Buongiorno Francesco. La chiamo per l’intervista. Disturbo?
(Rumore di citofono, brusio). «Mi dà un secondo? Mi sono dovuto attardare per delle consegne! “Signora mi sente? Sto lasciando tutto in buca!”».
Se vuole richiamo.
«No, proprio ora ho finito il giro. In questi giorni ci mettiamo un po’ di più, per ovvi motivi».
Come ci si sente a consegnare la posta a Bergamo?
(Ride). «Vuole che le dica la verità?»
Certo.
«Io sono molto contento».
No, non ci credo. Mi scusi, ci sono le persone che scappano, che si danno malate, e lei mi dice addirittura che è felice?
«Le offro due spiegazioni, una personale e una legata al senso della mia professione».
Mi dica la prima.
«È la più semplice: persone come me, che lavorano sulla strada dalla mattina alla sera, che sono abituate alla vita e ai rumori della città se dovessero restare chiuse in casa impazzirebbero».
A questo ci credo.
«Ecco perché preferisco aiutare gli altri a resistere all’emergenza. Io posso farlo, e lo faccio volentieri».
E la seconda?
«Mai come in questo momento sento di far un mestiere utile agli altri. In questi giorni mi accorgo di come le persone reagiscono, non appena vedono la nostra divisa, o i mezzi con i loghi».
E come reagiscono?
«Sono contenti, e te lo vengono a dire. Ti salutano dalle finestre, dietro i vetri».
E cosa le dicono?
«“Se i postini girano vuol dire che la situazione è ancora sotto controllo”. Tanti anziani, ma anche i più giovani».
Bello.
«Spero che non mi ritenga ingenuo, ma questa per me, alla mia età, è una gratificazione enorme».
Vai a Bergamo, a cercare un postino che lavora in uno dei luoghi più colpiti dal coronavirus, immaginandoti un soldato in guerra nel cuore di un paese spaventato, e rimani subito spiazzato, al di fuori da ogni cliché. A parlare è Francesco Paesano 26 anni, nato a Roma, in servizio nel capoluogo lombardo da dicembre, uno dei più giovani d’Italia (assunto dopo l’esodo di quota 100). Lo raggiungo per telefono a fine turno, e – come avete visto – nel giorno in cui sfilano le bare mi lascia di stucco con il suo umore positivo.
Cosa stava consegnando?
«Delle raccomandate in un portierato».
Da dove viene?
«Nasco a Roma, ho lavorato due anni nella mia città, poi ho iniziato, quasi per caso, a fare il postino: quest’anno sono stato assunto a Bergamo, il 15 dicembre. Ero così felice che quasi non ci credevo».
Ha dubitato prima di partire?
«Scherza? Ho preso servizio di corsa».
Ora è cambiato il lavoro?
«Molto. Consegniamo più pacchi, soprattutto da quando c’è stata l’ordinanza della quarantena».
Ma lei è preoccupato?
«La preoccupazione c’è perché siamo nel centro del contagio. Vedo molta poca gente in giro, tutti i negozi sono chiusi. Però non ho nessuna angoscia».
E come fa?
«Ho tutte le protezioni che mi servono: le mascherine, i guanti, anche la divisa catarifrangente, a cui sono molto affezionato, anche se le assicuro che a furia di starci dentro ci si suda».
Quanto lavora?
«Sette ore e mezza, di cui cinque in strada».
Usa precauzioni particolari?
«Solo quelle prescritte dall’azienda. È cambiato il lavoro perché adesso – dopo il decreto cura – non dobbiamo prendere le firme».
Ed è stato facile?
«I primi giorni abbiamo dovuto spiegare alle persone che non dovevano correrci incontro. È stato doloroso».
Quindi come fa?
«Lascio la posta a firma direttamente in buca. Avviso, ci parliamo per citofono».
E i pacchi?
«Entro, lascio la posta nell’androne. Aspetto di vedere l’utente che si prende il pacco, perché mi piange il cuore…»
Per cosa?
«Riflesso condizionato. Mi preoccupa l’idea che magari il cliente si attardi e poi non trovi più il pacco. E poi c’è il contatto umano. Ci salutiamo a gesti, ed è una scena buffa».
Come nei film muti.
«Mantengo più di due metri di distanza. Ma il contatto c’è lo stesso».
Come si rapportano le persone?
«Devo dire che siamo trattati sempre in modo molto cordiale. Quasi mi commuovo quando, sempre più spesso, la gente mi chiede: “Come stai?”».
Sono morti due suoi colleghi solo pochi giorni fa.
«È una notizia che ci ha spiazzato: erano due persone che lavoravano in un ufficio della provincia. L’ho saputo dai colleghi del centro, prima di iniziare il turno, ed eravamo increduli. Li abbiamo pianti, ma poi siamo usciti, come tutti i giorni».
Lei si sente a rischio?
«Ogni volta che mi faccio questa domanda, e sarebbe folle pensare che non accada, penso che categorie che rischiano di più sono quelli che lavorano in ospedale e le forze dell’ordine».
E poi?
«Lo prendo come un modo per tentare di vivere in un modo normale nell’emergenza. Se tutti ci dovessimo deprimere cosa accadrebbe di questo Paese?»
Le protezioni ci sono?
«Come le ho detto mascherine e guanti ci consentono di lavorare in sicurezza. E poi sono cambiati i turni in ufficio per avere meno persone, e tutte a distanza di sicurezza».
Si lavora di più?
«Vero. Ma abbiamo preso queste misure per ridurre l’affollamento, quindi il contagio. Si fa volentieri».
E poi?
«Cose positive. Consegno meno bollette. E spiego che la riduzione dei pagamenti delle multe è stata portata da cinque a trenta giorni».
A casa cosa le dicono?
«Ehhhhh… c’è un’altra domanda?»
Perché?
«Mio padre e mia nonna guardano ognitg e si sono convinti che Bergamo sia il Vietnam».
E cosa fanno?
«Sono molto apprensivi per la distanza. Si fanno colpire da tutte dalle notizie. Mia nonna, ottantenne, è sincronizzata con le conferenze stampa della Protezione civile».
Cioè?
(Ride) Appena finisce di parlare squilla il telefonino.
«È lei: “Stai attento Francesco!”».
E gli anziani?
«Qui Bergamo sono attentissimi».
E i colleghi?
«I colleghi, soprattutto chi ha famiglia, sono molto preoccupati».
E lei si sente diverso?
«Sì: i primi tempi è stato tutto un po’ surreale. Ti ritrovi trasportato in un mondo che non è il tuo. Leggi le notizie, ti rendi conto della gravità della situazione».
Cosa non dimenticherà mai?
«Il corteo del trasporto speciale delle bare, con i mezzi dell’esercito. Un incubo».
Si fida delle prescrizioni?
«Posso fare una affermazione un po’ controcorrente? Io sono uno che ha fiducia. Penso sempre che chi prende le decisioni nelle commissioni santuario ha più competenze di quelle che ne posso avere io».
La riconoscono come romano?
«Uhhhhh! Sentono subito l’accento e imitano la voce con la cadenza romanesca. Anche io però mi integro: sono un simpatizzante della Roma, ma molto contento per il cammino europeo dell’Atalanta».
Si è già impratichito con le strade?
«Ho imparato a conoscere le strade di Bergamo girandole. Camminiamo ore a piedi, il modo migliore».
Pensava che avrebbe fatto questo lavoro da bambino?
«No, sono molto appassionato di computer. Poi ho fatto domanda per un impiego temporaneo, e con i pensionamenti del 2019 sono stato assunto».
Mi dice la scoperta più apprendente che ha fatto?
(Ride). «A Bergamo? Ho scoperto una cosa bellissima: i bergamaschi. Vengono dipinti come burberi, invece sono socievoli, umanissimi: qui ti salutano tutti per strada, chiamandoti per nome».
Beh, abbiamo il romano innamorato dei bergamaschi, adesso?
«Ecco, questo non scriviamolo. Altrimenti finirà che a qualcuno viene in mente di fregarmi il posto».
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