Adolfo Urso conferma l’interesse del Dragone e Musk. Ma legarsi all’elettrico mentre l’Ue va al voto è un azzardo. Apple è uscita.

Apple rinuncia ai progetti sullo sviluppo di una propria vettura elettrica, uno dei piani più ambiziosi che Cupertino ha messo in campo e su cui un team dedicato lavorava da dieci anni. I 2.000 dipendenti al lavoro sul progetto dovrebbero essere spostati su altre iniziative legate all’intelligenza artificiale generativa, ma secondo gli analisti il cambio di rotta è positivo, perché evita a Cupertino di «infilarsi» in un mercato, quello dei veicoli elettrici, che sta diventando sempre più complesso.

Mentre ieri dagli Usa rimbalzava questa notizia, il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, stava tenendo un’audizione alla Commissione attività produttive della Camera proprio sul settore automotive. «Il secondo investitore in Italia potrebbe essere Tesla», ha annunciato. Ricordando che in una città della Germania hanno respinto un piano di espansione massiccia dell’impianto di assemblaggio europeo del gruppo fondato da Elon Musk «e questo comporterà certamente una decisione della società». Parole che sono suonate come una mezza marcia indietro rispetto ai colloqui – rivelati dall’agenzia Bloomberg – avviati con il colosso cinese Byd che produce auto elettriche e che qualche mese fa ha sorpassato proprio Tesla nelle vendite. Ma ieri alla Camera Urso ha spiegato di avere iniziato un’interlocuzione con produttori di auto di vari paesi, tra cui anche alcuni «orientali», per avere in Italia una seconda casa automobilistica, oltre a Stellantis. Si tratta di «case che al momento non producono in Europa, ma che guardano con interesse al nostro mercato», ha precisato il ministro. Aggiungendo anche che «a metà di ottobre dello scorso anno una delegazione ministeriale ha visitato le più grandi case automobilistiche cinesi produttrici di veicoli elettrici e tre aziende leader cinesi sono venute in Italia a incontrarsi con i nostri uffici e in alcuni casi a visitare i luoghi di possibili stabilimenti. Gli approfondimenti continuano. Parlo di tre aziende multinazionali cinesi che intendono produrre in Italia e sanno bene a quali condizioni, cioè la tutela della componentistica, a cominciare dalle batterie».

Insomma, porte aperte a tutti pur di non rimanere appesi alle bizze della Stellantis mezza francese degli Elkann. Alla Tesla di Musk e ai cinesi, non solo quelli di Byd. Evviva? Non proprio. Per una serie di ragioni che riguardano i rischi di far entrare dall’uscio di casa le auto elettriche targate Pechino. Che possono sgonfiare le ruote ai produttori europei a colpi di listini: proprio ieri al Salone di Ginevra il gruppo Byd ha presentato nuove versioni a basso prezzo delle sue berline Han e dei Suv Tang, con sconti ancora maggiori di quelli del 2023.

Secondo problema: in quanto ormai dominanti sul mercato dell’elettrico, i cinesi ci legheranno sempre di più alla transizione green imposta da questa Commissione Ue che però tra qualche mese cambierà «azionariato» con i risultati delle elezioni europee. E se i piani verdi invertissero la marcia? Avremmo ormai fatto entrare un Dragone a quattro ruote interessato più ad assembleare che a produrre. Col rischio di far diventare il nostro mercato solo una testa di ponte, dove il settore della componentistica dell’elettrico (le batterie sono sempre made in China o made in Asia così come a Oriente si trovano le materie prime necessarie per la loro costruzione) e il relativo indotto non sarà mai equipollente a quello delle auto tradizionali. Qualche settimana fa la prima nave cargo della cinese Byd ha scaricato circa 3.000 veicoli elettrici nel porto di Bremerhaven, nella Germania settentrionale, per poi consegnarle a diversi Paesi europei. Non solo. Come abbiamo scritto qualche mese fa, dopo la presenza del Dragone nel porto di Taranto, i cinesi vogliono sbarcare anche sulle banchine di Brindisi: i rappresentanti della Great wall motors, che produce auto elettriche, lo scorso 11 dicembre sono stati in visita presso l’autorità di sistema portuale e hanno anche incontrato i vertici del consorzio Asi (l’ente pubblico che gestisce le infrastrutture locali). La strategia sarebbe quella di aprire al traffico di auto a bordo di navi della compagnia Grimaldi, che peraltro a Brindisi è già uno degli operatori principali. Great wall motors potrebbe dunque essere una delle tre società cinesi citate ieri, senza fare nomi, da Urso.

C’è poi un tema di intelligence: in un passaggio della relazione annuale del sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, si legge che «per quanto concerne il settore automobilistico – dalla natura sempre più strategica per l’utilizzo di beni dalla forte valenza geoeconomica (quali semiconduttori e batterie, robotica, automazione e intelligenza artificiale) – l’attenzione si è concentrata sulle possibili evoluzioni degli assetti proprietari dei primari attori nazionali, determinate dalle dinamiche di competizione e aggregazione globali, nonché da campagne di penetrazione del mercato europeo, nell’ottica di individuare le possibili ricadute negative a livello economico e occupazionale e i tentativi di marginalizzazione del management nazionale, considerando, nondimeno, l’importanza degli investimenti produttivi e la necessità di preservare il pregiato know-how del tessuto industriale nazionale».

Resta, infine, un problema di fondo: Urso colloquia con Tesla e con gruppi cinesi parlando comunque sempre di auto elettriche. Che gli italiani non amano comprare. Non è un caso se gli incentivi per le auto tradizionali vanno a ruba, mentre quelli per le elettriche restano al palo.

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