Getty Images
Nel mondo dell’inclusività imposta, la scorciatoia mentale è scontata: uomo bianco colpevole quasi perfetto. E quando la realtà restituisce «mostri» con la pelle scura, i media cavalcano l’attenuante del disagio psichico.
La polizia inglese è recidiva. Per un inconscio senso di colpa che discende forse dall’essere stata, la perfida Albione, un’imperiale potenza coloniale. Per una fuorviante applicazione dei principi del wokismo, vai a sapere. La regola non scritta pare essere questa: meglio sbagliare bersaglio, applicando male la legge, che essere sospettati di discriminazione razziale davanti al tribunale dell’opinione pubblica e dei social.
Essì, perché l’omicidio di Henry Nowak - lo studente universitario diciottenne accoltellato a morte ma ammanettato a terra mentre era agonizzante e ripeteva «non riesco a respirare» perché il killer, un giovane sikh di 21 anni, aveva spiegato di essere lui la vittima di un’aggressione razzista - non è purtroppo un inedito.
Riavvolgiamo il nastro.
Tra il 1997 e il 2013, oltre un migliaio di bambini è molestato, abusato, stuprato.
La maggior parte delle vittime sono ragazzine bianche, ma vi sono anche adolescenti della comunità asiatica. Nulla succede, a livello di indagini, fino a quando due bambini e la loro madre vengono assassinati. A quel punto, e finalmente, parte la prima inchiesta. Che appurerà che a commettere quelle nefandezze è stata una rete di pedofili di origine pakistana.
Il bello è che a questa conclusione si poteva arrivare molto prima, e quindi con un numero di innocenti violati inferiore, se avessero dato retta a un’ispettrice che indagava sugli stupri e che era arrivata a concludere che le violenze avevano una connotazione «etnica».
Non l’avesse mai detto.
L’hanno sospesa e sanzionata, obbligandola a seguire un corso di «sensibilizzazione alla diversità», che rievoca la «rieducazione» praticata in Cina ai tempi della «rivoluzione culturale» e in Cambogia sotto Pol Pot.
Il ministro dell’Interno dell’epoca (poi premier), Theresa May, deplorerà che «l’istituzionalizzazione del politicamente corretto e la paura di essere tacciati di razzismo abbiano contribuito all’omertà su questi crimini per così tanti anni».
Purtroppo i bias cognitivi, ovvero le convinzioni errate basate su pregiudizi e «verità» infondate, sono più pervasivi di quanto si creda.
E la scorciatoia mentale che stabilisce che i bianchi sono sempre, per principio e «a prescindere», dalla parte del torto, è la più coriacea di tutti.
Tanto che Pascal Bruckner sull’argomento ha scritto un libro «quasi perfetto»: Un colpevole quasi perfetto - La costruzione del capro espiatorio bianco (Guanda, 2021).
La riprova l’abbiamo avuta nell’agosto scorso.
Una ragazza sale su un treno metropolitano a Charlotte, in North Carolina.
Si siede, tira fuori il suo smartphone e comincia a «scrollare» con il dito sul display. Alle sue spalle, seduto con la testa appoggiata al vetro, c’è un uomo con una felpa rossa.
Sembra sonnecchiare.
Sembra.
Perché all’improvviso si alza, sfodera un coltello e lo affonda per tre volte nel collo della giovane.
Poi si allontana, per venire bloccato non molto tempo dopo, anche perché lascia una scia di sangue dietro di sé.
Fine della storia.
Ebbene?, vi starete chiedendo. Un omicidio insensato, gratuito, immotivato, di certo non il primo di questo tipo.
Vero.
Il fatto è che quel fatto di sangue è stato come oscurato, perfino quando sono state diffuse le immagini delle videocamere di sorveglianza, che ne hanno certificato l’efferatezza.
Niente articoli di giornale, niente riproposizione ossessiva nei principali notiziari e talk show.
Curioso, in un’epoca in cui si dice che siano proprio le immagini a prevalere su ogni altra forma espressiva, anche perché la gente crede a quello che vede, tanto da non saper riconoscere quali sequenze siano vere e quali un prodotto dell’Intelligenza artificiale.
Eppure, i protagonisti di quel crimine, vittima e assassino, avevano la pelle diversa, un dettaglio tutt’altro che irrilevante se riferito a una realtà come quella americana segnata dai tanti omicidi di neri, fenomeno per nulla sporadico che è all’origine del movimento Black lives matter.
Solo che in questo caso eravamo in presenza di un’inversione dei ruoli.
A essere bianca, infatti, era la vittima (una ragazza ucraina di 23 anni, in fuga negli Usa dopo l’invasione russa del suo Paese), non la mano assassina. Nero era l’omicida, pluripregiudicato e «mentalmente instabile», come ci si è precipitati subito a precisare, perché non sia mai che si possa arrivare a sostenere l’esistenza di neri che, semplicemente, odiano i bianchi (il contrario sì: siamo tutti figli o nipoti di militanti del Ku Klux Klan).
Fateci caso: l’attenuante del «disagio psichico», del «disturbo mentale» entra spesso in gioco quando si tratta di valutare i crimini commessi da neri o stranieri o fedeli di religioni quali l’islam (essendo il razzismo, la xenofobia, l’islamofobia l’accusa che ti viene rivolta ogni qualvolta osservi la realtà per quella che è).
Così è stato anche per Salim El Koudri, trentunenne che voleva compiere una strage, abbattendo pedoni come birilli nel centro di Modena alla guida di un’auto.
«Un giovane uomo profondamente disturbato», ovvero affetto da «disturbo schizoide della personalità», si sono affrettati a dipingerlo molti giornali, quasi obbedendo a un riflesso pavloviano.
Salvo poi dover prendere atto di quanto affermato dal gip di Modena Donatella Pianezzi nell’ordinanza che ha disposto la custodia cautelare in carcere: «Nessun elemento» è stato riscontrato per collegare l’abominevole gesto al suo stato di salute psichico, precedentemente diagnosticato.
Con un ulteriore paradosso: siccome a bloccarlo sono stati sei uomini (due italiani, due egiziani, due pakistani) ecco che si è corsi a sottolineare questa seconda notizia, quasi a voler «sterilizzare» la prima.
Come a dire: lo vedete? L’attentatore, che ha compiuto un gesto senza dubbio sconsiderato, sarà un immigrato di seconda generazione, ma sono immigrati pure quelli che l’hanno placcato a rischio della vita.
E pensate: «Non hanno nemmeno la cittadinanza, eppure sono buoni lo stesso».
Che altro non è che il rovescio della medaglia del giustificazionismo più subdolo.
Continua a leggereRiduci
Nel riquadro a sinistra, il clochard milanese Pietro Alberto Paolo Signor e il suo assassino Cissè Camara (iStock)
Dall’ordinanza sull’omicidio del milanese «Pedro» emergono dettagli raccapriccianti: si sospetta un rito di sopraffazione sul corpo. La reazione davanti ai militari di Cissé, alterato e seminudo? Sputi e calci.
Nella sua ordinanza di quattro pagine con la quale ha convalidato l’arresto in flagranza di Cissé Camara, quarantaduenne senegalese accusato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor a Genova, il gip Carla Pastorini descrive una scena quasi ferina, convulsa, da bassifondi in cui il degrado urbano il 30 maggio scorso deve essersi trasformato all’improvviso in un teatro di brutalità primordiale.
Quando i carabinieri sono arrivati nei giardini di Villetta di Negro, il parco che domina il centro di Genova, Signor, detto «Pedro», quarantottenne milanese senza fissa dimora e in attesa di un trapianto di cuore, era già morto.
Accanto a lui, intento a «trascinare il cadavere della vittima appena deceduta», scrive il gip, c’è ancora Camara. Irregolare dal 2022 dopo la scadenza del permesso temporaneo ottenuto durante un contenzioso sulla richiesta di asilo. Nonostante vari controlli di polizia e numerose denunce per reati contro il patrimonio e legati agli stupefacenti, non era mai stato trattenuto in un Cpr, né espulso. E, per questo, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha già disposto verifiche per capire perché quell’uomo fosse ancora libero di aggirarsi nel nostro Paese, ma soprattutto di uccidere. Nel parco, a leggere la ricostruzione del giudice, l’uomo sarebbe esploso in una violenza brutale e disordinata. Le lesioni descritte nell’ordinanza evocano infatti un’aggressione ripetuta, forsennata.
Signor è stato ferito al fianco destro, nella zona paravertebrale e allo zigomo, colpi inferti probabilmente con un coccio di bottiglia. Ma se questi tagli non hanno interessato zone vitali, la ferita «tra giugulo e sterno», secondo la prima ispezione medico-legale, avrebbe invece provocato la morte del clochard, dopo un abbondante sanguinamento. Un taglio alla gola. Sgozzato. Questa «lesione» sarebbe, secondo il gip, «attribuibile a uno strumento da punta e da taglio». Forse i già citati vetri, o un coltello. Del quale non c’è alcun riferimento preciso nell’ordinanza. Ma è quest’ultima ferita ad aver portato gli inquirenti verso la contestazione dell’omicidio volontario. Il colpo alla carotide, organo vitale, viene infatti indicato tra gli elementi alla base dell’impostazione accusatoria.
L’autopsia ha anche evidenziato che la vittima era cardiopatica, circostanza che non esclude l’ipotesi di un malore durante la colluttazione, ma che non incide sull’ipotesi di reato contestata.
È soprattutto ciò che circonda il corpo a conferire alla vicenda una tonalità parecchio cupa. Attorno ci sono «cocci di bottiglia», indumenti sparsi e un dettaglio che inquieta almeno quanto le coltellate: il cadavere di Signor si presentava con «braccia e piedi legati con indumenti». Abiti trasformati in lacci di fortuna, come se dentro gli anfratti del parco pubblico, probabilmente trasformati in tane o giacigli improvvisati dai senzatetto, si fosse consumato un rito di sopraffazione. Il gip non chiarisce se i legacci siano stati stretti prima o dopo la morte, ma il particolare basta da solo a spostare la vicenda oltre la dimensione della semplice lite finita male. Le immagini delle telecamere di videosorveglianza del museo Chiossone, che hanno ripreso la zuffa che ha preceduto il delitto, sollevano ulteriori interrogativi. Secondo quanto riportato nell’ordinanza, i due uomini risultano insieme già intorno alle 6 del mattino. Entrano nella villetta verso le 6.25. Poi c’è un lungo cono d’ombra di quasi quattro ore. Soltanto verso le 10 le immagini documenterebbero quella che il gip definisce «una colluttazione». Innescata da un litigio improvviso, forse legato a questioni di droga o da qualcosa che al momento appare indecifrabile. Quando i due sono stati ripresi davanti ai cancelli dalle telecamere sembravano tranquilli. Ma, poi, sulla scena è stata rinvenuta una «confezione di crack». Era accanto agli effetti personali di entrambi.
Il gip, pur usando formule prudenti, lega quel ritrovamento allo stato psicofisico dell’indagato. Nelle carte si parla infatti di «totale assenza di controllo», di «elevatissimo grado di aggressività» e di un uomo «assolutamente non in grado di porre freni ai propri istinti violenti». Parole giustificate da quanto sarebbe accaduto al momento dell’intervento dei carabinieri. Camara, infatti, avrebbe opposto resistenza, «sputando, minacciando, lanciando sassi e pugni per diverso tempo», tanto da rendere necessario il suo trasferimento all’ospedale San Martino, dove gli sarebbe stata somministrata una terapia «idonea al suo contenimento». E dove è rimasto ricoverato (e piantonato) in gravi condizioni per una forma di polmonite causata, stando alla diagnosi, dall’abuso di sostanze stupefacenti. Accanto alla gravità del delitto, che gli inquirenti ritengono di avere ormai delineato nei suoi tratti essenziali, però, rimangono diversi interrogativi investigativi ancora sospesi. Oltre all’arma utilizzata, ancora non indicata con precisione, non si comprendono le ragioni del trascinamento del corpo. E soprattutto resta da chiarire cosa sia realmente accaduto in quelle quattro ore trascorse dentro la villetta prima che l’indagato, stando alle accuse, si trasformasse in una belva, nuda dalla cintola in giù e con solo «alcune magliette» che gli coprivano il busto. Lo stato precario di salute (con Camara sedato e non in condizioni di parlare), per ora, ha impedito l’interrogatorio. Dall’indagato, però, gli investigatori cercheranno di sapere se conoscesse già la vittima, ma anche da quanto tempo frequentassero Villetta Di Negro. Un luogo che potrebbe essere già stato utilizzato in precedenza come rifugio di fortuna da vittima e carnefice. Nonostante la brutalità dell’omicidio e le ricadute politiche del caso sull’annoso dibattito sull’immigrazione incontrollata, però, attorno all’assassinio di Signor è calato da subito un silenzio sorprendente. A parte il viceministro Edoardo Rixi, intervenuto sulle pagine di questo giornale, non si sono registrati interventi su una vicenda che intreccia sicurezza urbana, immigrazione irregolare, degrado e tossicodipendenza. La storia è rimasta sostanzialmente confinata dentro le quattro pagine dell’ordinanza di custodia cautelare e in qualche svogliato articolo sulle cronache locali.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
Doveva scapparci il morto per far cambiare il Piano d’azione contro il razzismo promosso anche da Starmer, che ora si dice scioccato per l’uccisione di Henry Nowak. Il Regno Unito è attraversato da proteste, dovute alla pessima gestione dei migranti.
Poco alla volta, il muro di fronte alla stazione di polizia di Southampton si è riempito di foto di Henry Nowak. Qualcuno ha portato dei fiori. Qualcun altro la propria frustrazione, dopo aver visto il video in cui il giovane - accoltellato sei volte da Vickrum Digwa, un ventitreenne sikh - dice alle forze dell’ordine: «Mi hanno ferito, non riesco a respirare».
Ma nessuno gli crede. E così, oltre mille persone si sono riunite di fronte alla stazione di polizia, urlando le ultime parole di Nowak: «Non riesco a respirare». Qualcuno ha assaltato anche i mezzi delle forze dell’ordine, che hanno risposto con diverse cariche. Facce spaccate e ancora più rabbia, nei confronti di chi dovrebbe tutelare i cittadini, tutti e allo stesso modo, ma che invece si preoccupa principalmente delle minoranze.
Di fronte alla protesta dei cittadini, il premier britannico Keir Starmer è subito intervenuto, e dopo essersi detto addolorato, le ha bollate come «vergognose, ingiustificabili e inaccettabili», aggiungendo poi che la polizia ha «serie questioni a cui rispondere». Il problema è che a quelle serie questioni dovrebbe rispondere innanzitutto lui. Non è infatti un caso che il governo britannico abbia espresso la volontà di rimettere mano alle linee guida sull’antirazzismo appoggiate dallo stesso Starmer. Nel Piano d'azione contro il razzismo, questo il nome del documento redatto dalla polizia, si legge per esempio che gli agenti dovrebbero «rispondere a individui e comunità secondo i loro bisogni, circostanze ed esperienze specifiche, comprendendo che questi elementi saranno razzializzati e con l'obiettivo di ridurre il danno». Ma non solo. In esso, si chiede anche di «trattare tutti allo stesso modo» o essere «ciechi al colore». Come dire: fate attenzione quando vi trovate davanti qualcuno di colore perché rischiate di farlo sentire discriminato. Peccato che però, a comportarsi così, poi ci vadano di mezzo i poveri Cristi come Nowak. Non è un caso che Nigel Farage abbia parlato di «discriminazione razziale a due livelli». Perfino il viceministro dell'Interno con delega alla polizia, Sarah Jones, ha ammesso, ora che ci è scappato il morto, che le regole stilate dalla polizia non vanno bene ma, ha specificato, bisogna «tenere a mente che c'è una storia di razzismo nelle forze dell'ordine». Una precisazione di cui non si sentiva il bisogno, in questo momento.
Farage ha incalzato Starmer e ha più volte sottolineato come «le direttive dei superiori agli agenti di polizia sono chiare e scritte nero su bianco: dicono che bisogna trattare i diversi gruppi etnici in modo diverso». Per questo, ha chiesto provocatoriamente al primo ministro: «Se i cittadini perdono la fiducia nella possibilità di essere trattati equamente dalla polizia, può intervenire per porre fine a questa pratica divisiva di discriminazione tra polizia e cittadini britannici e garantire che tutti siano trattati allo stesso modo?». Starmer però ha negato: «Non credo che in questo Paese esista un sistema di polizia a due velocità». La realtà, però, è proprio quella descritta da Farage. E le parole del Piano d’azione contro il razzismo stanno lì a dimostrarlo. Di fronte a un crimine, nel Regno Unito, l’atteggiamento delle forze dell’ordine è diverso a seconda di chi si trovano davanti. È una sorta di razzismo al contrario - che punta a tutelare le minoranze, che spesso delinquono di più - a discapito dei bianchi.
La sinistra britannica accusa il leader di Reform Uk di voler dividere il Paese, ma questo è già spaccato. E Farage c’entra poco o nulla con questa vicenda. Il Regno è diventato disunito nel momento in cui, di fronte ai migranti afghani che violentavano le ragazze a Nuneton, il premier minimizzava. Era il luglio del 2025. Oppure quando, qualche mese dopo, a dicembre, sono stati condannati due richiedenti asilo di 17 anni, Jan Jahanzeb e Israr Niazal, dopo che avevano violentato una ragazza di 15 anni. O ancora, quando, lo scorso gennaio, Mehmet Ogur, l’ennesimo richiedente asilo che era stato ospitato in un hotel a Tamworth, nello Staffordshire, è stato condannato a 7 anni di prigione per aver violentato una diciottenne in un parco. E, infine, il Paese si è spaccato di fronte all’ennesimo crimine contro una donna, compiuto da un migrante pakistano, Sheraz Malik.
Di fronte a tutto ciò Starmer, insieme al suo governo, ha preferito tacere. Nel frattempo però la rabbia è montata ogni giorno di più. Fino alla morte di Henry Nowak. Non è Farage a dividere il Paese. È l’immigrazione incontrollata a farlo. Anche grazie a una sinistra accondiscendente.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Le opposizioni: «Un modo per affossare la legge». Craxi: «Non è strategia dilatoria». Il centrodestra riparte dal suo documento.
Il disegno di legge sulla «Morte volontaria medicalmente assistita», il cosiddetto Fine vita, torna nelle commissioni Affari sociali e Giustizia per proseguire l’esame. Il Senato ieri pomeriggio ha approvato con 88 voti a favore, 59 contrari, nessun astenuto, la questione sospensiva presentata dal capogruppo di Fdi a Palazzo Madama, Lucio Malan.
«Non certamente al fine di procrastinare i tempi, ma al fine di trovare una soluzione su questa delicata materia», ha precisato Malan, «alla luce di quanto riferito» dal presidente della commissione Sanità e Affari sociali del Senato, Franco Zaffini, il quale aveva spiegato che «procede l’esame in commissione di un testo della maggioranza che riunisce tutti gli altri». Il senatore di Fratelli d’Italia aveva aggiunto: «Vogliamo fare una buona legge che dia corpo alle sentenze costituzionali senza invadere il campo dell’eutanasia o dell’omicidio del consenziente».
Da una parte rimane il testo unitario delle opposizioni, presentato dal senatore del Pd Alfredo Bazoli e sostenuto da tutto il centrosinistra; dall’altra il testo elaborato dai relatori della maggioranza, Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (Fratelli d’Italia). Il nodo principale riguarda il coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale (Ssn) nella somministrazione del suicidio assistito, previsto nel testo del senatore dem Bazoli, e che invece vede nettamente contrari Fratelli d’Italia. Forza Italia continua a mediare attraverso la capogruppo azzurra Stefania Craxi, al lavoro sugli emendamenti.
Ieri, nel suo intervento ha affermato: «Fin dall’inizio abbiamo indicato il testo base, che porta la firma dei colleghi Zanettin e Zullo, come il migliore punto di partenza possibile. Il testo Bazoli, che contiene elementi per me personalmente condivisibili e che recepisce parti importanti della giurisprudenza costituzionale, è difficilmente in grado di trovare una maggioranza in quest’Aula. Suscita, infatti, non poche riserve anche nella parte più credente della stessa opposizione. Il testo Zanettin-Zullo, invece, non è ancora pronto per l’Aula».
La reazione della sinistra al rinvio del provvedimento in commissione è arrivata puntuale. «La maggioranza ha affossato la nostra proposta, di tutte le opposizioni, per una legge sul Fine vita. È appena accaduto in Senato, è gravissimo ed è la dimostrazione che questa destra non vuole una legge che garantisca un fine vita dignitoso, seguendo quello che già la Corte costituzionale ha spiegato», ha tuonato la segretaria del Pd Elly Schlein.
Per il capogruppo di Avs, Peppe De Cristofaro, presidente del gruppo Misto di Palazzo Madama, il ritorno in commissione del testo è «uno scandalo. Noi continueremo a chiedere che il Senato affronti questo tema con serietà, senza pregiudizi ideologici e senza ulteriori tatticismi. Perché il fine vita non riguarda la morte, ma riguarda la libertà e la dignità».
«Questa richiesta di sospensiva non ci sorprende. Quando non vuole prendere decisioni scomode, la maggioranza prende tempo», ha commentato la senatrice del M5s e vicepresidente del Senato, Mariolina Castellone, sostenendo che il rinvio «sa proprio di presa in giro». Riccardo Magi, segretario di +Europa, ha parlato di «ennesimo schiaffo che questa maggioranza dà a tutte quelle persone che soffrono e ai loro cari che li assistono. Come sempre la destra italiana rappresenta la retroguardia umana e legislativa».
Fortemente criticata dalle opposizioni è stata anche la memoria scritta inviata ieri mattina dal presidente del Cnr, Andrea Lenzi, chiamato in causa per stabilire se esiste un macchinario per autosomministrare il farmaco letale. «Allo stato attuale non risultano reperibili dispositivi regolarmente autorizzati all’immissione in commercio con marchio Ce per l’auto somministrazione di farmaci, che siano idoneamente impiegabili nella procedura di morte volontaria medicalmente assistita da parte di persona immobilizzata, o comunque altrimenti impossibilitata all’autosomministrazione del farmaco letale, né risultano che siano allo studio o in fase di implementazione progetti relativi ai dispositivi richiamati», afferma il presidente.
La reazione della senatrice Pd Sandra Zampa non si è fatta attendere: «Volete dirci che oggi, nell’epoca della robotica, non è possibile mettere a disposizione delle persone che sono in queste condizioni uno strumento che consenta loro di compiere fino all’ultimo passaggio la propria volontà?».
Pensare che una legge sul fine vita già esiste in Italia, è la 219 del 2017. La persona sofferente va accompagnata e il medico «è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale. Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali».
Continua a leggereRiduci






