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Giovanni Franzoni festeggia sul podio dopo la discesa libera maschile della Coppa del Mondo di sci alpino a Kitzbuehel (Ansa)
L’azzurro trionfa nella discesa di Kitzbühel e sul podio si commuove per il compagno deceduto in un allenamento in Cile: «Avevo in testa lui, stavamo in stanza assieme».
A meno di due settimane dallo start dei Giochi invernali di Milano-Cortina 2026, lo sci alpino italiano ha vissuto una giornata da incorniciare. A regalarcela è stato Giovanni Franzoni, un ragazzo di 25 anni di Manerba del Garda, capace di trionfare nella discesa libera sulla mitica Streif di Kitzbühel, diventando così il quarto italiano di sempre a conquistare uno dei tracciati più temuti e prestigiosi del Circo Bianco.
Un risultato che allo sci azzurro mancava dal 2019, quando toccò a Dominik Paris tagliare il traguardo con il miglior tempo. La vittoria di Franzoni assume dunque un valore simbolico enorme, oltre a far risuonare l’inno di Mameli sul gradino più alto a Kitzbühel dopo sette anni, spalanca allo sciatore bresciano le porte del club ristrettissimo degli italiani che si sono imposti sulla Streif: da Kristian Ghedina nel 1998 a Peter Fill nel 2016; oltre a Paris che vinse anche nel 2013 e nel 2017.
Per Franzoni, si tratta della prima vittoria in discesa e della seconda in carriera in Coppa del Mondo, dopo il successo nel superG di Wengen di pochi giorni fa. La Streif, con i suoi 3.312 metri di adrenalina pura, ha visto il bresciano partire con il pettorale numero due e dominare in lungo e in largo, soprattutto nel tratto finale, dove la sua linea perfetta al Lärchenschuss e la precisione sull’Hausbergkante hanno fatto la differenza. Al traguardo, il crono di 1’52’’31 gli ha permesso di avere la meglio sullo svizzero Marco Odermatt, grande favorito della vigilia, che ha chiuso a soli 7 centesimi. Il podio è stato completato dal francese Maxence Muzaton (+0,39), partito con il pettorale 29 e capace di sorprendere tutti. A fine gara Franzoni non è riuscito a nascondere l’emozione complice anche la dedica speciale nei confronti di Matteo Franzoso, amico e compagno di squadra scomparso lo scorso settembre in Cile in seguito a una caduta in allenamento: «È un sogno, sto tremando dall’emozione. Prima della stradina forse ho fatto qualche sbavatura, ma da lì in poi ho sciato da paura. In partenza avevo in mente Matteo, con cui l’anno scorso condividevo la camera». Nella giornata che resterà nella memoria di tutto lo sci azzurro, oltre al capolavoro firmato da Franzoni, l’Italia ha offerto una prova di squadra eccellente con Florian Schieder che ha chiuso quarto, Dominik Paris settimo e Mattia Casse undicesimo. La classifica di discesa vede ora Odermatt consolidare il comando con 460 punti, seguito dal connazionale Franjo Von Allmen (295). Tra gli azzurri, Franzoni e Paris condividono il terzo posto a 216 punti, mentre Schieder è quinto con 190. Non solo uomini, però. In Repubblica Ceca, a Špindleruv Mlyn, è andato in scena lo slalom gigante femminile, senza le azzurre Federica Brignone e Sofia Goggia, impegnate nella preparazione delle gare veloci. A vincere è stata la svedese Sara Hector davanti alle statunitensi Paula Moltzan e Mikaela Shiffrin. La migliore delle italiane è stata Lara Della Mea che ha chiuso la gara in settima posizione.
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Panettone (iStock)
Il 3 febbraio si celebra San Biagio, figura legata alla tradizione contadina. A Milano si mangia una fetta di panettone avanzato da Natale. Ma l’intera Penisola celebra il martire armeno a colpi di dolci e polpette.
Ci sono le polpette di Lanzara, in provincia di Salerno; oppure dolci tradizionali preparati con ingredienti come miele, noci, mandorle o frutta secca; si confezionano anche torte e ciambelle e piccoli pani, soprattutto in Sicilia o in Abruzzo. A Milano si mangia il panettone avanzato a Natale. Il 3 febbraio si celebra in tutta Italia la festa di San Biagio, una solennità molto particolare: tante comunità, dal Nord Italia fino alla Sicilia, sono devote alla figura del Santo, noto per essere il protettore dei malati di gola e, per questo, una delle tradizioni del periodo è proprio quella della benedizione della gola che viene generalmente effettuata attraverso l’uso di due candele intrecciate, con cui si tocca la gola dei fedeli. Messe e processioni dedicate a San Biagio animano, poi, chiese e santuari dove si ringrazia il santo per la protezione della gola e si chiede anche la sua intercessione per la salute.
Biagio si ritiene che sia stato medico e vescovo di Sebaste, in Armenia. Secondo le diverse tradizioni, il suo martirio sarebbe avvenuto o sotto uno degli ultimi imperatori romani, generalmente Diocleziano o Licinio. Qualcuno ritiene, invece, che la sua morte sia avvenuta durante il regno di Giuliano l‘Apostata. Scoppiata la persecuzione, Biagio si allontanò dalla sua sede vescovile e andò a vivere in una caverna, dove guariva con un segno di croce gli animali ammalati. Scoperto da alcuni cacciatori in mezzo a un branco di bestie e denunciato al magistrato, venne catturato e rinchiuso in prigione, dove riceveva e sanava gli ammalati. Un giorno si recò da lui una donna, il cui figlio era sul punto di morire, essendoglisi conficcata in gola una lisca di pesce. La benedizione del santo lo risanò subito.
Fra tanti altri miracoli, operati anche durante le torture, merita particolare ricordo quello della vedova, alla quale un lupo aveva portato via un maialino. La donna, riavuta la sua bestia, in segno di riconoscenza portò dei cibi e delle candele al santo che, commosso, le disse: «Offri ogni anno una candela alla chiesa che sarà innalzata a mio nome e avrai molto bene e nulla ti mancherà».
Il culto di San Biagio nei Paesi europei presenta due aspetti, uno prevalentemente agricolo, l’altro ispirato a episodi della vita e del martirio. La sua festa, per il momento dell’anno in cui cade, è considerata da alcuni autori come la sopravvivenza cristiana di un’antica manifestazione agraria pagana. Questo avviene soprattutto in Macedonia, in Romania, in Grecia, nei Paesi slavi e anche in Italia. Fra gli aspetti del culto di San Biagio ricollegabili a episodi della sua vita il più importante è quello di taumaturgo per le malattie della gola. Dal miracolo del porcellino e dalla dimestichezza del santo con gli animali deriva il suo protettorato sul bestiame. In Germania, nei secoli XIV e XV, «l’acqua di Biagio» veniva data al pollame perché non fosse sgozzato dalle volpi. Il nome di San Biagio veniva inciso sul bastone dei porcari a protezione dei loro animali. In Francia si benedicono nel suo nome il pane e il sale destinati agli animali. Infine, per la somiglianza dei loro strumenti di lavoro con i pettini e gli uncini di ferro con cui fu martirizzato il santo, cardatori e tessitori o assunsero a patrono.
In tutta la Lombardia, il giorno di San Biagio è usanza mangiare un pezzetto di panettone benedetto. A Milano è un vero e proprio rito che affonda le sue radici in un incontro tra religiosità e gastronomia che si è evoluto nel corso dei secoli. Una leggenda popolare racconta di una donna (una massaia o una contadina, secondo i vari racconti) che, poco prima di Natale, andò da tal frate Desiderio per fare benedire il panettone che aveva preparato per la sua famiglia. Il frate, in quel momento, era impegnato e chiese alla donna di lasciargli il dolce e di passare a prenderlo in seguito ma se ne dimenticò. Ritrovò il dolce ormai secco e lo mangiò per non buttarlo. Il 3 febbraio la donna si presentò da lui per riavere il suo panettone: il frate, dispiaciuto, voleva restituire almeno il recipiente vuoto ma trovò un panettone grande il doppio rispetto a quello portato dalla donna a dicembre. Per questo la tradizione contadina vuole che, la mattina del 3 febbraio, si faccia colazione con l’ultimo panettone rimasto dalle feste natalizie. Al dolce si attribuiscono proprietà «miracolose» in grado di preservare dai malanni della gola secondo l’antico detto milanese che dice «San Bias se benedis la gola e él nas».
Le feste rivestivano un’importanza del tutto particolare per le famiglie contadine. La domenica era un’occasione di ritrovo nell’osteria per una partita a carte o per sorseggiare del buon vino. Le festività religiose erano molto attese e profondamente sentite sia per la presenza di una fede fortemente radicata sia come occasione di condividere un momento di gioia e di meritato riposo. La devozione ad alcuni Santi, principalmente protettori delle attività lavorative, era particolarmente forte: oltre a San Biagio, si possono citare Sant’Antonio abate, protettore degli animali ma anche di falegnami e panettieri i quali, in suo onore, il 17 gennaio non accendevano i forni ma si riunivano, con tutto il paese, intorno a un grande falò; c’è Sant’Agata, protettrice delle donne, con la tradizionale preparazione di chiacchiere e frittelle; San Giuseppe, in onore del quale si preparavano tortelli da gustare in occasione delle prime scampagnate primaverili.
Insomma, come da antica tradizione contadina, ogni occasione era ed è buona ancora oggi per mettersi a tavola e fare festa. Perché a San Biagio non si mangia soltanto la fetta di panettone avanzato da Natale. C’è molto altro. Ci sono le ciambelle di San Biagio, aromatizzate all’anice o ai semi di finocchio. Si tratta del dolce tipico più antico di Abruzzo e nasce da un trauma: il terremoto dell’Aquila del 1703. Le ciambelle sono il dolce votivo dei sopravvissuti al sisma.
La torta di San Biagio di Cavriana è un dolce tradizionale mantovano. L’impasto, che ha la particolarità di non essere lievitato, ha una consistenza friabile. Sulla superficie, le strisce ricavate dall’avanzo della pasta usata per foderare la tortiera disegnano dei rombi sotto i quali si può riconoscere il colore bruno del ripieno di mandorle e cioccolato. I taralli di San Biagio sono una delle specialità più antiche della cultura gastronomica abruzzese. Un tempo il tarallo veniva preparato con la pasta del pane e con i semi di anice, oggi esistono diversi tipi di impasto e versioni, sia dolci sia salate. Tradizione vuole che i taralli preparati con l’impasto del pane e a forma di ciambella - a simboleggiare la gola - siano portati in chiesa per essere benedetti nel giorno in cui si celebra il santo. E dopo esser stati benedetti, i taralli si regalano agli amici, alla famiglia, ai parenti, che possono ricevere la protezione del santo. Infine ci sono le polpette di San Biagio, un piatto tipico della cucina di Carnevale cilentana, preparate con patate, pane, formaggio, salumi e uova. A Militello in Val di Catania si svolge il rito dei «panotti», pani benedetti lanciati dal balcone, simbolo di carità e unità, rievocando l’antica distribuzione di pane ai bisognosi.
Insomma, per celebrare il patrono della gola si commettono dei... peccati di gola.
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Valleverde. Nel riquadro, Elvio Silvagni
L’imprenditore: «Valleverde proveniva da due fallimenti ma ora è tornata sul mercato. Produrre in Europa sta diventando troppo costoso per il consumatore medio. I grandi marchi sportivi arrivano direttamente dall’Oriente e sono competitor forti».
Fondata negli anni Settanta, Valleverde è uno dei marchi italiani di calzature che meglio rappresentano un’idea di stile accessibile, comfort e continuità industriale. Il 2015 segna una svolta decisiva nella sua storia: l’ingresso nel gruppo Silver1, di proprietà della famiglia Silvagni, dà avvio a un percorso di rilancio e sviluppo che in dieci anni ha riportato il brand a splendere, superando i 30 milioni di euro di fatturato. Ne parliamo con Elvio Silvagni, alla guida del gruppo Silver1, per ripercorrere le tappe di questo percorso e approfondire strategie, mercati e progetti futuri.
Qual era la situazione del brand al momento dell’acquisizione?
«Valleverde arrivava da due fallimenti. In quel momento il marchio era in gestione al tribunale di Rimini, che lo aveva messo in vendita. Noi abbiamo partecipato all’asta e lo abbiamo acquistato».
Quali sono state le prime leve strategiche su cui avete lavorato per rilanciare il marchio?
«La prima cosa è stata analizzare cosa non funzionava. Se un’azienda fallisce significa che ha sbagliato qualcosa. Ci siamo resi conto che il posizionamento era troppo alto rispetto al mercato reale. Abbiamo quindi deciso di collocarci in una fascia di prezzo più accessibile, per raggiungere un pubblico più ampio».
A dieci anni dall’acquisizione, quali sono i risultati più significativi di questo percorso di rinascita?
«Il risultato principale è che Valleverde è tornata sul mercato. Oggi siamo presenti in circa 1.300 punti vendita in Italia e, nonostante la situazione mondiale non sia delle migliori, stiamo ottenendo risultati soddisfacenti».
Il settore calzaturiero, in generale, sta attraversando una fase molto difficile.
«Sì, ed è un settore di cui non parla nessuno. Si parla sempre di Parmigiano, vino, eccellenze agroalimentari, ma raramente si sente parlare di calzature o abbigliamento. L’unico comparto che tiene banco è quello automobilistico, perché è strategico per l’Europa. Il nostro settore, invece, sembra invisibile».
Eppure Valleverde riesce a mantenere una buona tenuta.
«Sì, non facciamo fatica a restare in piedi, ma l’obiettivo oggi è mantenere il fatturato. Sono stati due anni difficili: il blocco del canale di Suez, la guerra in Ucraina, l’incertezza generale hanno spaventato i consumatori. Si comprano meno scarpe e, soprattutto, si è abbassato il prezzo medio».
Cosa significa in concreto?
«Che la gente cerca prodotti più economici. Con il costo della vita sempre più alto, arrivare a fine mese è difficile e questo incide sulle scelte di acquisto».
Le tensioni geopolitiche vi hanno costretto a rivedere le strategie produttive?
«Sì. Abbiamo iniziato a produrre anche in Estremo Oriente perché produrre in Europa sta diventando troppo costoso per il consumatore medio. Il problema è che i grandi marchi sportivi arrivano direttamente da lì e sono nostri competitor diretti».
Lei ha più volte sollevato il tema dei dazi.
«È così, ne abbiamo parlato anche sui principali quotidiani. Se qualcuno mette i dazi, bisogna metterli anche noi. In passato ci siamo nascosti, abbiamo messo la testa sotto la sabbia. Ora ci troviamo una Cina che vende meno negli Stati Uniti ma invade il mercato europeo».
Guardando al futuro, quali opportunità vede per il settore calzaturiero?
«Se riuscissimo semplicemente a mantenere le posizioni sarebbe già tanto. In due anni il nostro settore ha perso circa il 15% in vendite e fatturato».
Superare i 30 milioni di fatturato resta comunque un traguardo importante.
«Sì, ma oggi non cresciamo più come prima. Per anni abbiamo avuto crescite a due cifre. Ora se restiamo stabili, siamo soddisfatti».
Per il 2025 avevate previsto una crescita dell’8%.
«Vero, ma in termini di paia vendute, non di fatturato. Vendiamo più scarpe, ma a prezzi medi più bassi».
Colpisce però la vostra solidità finanziaria: Ebitda al 15% e zero debiti.
«Questo dato è rimasto invariato. Avremmo voluto crescere di più, ma in questo contesto è già un risultato importante».
Cosa servirebbe per tornare a crescere?
«Bloccare, o almeno limitare, l’ingresso massiccio di merci dall’Estremo Oriente e incentivare la produzione in Europa e in Italia. I prezzi aumenterebbero un po’, ma lavorerebbero più persone, la qualità migliorerebbe e anche i commercianti ne beneficerebbero».
Cosa chiede alle istituzioni?
«Un’Europa federale vera, con chi ci vuole stare, capace di decidere in tempi rapidi. Non si può andare avanti con sei riunioni, sei mesi di attesa e poi il veto di qualcuno che blocca tutto. Se non facciamo un’Europa unita, l’Europa è destinata al declino».
Nel frattempo, voi produttori fate sistema?
«È molto difficile nel nostro settore. Siamo sempre meno e contiamo poco rispetto alla grande distribuzione. Le uniche vere unioni le fanno i contadini con i trattori in piazza… Io non posso buttare le scarpe in piazza».
Guardando ai prossimi anni, quali sono le vostre priorità?
«Continuare così. Non andiamo male. Ho 73 anni, non posso pretendere chissà che».
Se arrivasse un grande gruppo a chiederle di vendere?
«Direi di no. Per ora mi sto divertendo ancora».
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Fabrizio Corona (Ansa)
Non si sente un paparazzo o un fotografo, ma il «re della comunicazione». Le notizie non le aspetta, se serve le crea. Lo scopo? Il denaro, tanto, subito, anche se «marcio». L’ultimo assedio ad Alfonso Signorini conferma la sua dipendenza: senza una guerra non esiste.
Cognome e nome: Corona Fabrizio. Catania, 1974. Se non ci fosse, bisognerebbe non inventarlo (il simbolo, of course, non la persona).
Ex fotografo? «Mi arrabbio se mi chiamano così, non ho mai fatto una foto in vita mia». Imperatore dei paparazzi, allora? No.
Piuttosto - ipse dixit a Claudio Sabelli Fioretti per D, il magazine di Repubblica, il 25 luglio 2025 - «re della comunicazione». Quella fai-da-te: «Noi produciamo gossip, non lo aspettiamo», sentenziava spavaldo già 20 anni fa.
Perché il suo mestiere è «fare soldi muovendomi all’interno dello spettacolo», tenendo fede alla promessa fatta alla mamma: «Le ho sempre detto: “Sarò uno che a 30 anni avrà un sacco di soldi”».
Portati a casa come? «Vendendo» notizie. Con il metodo Corona: se eventi, vicende e retroscena ci sono, bene. E sennò li si crea. Purché se ne parli, come si sa fin dai tempi del Dorian Gray di Oscar Wilde. Dei fatti? Macché: di Corona, ovvio.
Il Robin Hood della causa sua, un moralizzatore alla Cialtron Heston: Corona di spine per privilegiati e famosi, allo scopo di arricchirsi lui.
Granitico nel formulare sentenze, con una strafottenza che ricorda quella di Gianni Melluso, Gianni cha-cha-cha, uno dei grandi accusatori di Enzo Tortora, che infamava davanti ai giudici: «Enzino, confessa, liberati la coscienza».
Io sono notizia, assicura Fabrizio cha-cha-cha, come da documentario in cinque puntate che ne celebra le gesta, «il titolo più visto su Netflix in Italia», certifica la stessa piattaforma, che non fa rilevare i suoi ascolti dall’Auditel.
Serie costata 2.400.000 euro, 800.000 finanziati dallo Stato con il tax credit, in quanto «opera culturale» (stravaganza su cui si è già espresso su queste colonne Maurizio Caverzan).
Per Aldo Grasso, critico del Corriere della Sera, «un lungo, brutto spot, che cerca di trasformare un pregiudicato - bancarotta fraudolenta, frode fiscale, corruzione, estorsione, detenzione di banconote false - in uno spregiudicato, un mitomane in un mito del nostro tempo».
Curioso tempismo, comunque.
Il pregevole manufatto è approdato sugli schermi a ruota del virulento attacco di Corona ad Alfonso Signorini, accusato di una serie di nefandezze per cui il giornalista ha presentato querela «per la campagna calunniosa e diffamatoria» che lo ha investito (e denunciato financo Google per non aver rimosso i video realizzati da Corona), spingendolo ad autosospendersi da Mediaset.
Che a sua volta ha intrapreso le vie legali a tutela dei vertici dell’azienda e di altri conduttori, oggetto di «diffamazione aggravata e minacce».
Corona infatti può sopravvivere mediaticamente solo alzando «il livello dello scontro», come si diceva negli anni Settanta, quando gli scandali erano quelli politico-economici della Prima repubblica, gli scoop - veri o inventati - erano di Mino Pecorelli, direttore del settimanale Op, e la ribellione libertaria all’ordine costituito la conduceva Marco Pannella.
Oggi - perché la storia prima si presenta come tragedia, poi come farsa - si rimesta nella cesta delle mutande sporche.
Corona è costretto a mettere sempre più «menta» nel ventilatore, perché ciò gli consentirà - se i bersagli dei suoi schizzi di fango non incassano ma reagiscono - di atteggiarsi a vittima del sistema, il paladino della giustizia, l’unico depositario della verità, il giustiziere della Rete cui i ricchi e potenti vogliono chiudere la bocca. Un martire, insomma.
Nei giorni scorsi, perfino Paolo Madron, che ha firmato libri-intervista con Cesare Romiti e Luigi Bisignani, ha cercato di vedere - su Lettera43.it - il bicchiere mezzo pieno nella «crociata» intrapresa da Furbizio (copyright by Dagospia): «La sua irruzione ha fatto saltare tutto non perché abbia portato verità definitive - Corona non è un testimone: è un detonatore - non perché sia più credibile, ma perché parla lo stesso linguaggio del sistema cui appartiene geneticamente, solo senza il filtro dell’ipocrisia». Non basta: «Le accuse pesanti girano sulle piattaforme, mentre i giornali si autocensurano. Perché devono preservare una rete di relazioni che garantisce la loro sopravvivenza». Quasi un peana per Corona, le cui clip «nascono su Youtube, migrano su Instagram e TikTok, vengono rilanciate e vivono di commenti, reazioni e polarizzazioni». In ultima analisi: il migliore dei mondi possibili.
Se non fosse per un dettaglio tutt’altro che marginale, che perfino Madron non può trascurare: «Toccherà alla magistratura il compito di stabilire se Corona dica il vero o se stia semplicemente recitando l’ennesimo numero da fustigatore morale a gettone», ah ecco.
Ma il punto è proprio questo: come si può fare da cassa di risonanza a un egregio signore che all’inizio del marzo scorso giurava pubblicamente: «Se da qui ai prossimi cinque mesi uscirà un’immagine video dove papa Francesco parla dal vivo, io mi ritirerò a vita. Questa immagine non uscirà mai perché il Papa è morto»? Bergoglio era talmente defunto che il 23 marzo si affacciò da un balcone del Policlinico Gemelli, per poi rendere l’anima a Dio il 21 aprile successivo. Il 24 marzo, al Palapartenope di Napoli, ha provato a giustificarsi: «A me l’hanno detto persone che lavorano al Gemelli» (ah, beh...), «a 51 anni ho scelto di fare informazione seria» (e meno male). Risultato? L’hanno spernacchiato rumorosamente, con lui impegnato a cercare di uscire dall’angolo: «Così pochi dalla mia parte? Perché avete paura della verità», consolandosi: «tanto finiamo su tutti i giornali», che è poi l’unico traguardo che gli preme davvero nell’era dei social network, rendere virali, e quindi monetizzabili, i suoi blitz e le sue panzane.
Per la bufala sulla dipartita del Papa si è autoassolto: perché l’hanno sì ripreso in un video ad annunciarla urbi et orbi, ma «non ho scritto questa cosa sul mio giornale, sui miei social, non l’ho detta in tv», quindi non vale. E dire che l’art. 121 del Tulps, il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, vieta il mestiere di ciarlatano. O di «caciottaro», epiteto con cui lo sfregiò Ilary Blasi durante un urlato faccia-a-faccia nel 2018. Nei peggiori bar di Caracas? No: al Grande Fratello Vip, in prima serata su Canale 5.
Ma anche non avesse pestato il mentone del falso decesso del Santo Padre, come non ricordare come si rappresentava durante una lite al telefono con Nina Moric, finita sul sito del Giornale il 13 marzo 2007 ? «Io rovino la vita alle persone, sono un pezzo di m... e non ho più neanche sensi di colpa». E lei: «A me non mi piace questo tipo di vita tua, mi fa schifo, schifo!», conclude il brogliaccio: «Lei dice che lo manderà in prigione perché testimonierà contro di lui, lui chiede dove siano le prove e che non servirà a nulla se non a rimanere entrambi senza soldi. Nina continua ad accusarlo di essere stato ed essere ancora l’amante di Lele Mora», l’agente che ha tenuto professionalmente a battesimo Corona, rapporto su cui molto si è inzigato (Platinette: «Fabrizio in pochi anni ha ottenuto 5 milioni di euro, a casa mia queste si chiamano marchette. Non so come si chiamano a casa di altri»), ma anche fossero vere tutte le illazioni: so what?
In un altra cronaca, questa volta del Corriere della Sera, a firma di Giuseppe Guastella e Biagio Marsiglia, 22 giugno 2007, Corona confidava a Moric «di guadagnare “soldi marci” perché “nascono da un guadagno che provoca il più delle volte dolori sentimentali, crisi enormi a moltissima gente”». Confessione che deve essere sfuggita a Marco Travaglio, che pure è un fan delle intercettazioni, tanto più se «a strascico», altrimenti non si spiegherebbe la chiusa di un suo articolo del 2014: «Una grazia almeno parziale (a Corona, che alla fine aveva cumulato pene per 14 anni, poi ridotti a nove) sarebbe il minimo di “umanità” per ridare speranza a un ragazzo che ne ha combinate di tutti i colori, ma senza mai far male a nessuno. Se non a sé stesso», epigrafe che a Trastevere avrebbero chiosato con un sonoro: «‘A Marcolì, ma che c... stai a dì?», una benevola disposizione d’animo che il direttore del Fatto Quotidiano ribadisce peraltro nel documentario di Netflix.
Il bello è che spesso a promuovere l’immagine di Corona sono stati e sono ancora giornalisti e conduttori tv che hanno invitato il «pericolo pubblico numero 1», vedi Enrico Mentana nel 2007 a Matrix su Canale 5, e ancora lo cercano oggi, strapagandolo: ecco quindi i 30.000 euro - a ospitata - che Corona avrebbe incassato dalla Rai andando da Mara Venier, Nunzia Di Girolamo, Francesca Fagnani, Massimo Giletti, tutti in forza al servizio pubblico, con Giletti recidivo, perchè Corona lo ha avuto ospite a Non è l’Arena su La7 nel 2021 ma anche nel 2018, quando Furbizio al termine della puntata s’incoronò con lo scolapasta della vanità: «Mi sento un eroe nazionale». Dimenticando che perfino le statue di quelli veri spesso sono avvolte in un sudario di guano.
Moric: «A modo suo mi avrà anche amata. Ma è troppo innamorato di sé per amare qualcuno».
Corona: «Alla fine credo di essere un povero bullo colpevole solo di fare un mestiere del c...».
Amen.
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