Jeffrey Tucker: «Con Trump il popolo si è ripreso il potere»
L’analista Usa: «La sua vittoria è simile al crollo del Muro di Berlino. Queste elezioni erano un referendum sulla libertà di parola e s’è visto che la gente ormai diffida dei media mainstream. Donald eviterà gli errori del 2016: non sarà fagocitato dagli apparati».

«Non è il solito spostamento di inquilini della Casa Bianca. Assomiglia a un vero e proprio trasferimento di potere, non solo da Biden a Trump, ma da un governo permanente, insediato in molti settori e rimasto a lungo nascosto, a una forma di governo completamente nuova, che risponde agli elettori reali. La maggioranza silenziosa non è mai stata così improvvisamente rumorosa».

Con queste parole Jeffrey Tucker, fondatore di Brownstone institute, think tank americano che propone analisi politico-culturali tra le più lucide, intelligenti e fuori dal coro, nei giorni scorsi ha commentato su X il recente voto americano, e ora in questa intervista concessa alla Verità torna sul tema ragionando più nel dettaglio sulle sue implicazioni.

Perché sostiene che queste elezioni siano state rivoluzionarie?

«Gli americani hanno la profonda convinzione di dover essere a capo dei propri governi: viene dalla nostra storia, dalla rivoluzione contro l’Impero britannico che portò a un nuovo sistema fondato sul governo del popolo attraverso i suoi rappresentanti eletti, con la Costituzione a bilanciare i loro poteri e a garantire i diritti umani fondamentali, come la libertà di espressione sancita dal Primo emendamento. Nel tempo abbiamo sopportato molto ma quello cui abbiamo assistito negli ultimi cinque anni è stato orribile ed era divenuto intollerabile, specialmente il controllo sociale vissuto durante il periodo del Covid, quando hanno tolto alle persone la libertà di movimento, hanno censurato il libero discorso, hanno chiuso scuole, parchi giochi, attività commerciali fino ad arrivare – con il pretesto di controllare la diffusione del virus – a spingere il voto a distanza nelle presidenziali del 2020, permettendo una enorme quantità di frodi elettorali. Insomma: qualcun altro aveva tolto il controllo del governo al popolo; così, in questi anni la rabbia è montata e nonostante i media nazionali abbiano cercato di far dimenticare quello che era successo, gli americani se ne sono ricordati. Trump ha preparato la sua riscossa e negli ultimi mesi ha riunito attorno a sé figure come Robert F. Kennedy jr. e Elon Musk per affrontare Kamala Harris, questa figura rimasta nell’ombra che improvvisamente è stata portata alla ribalta e sostenuta da grandi finanziamenti, ma che non aveva niente da dire. Abbiamo assistito a una delle frane più disastrose della storia degli Stati Uniti, che ha portato ad un cambiamento straordinario: la restituzione del potere al popolo».

Queste elezioni hanno segnato la disfatta dei media mainstream, che salutavano Kamala come la Barack Obama al femminile e hanno portato avanti una narrazione parallela su molti temi, ma sono stati inascoltati. Hanno imparato la lezione?

«In questi giorni stanno criticando le scelte di Trump per il suo gabinetto ma sono gli stessi che lo chiamavano Hitler in campagna elettorale: non hanno più alcuna credibilità. Il problema dei media americani è che da un lato sono molto dipendenti dai contributi pubblicitari dell’industria farmaceutica, di cui eseguono gli ordini; dall’altro sono legatissimi all’amministrazione statale, al sistema burocratico e alle agenzie governative, che a loro volta si sono inserite nelle principali testate e nelle piattaforme online del mainstream, che infatti hanno sostenuto lockdown e obblighi vaccinali. Adesso sono furibondi ma la gente non li segue più perché ci sono alternative – come X, Rumble, Substack – dove vige il free speech e che offrono una diversa prospettiva sul mondo. Abbiamo assistito a un collasso improvviso, simile a quello del muro di Berlino nel 1989».

Avvenuto giusto in tempo visto che in nome della lotta a hate speech e disinformazione ci si apprestava a stringere il controllo su queste alternative, anche grazie a strumenti come il Digital services act europeo…

«Vero: lo scopo di questa censura, divenuta sempre più estrema, era chiudere l’Internet che conosciamo. Negli Usa però abbiamo il Primo Emendamento a garanzia del free speech e quindi aggiravano l’ostacolo con vari escamotage come il fact checking, le università, i contratti con le aziende con l’obiettivo di zittire le voci alternative e mantenere solo le fonti approvate. L’abbiamo scampata per poco. Queste elezioni sono state anche un referendum sulla libertà di parola e sulla verità: la cosa più straordinaria, di cui ancora fatico a capacitarmi, è che il pubblico ha capito, ha ignorato i grandi media dopo che per generazioni gli aveva creduto, e ha votato con la propria testa».

Donald Trump è stato eletto sulla base di una piattaforma chiara su vari temi: riuscirà a mantenere tutte le promesse fatte?

«Pensare che possa mantenerle tutte è anteporre la speranza all’esperienza, visto che la politica è anche fare i conti con i fatti che accadono. Ma seguo la politica da molto tempo e non ho mai visto tanta tenacia nel pianificare questa sorta di contro rivoluzione. Musk e Ramaswamy vogliono fare con le agenzie governative quanto è stato fatto con Twitter: quando Elon acquisì il social licenziò quattro dipendenti su cinque e sostituì molti di quelli che erano rimasti, con il risultato che la piattaforma non ha mai funzionato così bene. Hanno una lista di oltre 400 agenzie in cui, a partire dal Covid, buona parte del personale lavora da casa; è molto probabile che ne chiuderanno almeno un centinaio, in parte pagando una buonuscita ai dipendenti, in parte obbligandoli a rientrare in ufficio, il che scremerà di almeno un quarto gli impiegati. Insomma, penso che abbiano le idee molto chiare. Non succederà quello che accadde nel 2016, quando il team di Trump venne fagocitato dall’apparato: questo gruppo ha imparato, conosce come funziona il sistema e stavolta è pronto a ogni eventualità ed è ben equipaggiato per affrontare questa “battaglia”».

Cosa comporta la nomina di Rfk Jr. a ministro della Salute?

«Kennedy è molto preparato in materia di salute pubblica: solo negli ultimi tre anni ha scritto diversi libri su quanto è successo durante il Covid, sull’industria farmaceutica, sul cibo tossico che arriva sulle nostre tavole, sull’epidemia di mala salute che affligge l’America, sull’aumento dell’autismo nei bambini in relazione ai vaccini. Ha esposto la collaborazione tra governo e industrie alimentari e farmaceutiche nel creare dei malati permanenti e nessuno è stato in grado di confutare le sue denunce. L’impegno per uno stile di vita sano e per la libertà terapeutica, che storicamente apparteneva alla sinistra, adesso è migrato a destra e infatti, subito dopo il primo attentato nei suoi confronti, Trump ha telefonato a Rfk Jr. chiedendogli di lavorare insieme. Kennedy, che viene disprezzato dal New York Times e dalle industrie farmaceutiche, adesso avrà un enorme potere visto che da lui dipenderanno i Centers for disease control, che guidano le politiche sanitarie, il National institute of health che distribuisce decine di milioni di dollari agli scienziati, la Food and drug administration, che approva medicinali e cibi. Il suo obiettivo è rovesciare gli interessi delle industrie, migliorare la catena alimentare, rimuovere la medicalizzazione forzata in questo Paese».

Un’altra nomina cruciale è quella di Tulsi Gabbard a direttore della National security intelligence: colei che è stata definita il peggior incubo del deep state viene già tacciata di essere un asset russo…

«Spero che li denuncerà per questa accusa, infamante e infondata. La verità è che sono terrorizzati da Gabbard, che vuole ridurre il potere di certe agenzie come la Cia: nessuno è finora mai riuscito a far qualcosa in tal senso ma adesso, con questa nomina, le cose possono cambiare».

Con l’elezione di Trump tramonta anche il woke?

«La vittoria schiacciante di Trump ha reso di colpo impopolare questa ideologia. A riprova, alcuni influencer hanno già rimosso i pronomi transgender dalle loro pagine online. Ma penso che questo assurdo fenomeno finirà anche nel circuito universitario, dove ha prosperato in questi anni. Trump, infatti, ha in mente anche di cambiare il sistema di accreditamento degli atenei».

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