Juncker minaccia i sovranisti: «Con i voti non cambierete nulla»
Il presidente uscente della Commissione Ue sfotte la democrazia: anche se le elezioni li premieranno, ai populisti saranno preclusi incarichi di vertice. E ammette: «Pure in passato li ho già tagliati fuori».

Jean Claude Juncker non si smentisce. L’ormai leggendario uomo della sciatica, presidente uscente della Commissione Ue (ma destinato a rimanere in carica fino a fine anno, sia pure con gli scatoloni in mano) ha confermato in un’intervista politicamente gravissima la sua concezione dell’Europa, nella quale elettori e volontà popolare non contano nulla.

Succo del pensiero del lussemburghese? Ai candidati euroscettici, sovranisti e populisti, sarà precluso ogni accesso agli incarichi di vertice del nuovo assetto post elettorale dell’Ue, indipendentemente dall’esito del voto del 26 maggio. Insomma, gli elettori potranno anche votare in un certo modo, ma poi la «giuria di qualità» dei mandarini di Bruxelles tesserà la propria tela e si riserverà l’ultima parola.

Tutto nasce da un colloquio di Juncker con un giornalista di Rzeczpospolita, un quotidiano polacco. La testata vuol dire «Repubblica», ma, diversamente dall’omonimo giornale italiano, siamo in presenza di un foglio di orientamento conservatore. Le dichiarazioni di Juncker sono poi state rilanciate – destando inevitabile clamore – da Voiceofeurope.com.

E che ha detto l’attuale capo della Commissione? Si è vantato del fatto che una crescita della presenza populista in Ue non danneggerà in alcun modo il progetto di integrazione europea. Ecco la sintesi di Voiceofeurope.com, secondo cui Juncker parte con un’obliqua minaccia: «In queste elezioni quelli che promuovono uno stupido nazionalismo pagheranno un prezzo per questo». Minaccia che poi il lussemburghese inizia a circostanziare: «Questo non lo sa nessuno, ma già l’ultima volta ho rigettato le candidature di sei commissari che mi erano state presentate dai governi nazionali». Insomma, siamo davanti all’esplicita confessione, da parte di un burocrate mai eletto dai cittadini, di aver posto veti di natura politica alle candidature avanzate dai governi nazionali, già cinque anni fa. Preso dall’entusiasmo, Juncker non si ferma più, e va avanti: «Ricordatevi che i governi nazionali possono solo avanzare proposte di candidatura. Ma poi è il presidente della Commissione che le accetta e assegna portafogli e responsabilità». Un chiaro avviso ai governi anche per la prossima volta, in vista delle future designazioni.

Quindi, il passaggio più scabroso sulla situazione in Polonia: secondo Juncker, indipendentemente dal fatto che il partito attualmente al governo a Varsavia (Pis, Diritto e giustizia, formazione conservatrice) vinca le prossime politiche oppure sia battuto dall’opposizione sostenuta da Bruxelles, la Polonia sarà costretta a rimanere nell’Ue a causa della sua dipendenza economico finanziaria dalle istituzioni transnazionali. Questa notazione di Juncker è due volte grave: in primo luogo, per il consueto disprezzo che mostra nei confronti degli elettori, e in secondo luogo perché un’altra carica europea di vertice (la presidenza del Consiglio Ue) è oggi appannaggio proprio di un polacco, Donald Tusk, accanito euroentusiasta e feroce avversario di Pis. La domanda sorge spontanea: come si possono usare gli incarichi Ue per terremotare gli equilibri politici nazionali nel proprio Paese?

Juncker conclude toccando un altro tema rovente, e cioè la decisione della Commissione Ue di ipotizzare sanzioni contro la Polonia (si era perfino parlato della possibilità di privare Varsavia del diritto di voto negli organismi Ue) sulla base dell’accusa, rivolta contro il governo conservatore polacco, di aver «ripudiato gli standard democratici». E come mai? Perché il governo di Varsavia ha attuato una riforma della giustizia che a Bruxelles non piace, nonostante abbia profili che già esistono in alcuni ordinamenti nazionali europei (una sostanziale sovraordinazione dell’esecutivo rispetto alla magistratura). Per Juncker, «lo stato di diritto è una pietra miliare dell’Ue»: peccato che il lussemburghese rivendichi agli attuali mandarini di Bruxelles il potere di stabilire cosa sia dentro e cosa sia fuori i confini dello «stato di diritto».

La cosa è particolarmente pericolosa perché, secondo la nuova proposta di bilancio Ue presentata dalla Commissione, l’Unione potrebbe sospendere o restringere l’accesso ai finanziamenti dell’Ue sulla base delle presunte «carenze» relative allo stato di diritto di uno Stato membro: ma senza che siano specificati atti normativi – precisi e inequivoci – che possano fungere da parametro di riferimento. Insomma, il rischio è di valutazioni del tutto politiche e discrezionali per punire i governi «sgraditi».

E infatti Juncker conclude così, con sfoggio di arroganza: «Alcuni Paesi si permettono un certo grado di insubordinazione, ma sono fiducioso che in pochi anni non avremo più questi problemi».

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