repubblicana.
Ne parliamo con l’avvocato Alessandro Cannevale, ex procuratore di Spoleto. Il quale ha scoperto una presunta invasione di campo dei suoi ex colleghi di Perugia, in un fascicolo avviato dall’attuale procuratore reggente Gennaro Iannarone.
Cannevale, insieme con le colleghe Silvia Egidi e Silvia Lorusso, difende l’avvocato Daniela Paccoi, accusata di far parte di un’associazione dedita al traffico di stupefacenti. Durante le indagini sono stati intercettati i colloqui in carcere della Paccoi e di un suo collega di studio (non indagato, ndr) con un loro cliente, G. C., accusato di far parte di quella stessa organizzazione».
Avvocato ritiene che i diritti della difesa siano stati violati?
«Nonostante il codice di procedura penale lo vieti senza eccezioni, i giudici della Cassazione hanno stabilito che è ammissibile l’intercettazione dei colloqui fra legale e cliente, purché costituiscano essi stessi reato e non riguardino la strategia difensiva. Se nel nostro caso sussistessero o meno le condizioni per intercettare i due avvocati ne discuterò all’interno del procedimento, se sarà necessario. Confido che l’innocenza dell’avvocato Paccoi sarà riconosciuta».
Qual è allora il problema?
«In questo caso, purtroppo, ho rilevato un’altra violazione del diritto di difesa. Credo che sia giusto renderla pubblica perché non riguarda le accuse rivolte all’avvocato Paccoi e interessa tutti gli indagati e tutti i legali che fanno o potrebbero fare colloqui in carcere, o almeno nella casa circondariale di Perugia».
Partiamo dall’inizio…
«Dagli atti del procedimento risulta che il pm abbia chiesto e ottenuto solo l’autorizzazione a intercettare le conversazioni tra la Paccoi e il suo cliente nella sala colloqui del carcere. Come difesa stiamo ascoltando tutte le registrazioni, comprese quelle derubricate dalla stessa polizia giudiziaria come “non trascritte e non utili alle indagini”. E lo stiamo facendo perché non possiamo accontentarci della valutazione degli investigatori: ciò che non è utile alle indagini può esserlo per la difesa».
E che cosa avete scoperto?
«Abbiamo verificato con stupore che tra le conversazioni registrate e, successivamente, “scartate” non ci sono solo i colloqui di G.C. con i suoi avvocati, ma anche decine di conversazioni di altri reclusi con i loro legali».
Può dare qualche numero?
«La collega che sta sentendo le registrazioni ha già verificato che sono stati intercettati 28 incontri di detenuti diversi da G.C. La maggioranza di loro non era a colloquio con la collega Paccoi, né con avvocati da lei delegati, ma con almeno altri sei difensori. I clienti, contando sul segreto professionale, si sono confidati con i propri legali, a cui hanno rivelato anche fatti intimi estranei ai reati dei quali erano accusati».
A che cosa si riferisce?
«Per esempio in quelle chiacchierate possono essere state affrontate questioni di cui si fa fatica a parlare anche con i parenti, come le condizioni di salute o i problemi famigliari. Ma non posso entrare nei particolari, anche perché quando la collega si è resa conto di che cosa stesse sentendo, ha interrotto l’ascolto…».
Lei ha fatto il pm per moltissimi anni. Non le era mai capitata una vicenda analoga?
«Sinceramente no. E non ho ancora finito di raccontare…».
Prego…
«Come è ovvio l’oggetto principale di tali colloqui era l’elaborazione delle strategie difensive che indagati e imputati avevano tutto il diritto di non anticipare all’accusa».
Non può essersi trattato di un errore?
«Se così fosse, ci troveremmo di fronte a una lunga e clamorosa sequenza di sbagli, ma non è questo il punto. Errore o meno, sia l’ascolto che la registrazione di tali conversazioni si potevano e si dovevano evitare. Il codice stabilisce che il pubblico ministero indichi alla polizia giudiziaria “le modalità delle operazioni”. In questo caso poteva benissimo ordinare di attivare la registrazione solo quando la Paccoi e il suo cliente si fossero accomodati nella sala colloqui. Nel momento stesso in cui uno dei due fosse uscito, la captazione andava fermata».
Le risulta che il carcere perugino sia oggetto di un controllo continuo?
«L’unica cosa di cui sono certo è che sono state sottoposte a intercettazione tutte e quattro le sale colloqui del carcere di Capanne. Non so, invece, perché non è desumibile dai verbali delle operazioni, se le microspie siano stabilmente installate in quelle stanzine o se siano state montate per l’occasione».
Era difficile evitare intercettazioni non autorizzate?
«Assolutamente no. Gli operatori avrebbero potuto controllare gli ingressi mediante una o più telecamere. Se non erano in grado di farlo, non avrebbero dovuto nemmeno iniziare. Non basta. In mancanza di occhi elettronici, ritengo che la direzione del carcere non avrebbe dovuto autorizzare l’installazione delle microspie nelle sale colloqui».
Ci sono norme ad hoc che regolano questo tipo di attività?
«Dal 2024 la legge impone l’immediata interruzione delle operazioni non appena risulti che l’intercettazione è vietata. Ciò, secondo me, significa che, almeno quando si fanno captazioni nella sala colloqui di un carcere, non si può registrare un dialogo e ascoltarlo in un secondo momento: bisogna sentirlo in diretta e interrompere ascolto e registrazione non appena si comprende che si stanno intercettando le persone sbagliate. Bisogna che gli inquirenti si prendano questo disturbo, se proprio vogliono sentire ciò che un detenuto dice al suo difensore».
Ma lei è sicuro che siano stati sentiti anche gli audio di altri avvocati e clienti?
«Credo proprio di sì, altrimenti la polizia giudiziaria come avrebbe potuto attestare la loro inutilizzabilità nei brogliacci? Poi quegli stessi file sono stati messi a disposizione anche di noi difensori, che a nostra volta non avremmo avuto titolo per sentirli».
In conclusione, a Perugia ritiene che sia stato commesso un reato?
«Se dobbiamo affidarci al “diritto vivente” direi proprio di no».
Che cosa è il «diritto vivente»?
«Sostanzialmente è l’insieme dei principi consolidati affermati da più sentenze della Cassazione, specie quando intervengono le Sezioni unite».
Quindi sono le regole che i magistrati si danno da soli?
«È proprio così. Secondo le sentenze della Cassazione la sala colloqui di un carcere non è un luogo di privata dimora, neanche quando il detenuto parla con il suo avvocato. Ma io credo che l’intercettazione illegittima di comunicazioni fra l’accusato e il difensore sia un’ingerenza diretta nella vita privata vietata dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo, oltre che una violazione dei diritti della difesa. E queste, secondo me, erano decisamente intercettazioni illegittime, visto che il giudice non le aveva autorizzate. Mi pare sia così anche per il “diritto vivente”».
Ha riscontrato ulteriori anomalie?
«Un altro cliente illegittimamente intercettato dell’avvocato Paccoi, che chiamerò signor X, era imputato in un processo trattato dallo stesso magistrato che aveva in carico le indagini contro la mia assistita. Non so se gli operatori abbiano ascoltato interamente i colloqui fra la Paccoi e il signor X, né se abbiano riferito il contenuto delle conversazioni al pm. Però so che in quel colloquio i due hanno discusso la strategia difensiva da adottare nel processo. Il fatto stesso che l'ufficio del pubblico ministero fosse nelle condizioni di conoscere in anticipo le mosse della difesa, a mio avviso, ha garantito all’accusa, una posizione di indebito vantaggio».
Ma se non è un reato, i pm non pagheranno il fio…
«In verità la Corte europea prende molto sul serio il tema delle garanzie, tanto che l’articolo 8 della Convenzione dei diritti dell’uomo vieta espressamente agli inquirenti di prendere conoscenza del contenuto di comunicazioni fra avvocato e cliente. Nella controversia tra Cyrille Laurent e lo Stato francese è stato riconosciuto dalla Corte di Strasburgo il diritto alla riservatezza di una comunicazione scritta tra un imputato e il suo legale».
Mi sta anticipando che intende presentare ricorso alla Cedu?
«Non ho ricevuto questo mandato dall’avvocato Paccoi. Quanto agli altri difensori intercettati e ai loro assistiti, non sanno neppure di essere stati ascoltati e registrati dalla polizia giudiziaria. E suppongo che non lo sapranno mai, il “diritto vivente” non prevede che ne siano informati».
Si rivolgerà al Csm?
«Non mi interessa che i magistrati vengano puniti, quanto che vengano riconosciuti dei principi di civiltà giuridica. Che in questo caso sono stati calpestati».
Forse il Sì al referendum avrebbe permesso di provare a porre rimedio a simili storture?
«Ormai il popolo ha deciso. Ma è stata un’occasione persa».
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