La magia del luccichio di alberi e addobbi per le vie delle città
Ansa
Le sfavillanti luminarie di Natale fanno la felicità di grandi e piccoli, assieme agli abeti decorati e i presepi vicino al camino.

Nelle città ogni anno si scatena la mania dell’albero più grande e più bello e più alto e più stellato e più carino – in tutti i sensi – e più griffato e più esclusivo, giusto per individuare l’ennesima ragione di competizione e vanità.

L’albero del Papa in Vaticano, strappato alla natura che tanto ameremmo – teoricamente – e l’albero di Piazza Duomo a Milano e a Firenze, l’abete abbattuto a Marzabotto e traghettato fino a Piazza Nettuno a Bologna, l’albero di Piazzetta Reale a Torino e così via nelle maggiori piazze italiane. Si parla così tanto di alberi, del rispetto, dell’amore verso di loro e alla fine ogni anno tiriamo il collo a decine di grandi alberi giusto per esibire la nostra umanissima pretenziosità. E nemmeno a Natale adesso, qualcuno protesterà, e chi se ne importa di quattro alberi, i boschi ne sono pieni! Eppure, c’è chi se ne accorge, anche questo è creare inquinamento, anche questo è sprecare, e poi non c’era la crisi energetica? Che fine ha fatto la crisi energetica? Roma e Milano sono una festa in ogni quartiere, nel centro palazzi ricoperti di luminarie, alberghi, edifici storici, piazze luminescenti, e che ne è delle bollette carissime? Siamo forse davvero tutti diventati degli immemori?

Gianmarco pensa proprio a questo mentre passeggia nelle vie della sua città, una media cittadina del centro Italia. Quest’anno non si è dovuto attendere la Vigilia o Capodanno per immergere le suole degli scarponi nella neve, pochi centimetri ovviamente, nulla di straordinario, ma comunque meglio di altri anni dove se ne sono viste due o tre spruzzate giusto per ricordarsi che esiste un inverno fatto non soltanto di basse temperature e cappotti.

Per la via del centro è stata scelta una decorazione classica: un babbo Natale stilizzato sopra una slitta, inclinata e trainata da invisibili renne volanti. Nella piazza del Municipio svetta una stella cometa, in viaggio, mentre davanti a San Giorgio, la chiesa parrocchiale, c’è un alberello con grosse palle di plastica colorate, e qualche festone dorato. In via Dante Alighieri invece una serie di grossi regali gialli con nastro rosso, in Piazza Matteotti neve che cade dalla cima dei tetti e delle grondaie, lunghi fili dinamici di un bianco abbacinante. In Comune hanno deciso di investire nell’idea di un allegro Natale e non hanno badato a spese.

Pare passata di moda la mania dei babbi ladruncoli che si gettano dai balconi, appesi, a grandezza naturale, quasi che stessero portando a casa il maltolto alle famiglie facoltose. O quantomeno questo è il pensiero ricorrente che Gianmarco si immaginava tutte le volte che ne avvistava uno, in giro per la toponomastica cittadina. Forse si sono rovinati, o forse i proprietari hanno capito che la sorpresa non era granché. O forse era un invito troppo ghiotto per i ladri quelli veri, i professionisti, che comunque esistono ed esercitano, bontà loro.

Gianmarco ama il Natale, non lo trova poi questa grande buffonata consumistica che spesso si critica così, a gratis. Nei suoi 35 anni inizia ad avere una certa dimestichezza con questo tipo di ricorrenza, lui ha smesso di andare a messa intorno ai venti-ventuno anni, i suoi sono pensionati contadini che non hanno mai avuto un gran rispetto per i sacerdoti e le chiese, ovviamente votavano, ai loro tempi, comunista, e oggi insistono a segnare la croce sul simbolo del Pd, per quel che vale. Anche quando segretario è stato un certo Matteo Renzi, magari turandosi il naso, ma hanno mantenuto fede ad una visione figlia comunque di un altro tempo. E così non hanno di certo protestato quando il figlio ha deciso, la domenica mattina, di fare altro e di sottrarsi all’abitudine della messa grande in San Giorgio. E così il Natale è compiutamente diventato una festa pagana, semmai l’occasione di rivedere parenti che si incontrano raramente, alcuni lontani addirittura soltanto una volta l’anno, o durante i funerali. E quindi certamente l’attesa della madre bianca, i regali da cercare e da incartare, e poi da scartare tutti insieme appena svegli e prima della colazione la mattina del 25, il grande pranzo, con decine di invitati, alcuni bene attesi, altri ovviamente mal tollerati, come si attesta in qualsiasi numerosa famiglia.

E quindi i negozi in festa, le vie addobbate, i presepi laddove si mantenga questa tradizione nata con San Francesco – tra l’altro, quanti sanno che il presepe è stato inventato nel 1223 dal Poverello di Assisi, oramai quasi 800 anni orsono? E gli alberi di Natale. Gianmarco ama fotografare gli alberi di Natale, è un suo hobby, li fotografa alle diverse ore del giorno e della sera, ne ha fotografati ovunque sia stato, in Appennino, sulle Alpi, al mare, sulle isole, nelle grandi città d’arte, nelle periferie industriali, nelle abitazioni degli amici e dei cugini, nelle scuole.

Lo si potrebbe quasi definire un albero-dinatale-maniaco, lui stesso l’8 dicembre ne realizza uno sul tasso del giardino di casa, un albero secolare, non grande ma fitto, addossato all’ala orientale della casa di campagna nella quale è cresciuto e dove vive da sempre. È il primo albero che riceve i raggi del nuovo giorno, all’alba, e quindi è stato scelto come custode delle allegre e spensierate luci del Natale poco o per nulla cristiano vissuto comunque appieno dalla propria gente.

Ora si chiede ogni anno quale sia l’albero più bello che incontra. L’albero del sindaco? O l’albero delle famiglia più in vista? I Fumagalli, i Pernigotti, i Dogliotti? Oppure sono i piccoli alberi che ogni tanto adocchiano i passanti dalle finestre dei negozi, alti magari venti o trenta, o cinquanta centimetri, tutti fitti e carichi? Meglio un albero di Natale stracarico o un albero zen, essenziale, minimale? Meglio un albero coloratissimo, pronto per il Carnevale di Rio, o anche soltanto quello di Viareggio, oppure un albero dosato con gusto, con semplicità, in un paio di colori soltanto, come quelli che talora si incontrano nei corridoi dei grandi magazzini? Ecco, forse gli alberi che preferisce sono modesti, nelle dimensioni, non di certo quelli enormi, ma conta il posto dove sono stati posizionati, e allora di certo ci vuole un bel camino a fianco, magari addirittura acceso mentre fuori i vetri sono appannati e da quel poco che si intuisce c’è una nevicata in corso, e noi siamo qui dentro, a parlare, e a ridere, a sentirci uniti come non molte altre volte nel corso del tempo che ci è consegnato da vivere.

Da non perdere