Cosa succede in Ucraina? La pace si allontana? O si aprono spiragli? Partiamo dalla notizia: domenica sera, il presidente Volodymyr Zelensky ha annunciato la sostituzione del responsabile della Difesa, Oleksij Reznikov. Servono «nuovi approcci» e «altre forme di interazione sia con i militari che con la società», ha spiegato. La decisione era attesa, poiché il funzionario era al centro di uno scandalo, risalente all’autunno 2022, per alcune forniture belliche, il cui prezzo era triplicato dopo la firma del ministro. Già questo è un segnale: l’Occidente pretende riforme e pulizia, requisito per l’integrazione politica, economica e militare. Un’intesa con Bruxelles e un patto per la sicurezza potrebbero blindare Zelensky per un altro mandato. E lasciargli campo libero, in vista di una trattativa. La quale implicherà compromessi. Al limite, la cessione di territori.
Perciò è di estremo interesse la nomina del successore di Reznikov. Si tratta del deputato tataro Rustem Umerov, già copresidente della Piattaforma Crimea, l’organismo che coordinava gli sforzi diplomatici contro l’annessione della penisola a Mosca, nonché attivo nella tutela dei rifugiati, fuggiti dagli occupanti. E qui viene il bello: nel 2017, Umerov propiziò la liberazione di due tatari detenuti in Russia. Non essendo un falco, a differenza del predecessore, nel marzo 2022 tentò di convincere gli emissari del Cremlino a porre fine al conflitto. Poi, è stato nella delegazione di Kiev per i corridoi del grano. La sua promozione somiglia a una svolta, dopo le aperture del presidente a un negoziato sulla Crimea, benché temperate da un caveat: l’esercito dei liberatori dovrà arrivare ai «confini amministrativi» della penisola.
È chiaro: qualcosa si sta muovendo. Archiviate le pesanti critiche alla controffensiva, giunte da ambienti americani e britannici, gli Usa hanno salutato progressi repentini sul campo. La resistenza rivendica di aver sfondato la prima linea difensiva degli invasori a Sud e giura che, da adesso, avanzerà più veloce. Anche se, di fronte, si troverà fortificazioni ancora più solide, mentre i russi premono sulla direttrice Nord-Est. Comunque, si sono intensificati gli attacchi in profondità contro le truppe dello zar e le incursioni di droni in Russia. Può darsi che l’ennesimo slittamento della narrativa bellica serva a schermare le mosse della diplomazia. Embrionali, sì, ma mai così ardite da quel fatidico 24 febbraio dell’anno scorso.
Sulla Verità, avevamo ipotizzato un do ut des, in fase di definizione, tra gli alleati – americani in testa – e Zelensky. L’idea è che, se Kiev dovrà rassegnarsi a uno smembramento – non scordiamo che persino la Polonia coltiva malcelate ambizioni sulla regione di Leopoli, che un tempo le apparteneva – si dovrà assicurarle una contropartita. A cominciare dalla corsia preferenziale per l’ingresso nell’Unione europea. E, se non l’entrata nella Nato, almeno un valido ombrello difensivo. Va in questa direzione il colloquio di ieri tra Emmanuel Macron e il presidente ucraino, il quale sostiene che, con la Francia, «è stato raggiunto un importante accordo sulle garanzie di sicurezza: i nostri team lavoreranno a un documento bilaterale».
Sul tavolo rimane la richiesta, pervenuta tramite il senatore repubblicano Usa, Lindsey Graham, di indire elezioni in tempo di guerra, per dimostrare che a Kiev non c’è un regime alla stregua di quello putiniano. L’invito è stato accolto con freddezza. Di sicuro, Zelensky sa che, per far digerire all’opinione pubblica concessioni al nemico, occorrerà presentare altrettanti guadagni. Ma pure rassicurare gli interlocutori dell’Ovest.
Ecco perché va registrata una novità clamorosa: il procuratore generale dell’Ucraina, sabato, ha incriminato per frode Igor Kolomoisky, chiedendone l’arresto. Il controverso oligarca è stato il principale sponsor elettorale di Zelensky, proprietario dell’emittente 1+1, quella che mandava in onda la serie in cui l’ex attore impersonava proprio il presidente. Da lì, egli lanciò la sua candidatura, la sera di Capodanno del 2018. Dovrebbe essere la prova maestra che il repulisti, considerato indispensabile per accedere al consesso europeo e occidentale, sta procedendo senza sconti. Guarda caso, la Procura generale era tra gli organi resi oggetto delle prime purghe del leader, divenuto collezionista di teste tagliate con decreto. Tante le vittime illustri: la commissaria per i diritti umani, rea di aver gonfiato le cifre sulle violenze dei russi ai danni dei bambini; una sfilza di viceministri, governatori e boiardi; l’ex consigliere Oleksij Arestovyc; i commissari militari regionali; il comandante delle forze speciali; ambasciatori e plenipotenziari, incluso il rappresentante a Berlino, Andrii Melnyk; il capo del servizio di sicurezza, Ivan Bakanov. S’è perso il conto dei procedimenti giudiziari, ormai oltre 1.400, intentati contro presunti collaborazionisti. E iniziati quando non erano state nemmeno definite in modo preciso le attività illecite. Una pratica che mal si concilia con lo Stato di diritto. Si vede che, a Kiev, con la crociata per i «nostri valori» si son lasciati prendere la mano.
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