L’imprevisto è uno degli ingredienti base del Giro d’Italia, anche quest’anno non c’è stata smentita. Venti giorni fa i pronostici davano per sicura la sfida tra il belga ventitreenne Remco Evenepoel e lo sloveno Primoz Roglic, classe 1989. Il primo però si è dovuto ritirare in maglia rosa tra le polemiche, risultato positivo al Covid. E poi è andata a finire che si è stati con il fiato sospeso fino a sabato sera, con Roglic che perde la catena e sembrava tutto compromesso «ma poi ha recuperato, evidentemente il Tarvisio è per lui più forte della sfortuna: vinse lì nel 2007 da junior del salto con gli sci e nella stessa città ha messo le mani sul Giro», dice Davide Cassani. Per lui è il trentacinquesimo Giro: 12 vissuti da atleta con due tappe vinte negli anni Novanta e poi in moto, e in auto. Già commissario tecnico della Nazionale di ciclismo, di Cassani in questi giorni c’è da dire soprattutto che è di Faenza. Abita in centro, e gli chiedo un’intervista con il fiatone e il rumore della pala in sottofondo. Richiamerà più tardi ma non perde la sua cortesia: «Scusi ma stavo finendo di sgomberare la cantina».
È riuscito a quantificare i danni dell’alluvione?
«Mi ritengo fortunato: la casa è al secondo piano. La macchina, quella sì, è da buttare. Ma mia mamma è riuscita a mettersi in salvo, a Solarolo. C’è invece chi ha perso tutto, a partire dai miei vicini di casa. Il marcio lasciato da fango e acqua è impressionante. In 62 anni non ho mai visto una cosa simile, nemmeno sentita nei racconti dei nostri vecchi. Ma non è la desolazione, a colpirmi…».
…È un popolo che non si lamenta, quello romagnolo.
«Per andare a Roma dalle Tre cime di Lavaredo sono passato da Faenza. In piazza del Popolo, al sabato, di solito c’è il mercato. Ho visto invece una fila di centinaia di persone con la pala in spalla ad aspettare indicazioni, davanti al Comune. Con loro la Croce rossa, l’esercito, la Protezione civile… Si lavora senza sosta. È passato un tornado che ha letteralmente capovolto la città, ma sono così orgoglioso di essere nato in questa terra. Una vitalità che non le riesco a descrivere».
Non sono mancate le polemiche.
«Mi dà fastidio persino parlarne. L’unica cosa importante è tornare alla normalità. Vengo dallo sport, e in particolare da uno sport come il ciclismo dove è fondamentale la squadra. Perché l’aiuto degli altri resta l’unico modo per risorgere. Ecco: le polemiche lasciamole al dopo, ora bisogna solo ripartire. Mi ha commosso mio nipote, con il laboratorio-azienda sotto un metro d’acqua e pure in casa: mi ha abbracciato e mi ha detto “risolveremo anche questa”. O una signora, che veniva da Brescia e mi ha raccontato di aver deciso di venire ad aiutare spendendo la sua settimana di ferie».
Quest’anno con il Giro ha esordito da commentatore per la Rai, a raccontare i retroscena con Ettore Giovannelli tra incursioni in pullman e tra le ammiraglie.
«È stato divertente, davvero. Il Giro è da sempre per me un elisir di giovinezza».
Esordì nel 1982, aveva 21 anni.
«Un sogno che si realizzava. Ricordo quando a 15 anni andai a vedere il passaggio a Imola con l’obiettivo di recuperare più borracce possibile e scappai a casa per vedere il finale alla tv con la voce mitica di Adriano De Zan. Dall’esordio ci ho impiegato 10 anni per vincere la prima tappa».
Miglior italiano e miglior straniero del Giro 2023?
«Per classifica, tra gli italiani Damiano Caruso: bravo a restare tra i protagonisti anche questa volta. Stupefacente la maglia ciclamino (riservata ai velocisti, ndr) del giovane Jonathan Milan. E mi è piaciuto anche Filippo Zana, un ragazzo che nei prossimi anni potrebbe anche lui lottare per la classifica».
Ci sono stati pure il Covid, la pioggia, il freddo, le cadute e persino le tappe accorciate: peccato?
«Purtroppo abbiamo fatto tutti una gran brutta figura quando è stato deciso stravolgere la tredicesima tappa».
L’attesissima frazione alpina Gran San Bernardo, Croix de Coeur e l’arrivo in quota a Crans Montana: 125 chilometri tagliati per maltempo.
«Alla partenza pioveva, è vero, ma non faceva così freddo e in Svizzera non era previsto maltempo. Si doveva correre. Se si accorciano corse con un meteo così, bisogna che si annullino il 30% delle gare. Il fatto è che i ciclisti sono ammirati per quello che riescono a fare».
Atti di eroismo.
«Ma quel giorno non abbiamo mostrato nulla di eroico. Certo, era già successo in passato. Ma il rischio è allontanare i tifosi, perché vogliono seguire persone non comuni, che fanno cose che gli altri non riescono a fare. Non dico di mettersi a rischio in condizioni, estreme, ovvio: non manderei mai nessuno allo sbaraglio. Ma non possiamo permettercelo, di perdere l’ammirazione di chi ci segue e pure di chi investe».
Far quadrare i conti non è facile.
«Per niente. Le grandi aziende disposte a investire sul ciclismo sono davvero poche. Costruire una squadra, oggi, è complicato. I budget sono cresciuti tanto».
Di che cifre parliamo?
«Per un team di una sessantina di persone, di cui una trentina corridori, servono dai 15 milioni di euro in su. Peccato, che non ci sia chi è disposto a credere in questo sport. Basta guardare gli ascolti televisivi: chi mai riesce a superare i due milioni di spettatori in giornata non festiva, se non il Giro? E poi si parla tanto di mobilità, salute, sostenibilità…».
Lei continua a crederci comunque.
«Sì, sono riuscito a dare il via a un bel progetto – Technipes #inEmiliaRomagna – con 12 atleti di cui sei sotto i 23 anni. È una squadra semiprofessionistica, si immagini come son stato contento quando hanno vinto per la prima volta domenica scorsa proprio dopo l’alluvione».
Chissà quante ne ha viste in tanti anni di Giro. Il ricordo più bello?
«Di sicuro la mia prima tappa vinta, era il 1991. Mi premiò Rita Levi Montalcini, ero così felice che la abbracciai. La ricordo così esile. Indimenticabile».
Il più brutto?
«Purtroppo nessun dubbio. Era il 2011 a Rapallo: la disgrazia della morte del ventisettenne belga Wouter Weylandt dopo la caduta nella discesa del Passo del Bocco. Facevo la telecronaca, è stato difficilissimo. Perché ci avevano comunicato subito che non ce l’aveva fatta».
L’avvenimento invece più assurdo del suo libro dei ricordi?
«Quando mi ritirai per vergogna, ed era sempre il 1991. Mancavano 40 chilometri all’arrivo, ero ultimo ed era il circuito di Milano. Due giorni di febbre a 39 ed era stata durissima. Il ritmo aumentava…».
Prevalse la stanchezza?
«Furono decisivi invece dei ragazzi che mi prendevano in giro. Ritirami mi è successo: per una caduta ad esempio. Ma quella gente fu assurda. Nel ciclismo la stragrande maggioranza applaude sempre, soprattutto gli ultimi. Pochi gli ignoranti che fanno il tifo contro. Capitò a me, di non esser sostenuto».
È il tifo (quasi) sempre a favore, una delle cose che più ama di questo sport?
«Guardi, io quest’anno più che mai mi sono goduto ogni tappa, rendendomi conto una volta di più di quanto sia bella quest’Italia. Affascinante, abbagliante, che ti fa restare a bocca aperta. Da Sorrento a Napoli il Vesuvio che ti accompagna. Il silenzio sull’altopiano del Gran Sasso. La strada che riempie il cuore. Le tre cime ad arco a Misurina…».
Da una bici si gode tutto meglio?
«Respiri l’aria, apprezzi la fatica che fai, la condividi con gli altri… Pedalando si viaggia e viaggiando si impara. E poi io ho fede, e davanti alle montagne o in certi momenti di pace c’è l’evidenza di quel Qualcuno che quelle cose le ha fatte».
C’è un tabù, nel ciclismo. Che ha forse contribuito ad allontanare qualche tifoso.
«Il doping. Ma non è un tabù, non più. Il ciclismo, glielo assicuro, è in questo momento il più pulito degli sport. Il problema c’era come in altri sport, e lo si è affrontato con coraggio. Controlli interni alle squadre ed esterni sono rigorosi, anche perché non si può rischiare di allontanare gli sponsor».
Dice che in altri sport invece…
«Gli altri sport non li conosco. So solo che il ciclismo è popolare e da un certo punto di vista debole: è stato attaccato più di altri. Oggi è stato reso del tutto credibile, non ci sono ombre».
Negli anni passati qualche polemica sulle bici truccate, con il motorino.
«Acqua passata, appunto. Anzi: ho inaugurato io nel 2018 il non competitivo Giro E, con le biciclette elettriche. Esperienza fantastica, anche per chi non è professionista. Fa respirare l’aria del Giro anche agli amatori».
Cassani che ha bisogno di un motore?
(Ride) «Tanti giorni l’ho tenuta al minimo o non l’ho accesa neanche, ma quando ne ho avuto bisogno è stato davvero divertente. La bici a pedalata assistita non è un motorino: ti permette di dosare lo sforzo. In pratica, togli la fatica quella cattiva, tenendo quella buona che ti riempie di endorfine per il buon umore».
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