Dopo l’Ucraina e Taiwan, sembra proprio che la penisola coreana si avvii a diventare il teatro della prossima crisi internazionale. Ieri mattina, il regime di Pyongyang ha lanciato senza preavviso un missile balistico che, dopo aver sorvolato la regione giapponese di Tohoku, si è schiantato nell’Oceano Pacifico al di fuori della zona economica esclusiva di Tokyo. Funzionari giapponesi e sudcoreani hanno stimato che il missile abbia viaggiato per circa 2.860 miglia: secondo l’Associated press, si tratterebbe del tragitto più lungo mai compiuto da un’arma nordcoreana. Il governo di Tokyo, dal canto suo, ha esortato i propri cittadini a dirigersi nei rifugi: era del resto dal 2017 che un missile di Pyongyang non sorvolava il territorio giapponese. Ricordiamo inoltre che, finora, il regime del Nord ha effettuato sei test nucleari tra il 2006 e lo stesso 2017.
Non sono ovviamente tardate le reazioni internazionali. Il premier nipponico, Fumio Kishida, ha definito «oltraggiosi» gli atti di Pyongyang (che quest’anno, secondo Cnn, ha finora effettuato almeno 23 test missilistici). «Questa azione è destabilizzante e mostra il palese disprezzo della Corea del Nord per le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e le norme di sicurezza internazionali», ha dichiarato la portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale degli Stati Uniti Adrienne Watson, mentre il presidente della Corea del Sud, Yoon Suk-yeol, ha invocato una risposta «risoluta». E una risposta effettivamente è arrivata: caccia sudcoreani e statunitensi hanno infatti effettuato una «esercitazione di bombardamento di precisione» contro un bersaglio virtuale nel Mar Giallo.
Gli ultimi lanci missilistici nordcoreani sono avvenuti poco dopo la recente visita della vicepresidente americana Kamala Harris nella zona demilitarizzata e poco dopo le altrettanto recenti esercitazioni antisottomarino congiunte tra Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud. Tra l’altro, a inizio settembre il leader nordcoreano, Kim Jong-un, aveva stabilito di riconoscere al proprio regime lo status di potenza nucleare e di consentirgli anche il ricorso ad attacchi preventivi: una mossa che, come è facile intuire, ha alzato notevolmente la tensione. D’altronde, che la situazione stesse peggiorando era già chiaro dai mesi precedenti. Proprio a causa dei segnali bellicosi di Pyongyang, ad agosto Yoon Suk-yeol aveva ordinato un aggiornamento dei piani operativi dell’esercito sudcoreano.
E intanto, mentre crescono i timori in vista di un probabile settimo test nucleare da parte della Corea del Nord, questa crisi già presenta delle considerevoli ramificazioni internazionali. Innanzitutto emergono legami con la crisi ucraina, visto che, nelle scorse ore, Pyongyang ha riconosciuto le annessioni illegali alla Federazione russa delle quattro regioni ucraine occupate da Mosca. Inoltre, per quanto il governo nordcoreano abbia smentito, l’intelligence americana aveva di recente riferito che Kim Jong-un stesse rifornendo il Cremlino di armi.
Dall’altra parte, emerge il dossier di Taiwan. Come noto, è aumentata notevolmente la tensione su di esso lo scorso agosto. Pechino ha effettuato delle poderose manovre militari nelle acque dell’isola, mentre la Casa Bianca ha chiesto al Congresso l’ok per una nuova fornitura di armi a Taipei. Una Taipei che ieri ha, tra l’altro, condannato il lancio missilistico di Pyongyang. Non dimentichiamo poi che, a maggio, Russia e Cina hanno posto il veto su una risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu che puntava a rafforzare le sanzioni contro il regime di Kim.
Ora, è senz’altro vero che, davanti a questa situazione complessa, gli Usa devono fare attenzione, anche perché l’India – uno dei pilastri della loro politica nell’Indo-Pacifico – continua a rivelarsi ambigua sulla questione ucraina: un fattore, questo, che sta avvicinando (almeno parzialmente) Nuova Delhi a Pechino. Tuttavia il maggiore nodo della crisi nordcoreana potrebbe riguardare proprio la Cina. È vero che il Dragone è piuttosto vicino alla Corea del Nord. Tuttavia non è affatto detto che le posizioni bellicose di Kim vengano apprezzate da Xi Jinping, soprattutto in questa fase storica. Ricordiamo che a metà ottobre si terrà il congresso del Partito comunista cinese e che, nell’occasione, l’attuale leader di Pechino punta a ottenere un terzo mandato presidenziale.
Va da sé che, rispetto al dossier ucraino, su quello nordcoreano Xi non può permettersi la sua arcinota ambiguità. In questa fase, il presidente cinese punta a mantenere un basso profilo in vista del congresso: una strategia che tuttavia potrebbe deragliare a causa delle mosse di Kim. Non è forse un caso che, secondo l’intelligence di Seul, Pyongyang avrebbe intenzione di condurre il suo settimo test nucleare tra l’apertura del congresso del Partito comunista cinese (il 16 ottobre) e le prossime elezioni di metà mandato in America (l’8 novembre). Xi quindi rischia di finire sotto pressione da parte di Kim. E questo per il presidente cinese è un nodo di difficile soluzione. Se appoggiasse Pyongyang, la Cina comprometterebbe ulteriormente i suoi rapporti con l’Occidente, ritrovandosi in una situazione difficile anche in sede Onu. Se al contrario mollasse Kim, Xi rischierebbe di vedere ridimensionato il fronte antiamericano in estremo Oriente. Ne consegue che, se Washington non può dormire sonni troppo tranquilli, l’iperattivismo nordcoreano pone un problema soprattutto a Pechino: una Pechino che rischia di ritrovarsi in un vicolo cieco.
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