Livio Partiti (nato a Vigone nel 1957, ora vive a Saluzzo) conduce da 30 anni una seguitissima trasmissione radiofonica, Il posto delle parole – Ascoltare fa pensare. Ma chi è Livio Partiti, questa voce pacata che ci accompagna? Laurea in scienze politiche, esperienza nel teatro, ha fondato una compagnia portando in scena autori moderni e contemporanei e la prima messa in onda, 30 anni fa, della sua trasmissione radiofonica il sabato mattina sulle frequenze di Trsradio a Savigliano (Cuneo). Nel frattempo il panorama delle radio è cambiato e il programma è online: qui ha superato recentemente i 2 milioni di streaming.
Dal teatro alla radio: come nasce Il posto delle parole?
«Si potrebbe dire che tutto questo nasce dalla voglia di far parlare e di stare ad ascoltare. Il teatro, di fronte al pubblico in sala e la radio, di fronte a un pubblico on air. Adesso il pubblico si allarga ancora di più, il podcast rappresenta una nuova forma di ascolto e dialogo con chi ascolta. Il posto delle parole nasce con l’idea di raccontare soprattutto libri. Il titolo bergmaniano è nato così: avevo una cartella dove affastellavo i ritagli dei giornali e così ho pensato di scrivere sulla cartella “Il posto delle parole”. Ai primi tempi non è stato molto facile arrivare a dialogare con gli uffici stampa che erano spesso diffidenti. Fu l’ufficio stampa Feltrinelli il primo a rispondere e mi chiesero la copia dell’intervista in musicassetta. Da allora abbiamo messo in onda più di 20.000 conversazioni dedicate a libri, festival e mostre d’arte».
Il panorama radiofonico in 30 anni è cambiato sensibilmente. Che cosa era la radiofonia ai tempi degli esordi e che cosa è diventata oggi, nella sua esperienza?
«In questi anni la radio ha subito una trasformazione, come ogni altro mezzo di comunicazione. Quando ho cominciato a stare davanti al microfono era il tempo delle dediche, del pubblico che ti seguiva in ogni momento. Il mio primo contatto con la radio l’ho avuto con la musica classica (grande passione trasmessa da mio fratello). Se un tempo era il telefono a dare il polso del pubblico, una serie ininterrotta di chiamate in radio, il rapporto con il pubblico è cambiato radicalmente. Nella mia esperienza la radio meriterebbe dei ragionamenti su come essere di fronte al pubblico e chiederci, ad esempio: siamo più informati o più intrattenuti? Quanto vale copiare i grandi network? È giusto che le radio siano una playlist di 100 canzoni? Ho l’impressione che l’intrattenimento abbia la parte preponderante, senza volere di certo una radio troppo seria, ma dovremo riscoprire nuovamente la leggerezza che va in profondità. Questo è un aspetto che penso manchi molto nella proposta radiofonica. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo voluto colmare questo spazio. Ma il futuro per le piccole radio è segnato: se non si cerca di mettere insieme le forze, nel giro di poco tempo, avranno fatto la loro storia. Per questo la rivoluzione digitale è stata una grande chance: podcast, streaming, social network, sono le parole d’ordine della nuova comunicazione radio e rappresentano la trasformazione».
Come sceglie gli autori da intervistare?
«Siamo una piccola redazione: tre persone per gestire il nostro piccolo mondo di collegamenti. Da settimanale siamo diventati quotidiano e questo aumenta il nostro impegno anche di ricerca e lettura. La parte principale è soprattutto data dalla narrativa e saggistica italiana. Senza dimenticare il terreno, straordinariamente interessante, delle traduzioni alle quali facciamo spesse volte riferimento. La scelta degli autori avviene, soprattutto, sulle novità editoriali, cercando di uscire dai nomi delle classifiche perché pensiamo che fare ricerca sia la parte più interessante nel lavoro di redazione».
Seguite molte manifestazioni, si è creato un legame speciale con alcune particolari occasioni. Cosa accade in queste cornici?
«Insieme ai libri raccontiamo i festival con i quali collaboriamo da diverso tempo, avendo stabilito ottimi rapporti. Per esempio Dialoghi di Pistoia, Festival dell’antropologia, terminato da pochi giorni: abbiamo conversato con diversi ospiti anticipando i temi degli incontri. Con il Festival Filosofia, lo scorso anno, abbiamo realizzato 20 conversazioni. L’attenzione ai festival è importante perché ci permette di raccontare argomenti che attirano molto l’attenzione del nostro pubblico. Una piccola curiosità: tra i festival che hanno più seguito c’è Torino Spiritualità. Ogni volta che la nostra redazione pubblica una conversazione su un tema spirituale c’è una risposta che a volte ci stupisce e, quindi, ci mette nella condizione di continuare a proporre i temi che lo spirito del tempo ci sollecita. Ovviamente succede anche di partecipare ai festival per curare incontri e questo rappresenta un’esperienza di grande respiro».
Autori preferiti? Si può dire? E invece autori che non è mai riuscito a intervistare ma che sognerebbe di?
«Gli autori preferiti sono quelli che mi fanno fare più sottolineature ai libri. Non abbiamo domande preparate, ci affidiamo a ciò che abbiamo sottolineato nel corso della lettura. Potrei anche dire che gli autori che più preferisco sono quelli che non ho mai avuto come ospiti. È molto facile affidarsi ai nomi conosciuti che danno anche lustro alla trasmissione, ma se guardiamo l’elenco degli ospiti, il nostro sguardo volge verso altre narrazioni. Avrei voluto parlare, in una pura ipotesi, con Amos Oz, Luis Sepulveda, Jorge Luis Borges e tanti altri che ci hanno lasciato. Ma tornando alla realtà, sto leggendo, in questi giorni Mitezza, il nuovo saggio di Eugenio Borgna. Ha un rapporto con la parola che è straordinario: sentirsi toccati dalle sue parole! Ecco una nostra grande ambizione, cercare ogni volta di toccare le persone con le parole. Infine, ricordo con affetto Alda Merini che abbiamo avuto ospite in diverse puntate e una volta, la sera prima di andare in onda, mi chiamò semplicemente per scambiare quattro chiacchiere per qualche minuto: restammo al telefono più di due ore a parlare del più e del meno. Di certo la più lunga telefonata della mia vita».
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