Donald Trump (Ansa)
Secondo molti a Trump manca qualche rotella. In effetti, visto che spesso dice una cosa per poi poco dopo smentirla, il dubbio che abbia qualche problema mentale è comprensibile. Tuttavia, ammesso e non concesso che difetti di lucidità, c’è una cosa che non manca di sicuro al presidente degli Stati Uniti, ed è la capacità di dominare la comunicazione e pure di manipolarla.
Ogni giorno inonda le redazioni con le sue prese di posizione, quasi sempre esagerate. Risultato: le uscite di Trump sono sempre o quasi titoli da prima pagina e la dichiarazione di oggi oscura quella del giorno prima.
Prendete l’attacco a freddo contro Giorgia Meloni, rilanciato anche ieri attraverso il social network da lui fondato. Da quanto si capisce non è stato il giornalista de La7 a stuzzicarlo, ma è stato proprio lui a voler dire quelle cose contro il presidente del Consiglio italiano. Il cronista non era dunque a caccia di valutazioni sull’operato del premier, ma è stato il tycoon a voler dire che era stato implorato di fare un selfie con lei e lui avrebbe ceduto perché si è impietosito. Concetto dettagliato meglio ieri via «Truth»: l’insistenza di Meloni per avere una photo-opportunity sarebbe dovuta, secondo Trump, al calo di popolarità. Del capo del governo italiano, non sua. Tesi ovviamente grottesca, in quanto è noto che se c’è qualcuno ai minimi storici dei consensi quello è proprio il presidente americano, non certo la leader di Fratelli d’Italia, il cui partito continua a godere di un gradimento personale elevato, superiore a quello di alleati e avversari.
Dunque, perché Trump insiste a raccontare balle, ma soprattutto per quale ragione se la prende con colei che in Europa su temi come l’Ucraina e sui dazi, due argomenti a cui il presidente americano è molto sensibile, ha sempre mostrato posizioni più ragionevoli? La risposta non è che una. Dopo il disastroso accordo per il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, il capo della Casa Bianca ha bisogno di distogliere l’attenzione su quello che sta succedendo nel Golfo. Anzi: su quello che non sta succedendo. Israele continua a bombardare il Libano e Teheran, oltre a minacciare una reazione, continua a voler far pagare il pedaggio a chi attraversa lo stretto di Hormuz. Dunque, anche se Trump dice di aver vinto la guerra, il conflitto continua, pure se in forme diverse. Non solo. I negoziati, che dovevano iniziare immediatamente dopo la firma della tregua, non sono ancora partiti e non si sa quando saranno avviati né a che cosa porteranno. In patria, perfino il movimento Maga e l’ala più conservatrice dei repubblicani sono critici verso l’intesa, e la popolarità del tycoon è bassissima, al punto che alle elezioni di Midterm rischia di perdere il controllo sia della Camera che del Senato.
Che fare, dunque? L’unica cosa che a Trump riesce bene: attaccare. E per di più a testa bassa, in modo villano, come ha osservato perfino uno mai tenero con Meloni come Massimo Cacciari. Vi chiedete che senso abbia? Beh, la questione del pessimo accordo con l’Iran è sparita dalle prima pagine per lasciar spazio ai commenti sullo sconclusionato attacco al premier.
Ovviamente non c’è solo la stampa italiana, comprensibilmente sensibile anche ai sospiri di Giorgia Meloni. Ci sono soprattutto i giornali esteri, che così hanno altro di cui occuparsi rispetto all’Iran. Mettere in prima pagina gli attacchi al presidente del Consiglio di un Paese amico fa uscire dai radar tutto il resto, guai con l’Iran compresi. Insomma, la strategia del pazzo potrebbe servire a far dimenticare i molti errori compiuti. In pratica, Trump usa le armi della vecchia distrazione di massa: più fa rumore e più lo sguardo dell’opinione pubblica si volgerà non sull’Iran ma su nuove polemiche ogni giorno. Dunque, sono pronto a scommettere che non sia finita qui, ma che il presidente americano nei prossimi giorni o nelle prossime settimane farà di tutto per stupirci ancora. Più alza i toni e più si abbassa la nostra attenzione su cose che Trump preferisce non farci vedere.
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Beppe Sala (Ansa)
Una delle persone finite nell’inchiesta sull’urbanistica a Milano e poi assolte scrive: «“Verità” qualunquista, non ho mai commesso reati». Noi chiediamo solo che chi costruisce grattacieli, alla fine, paghi quanto dovuto.
Buongiorno, sono Carlo Rusconi, uno degli 8 imputati assolti dal giudice relativamente alla cosiddetta Torre Milano. Ho letto, con stupore le qualunquiste affermazioni contenute nei due articoli a firma Maurizio Belpietro e Alessandro Da Rold. Spiace che una testata come la vostra si appiattisca su posizioni di tale livello. Sono sicuro di non farvi cosa sgradita nel paragonare il titolo e il contenuto degli articoli a quel campione di obiettività rappresentato dal Fatto quotidiano e al grande giornalista Gianni Barbacetto. Qui di seguito trascrivo il titolo dei vostri due articoli: La Verità L’illecito c’è ma solo amministrativo Le toghe: prevale la «buona fede» di Alessandro Da Rold Per i giudici è lecito costruire senza permessi - Per I giudici va bene costruire senza licenze di Maurizio Belpietro Passo ora a riportare il titolo dell’articolo del Fatto quotidiano a firma Barbacetto: Torre Milano, la sentenza: è abusiva, ma in buona fede. Evito, poi, di commentare gli articoli (che ho letto e non condivido) in quanto può essere sufficiente il titolo. Bene, non penso che il giornalismo italiano avesse bisogno di tre esponenti di questo livello. Chi ve lo dice, è una persona che non ha mai, dico mai commesso alcun reato. Le regole sono chiare, sono applicate dal 2012 (se fosse necessario, ricordo, giunta Albertini) che non ritengo di accettare una assoluzione «in quanto manca l’elemento soggettivo del reato». Io non ho commesso alcun reato.
Carlo Rusconi
La risposta di Maurizio Belpietro
Gentile signore, capisco la sua amarezza. Lei avrebbe desiderato un’assoluzione piena ma, purtroppo, ne è arrivata una che la scagiona ma non del tutto. Nessun condanna per abuso edilizio, nessuna confisca dell’immobile, come avrebbe voluto la Procura. Tuttavia, un proscioglimento che la manda in libertà non perché il fatto non sussiste, bensì per buona fede. Lei e gli altri sette imputati non avevate la percezione di commettere un reato. O, per lo meno, questo è ciò che si deduce leggendo il dispositivo del giudice. Dovremo aspettare qualche mese per avere la completezza delle motivazioni contenute in sentenza, ma già ora è possibile qualche osservazione. Lei si lamenta perché il titolo della Verità le ricorda quello del Fatto quotidiano, giornale che, da quanto capisco, non le sta molto simpatico.
Tuttavia il nostro titolo non si discosta molto da quello del Corriere della Sera, che - è vero - mette in evidenza l’assoluzione - in primo grado - ma aggiunge, come noi, l’elemento della buona fede. Non so quanti imputati di fronte ai giudici rivendichino il fatto che, nei loro comportamenti, non c’era la percezione di commettere un reato. Però, seguendo le cronache giudiziarie, posso dire che raramente mi sono trovato a commentare sentenze di assoluzione perché l’imputato non aveva contezza di violare la legge.
Pensi solo a un testimone che, davanti a un magistrato, non dica tutto quel che sa e nasconda, per ragioni di riservatezza, qualche elemento a carico di un omicida: sarà consapevole che in quel momento sta compiendo il reato di favoreggiamento? Probabilmente no, e quando rivendicherà la sua «ignoranza» del codice, difficilmente troverà un giudice a dargli ascolto. Ma lei dice, io non ho commesso alcun reato, né in malafede né in buona fede, perché si è sempre fatto così. E cita il rito ambrosiano che, nel ramo urbanistico, consentiva di realizzare grattacieli con una semplice Scia. Si è fatto con giunte di sinistra e giunte di destra, sostiene lei, e cita l’amministrazione di Gabriele Albertini nel 2012. Beh, la informo che l’ultima giunta di centrodestra, a Milano si è vista nel 2011. Quattordici anni fa, periodo a cui lei fa risalire l’inizio della pratica di costruire senza concessione edilizia, il sindaco era Giuliano Pisapia, ovvero un esponente della sinistra rosso-verde. Albertini, cui lei fa riferimento, concluse il suo mandato nel 2006, poi ci sono stati i cinque anni di Letizia Moratti. Certo, è curioso che il rito ambrosiano di tirar su palazzi senza autorizzazione ma con una semplice comunicazione sia stato introdotto durante amministrazioni che si riempiono la bocca con l’ambiente e si dichiarano contro la speculazione edilizia ma poi, nei fatti, si sono dimostrate pronte a chiudere gli occhi di fronte a un’urbanizzazione quanto meno discutibile. E questo non lo dico io, ma alcuni dei professionisti che, intercettati dalla Procura, rivelano quanto sia poco accettabile che, con semplici Scia, ovvero comunicazioni di inizio lavori, si consenta la costruzione di edifici che nulla hanno a che vedere con quelli che si pretende di ristrutturare. Se fosse normale commutare un palazzo in un condominio, certo architetti e ingegneri in privato non commenterebbero negativamente.
Ciò detto, non vorrei sembrarle contro lo sviluppo di Milano. Io sono felice e favorevole che la città cresca e abbia costruzioni più efficienti e, diciamolo, anche più belle. Però vorrei che chi realizza nuovi insediamenti paghi gli oneri di urbanizzazione e non cerchi scorciatoie per versare di meno. Non lo dico perché mi piace vedere tartassate le imprese. Lo sostengo perché so che ogni soldo in più versato nelle casse comunali si può tradurre non solo in migliori servizi per il cittadino, ma anche in tasse in meno per il contribuente. Se l’amministrazione Sala avesse preteso il dovuto per ogni nuovo edificio, probabilmente non dovrebbe aumentare la Tari e nemmeno sarebbe costretta a cercare di far cassa con le multe. Ogni soldo risparmiato dai costruttori, infatti, è un soldo che pagherà qualcun altro.
Quindi, io le auguro di essere prosciolto anche in altri eventuali gradi di giudizio, ma da cittadino milanese mi auguro che, come sentenziato da Tar e consiglio di Stato, oltre che dalla Cassazione, chi costruisce paghi il dovuto.
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Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa)
Dopo i raid israeliani in Libano, in violazione al memorandum tra States e Teheran, i pasdaran annunciano la chiusura dello Stretto Vance, in Svizzera con Witkoff e Kushner per le trattative, smentisce: «Passate 55 navi». Tuttavia, il regime ora può alzare la posta.
Dovrebbero iniziare oggi i colloqui fra Usa e Iran in Svizzera, dopo l’accordo preliminare annunciato nei giorni scorsi. Il presidente americano, Donald Trump, già ha dovuto fare numerose concessioni a Teheran pur di non ritrovarsi ancora impegolato in guerra contro un avversario coriaceo alle elezioni autunnali di midterm.
Ora fatica a portare a casa la sua pace di compromesso. L’alleato israeliano ha infatti seguitato a mettergli i bastoni fra le ruote, proseguendo la campagna militare in Libano e spingendo ieri i militari iraniani a dichiarare ancora «chiuso» lo stretto di Hormuz, sebbene nelle prime ore non se ne siano visti segni tangibili.
È vero che nel tardo pomeriggio di ieri media israeliani come Channel 12 hanno annunciato che il premier Benjamin Netanyahu aveva «ordinato un cessate il fuoco» che però non esclude rappresaglie ad attacchi Hezbollah sulle truppe con la stella di Davide, né prevede un ritiro dal Libano del Sud. Hezbollah controbatteva, tramite un suo deputato al Parlamento di Beirut, Ali Fayyad, che «un cessate il fuoco è privo di significato finché Israele rimane nel Paese». Le forze israeliane hanno scatenato anche ieri attacchi aerei, con caccia e droni, su tutto il Libano, come risposta a lanci da parte di Hezbollah di «oltre 50 proiettili» (non specificando se granate o droni) sulle truppe ebraiche che occupano il Libano del Sud. Nella zona di Nabatieh, sono stati 16 i morti, più un soldato dell’esercito libanese colpito sulla strada Kfar Rumman-Nabatieh. Un altro soldato libanese è morto per ferite riportate a causa di un raid venerdì. Nel villaggio di Barish le bombe israeliane hanno ucciso una famiglia di quattro persone, padre, madre e due figli. Altri sette morti in un villaggio vicino a Sidone, mentre tre persone sono rimaste uccise ad Arab Salim, una a Deir Zahrani e un’altra a seguito dell’attacco di un drone a una motocicletta nella città di Dweir.
Sempre ieri un grosso lutto per il Libano è stata la morte, per gravi ferite da una precedente incursione israeliana, di una storica ambientalista del paese, Mona Khalil, 77 anni, che aveva dedicato la vita alla protezione delle tartarughe marine Caretta caretta che nidificano sulla costa libanese. Era stata ferita quando bombe israeliane avevano colpito la sua dimora, la «Casa Arancione», a Mansouri, vicino Tiro, da dove studiava e proteggeva le «sue» tartarughe. È in questo clima che Stati Uniti e Iran si preparano a difficili colloqui con la mediazione di Qatar e Pakistan. In Svizzera, al Burgenstock di Lucerna, sono già arrivati l’inviato speciale Usa Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, che aveva mediato per gli accordi di Abramo del 2020 fra Israele e alcuni Paesi arabi. Come confermato dalla Cnn, verranno raggiunti in queste ore dal vicepresidente JD Vance, che ha preannunciato: «Pianificheremo i colloqui quando arriveranno i rappresentanti del governo iraniano, del Qatar e del Pakistan». Anche la delegazione iraniana, guidata dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, e dal ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, sta arrivando a Lucerna, mentre il ministro dell’Interno pakistano Mohsin Naqvi, s’è recato a Teheran per sondare il regime sciita. Tuttavia il conflitto in Libano rischia di far saltare tutto. Netanyahu, che già avrebbe in sostanza trascinato Trump in guerra il 28 febbraio scorso, balenandogli la chimera di un cambio di regime una volta abbattuto l’ayatollah Alì Khamenei, individuato dalle spie del Mossad, cerca di condizionare ancora la Casa Bianca. Ma a Israele non conviene tirar troppo la corda, dato che la sua forza militare e la sua «profondità strategica», che non è geografica ma virtuale, si deve in larghissima parte al sostegno economico degli Usa. Esempio su tutti, lo scudo antimissile ebraico Iron Dome, finanziato da Washington e le cui munizioni, i missili intercettori Tamir, arrivano soprattutto da fabbriche americane. Per Trump, certo, il «sabotaggio» di Netanyahu è una iattura tale che contribuisce al crollo della sua popolarità. Secondo un sondaggio Ap-Norc divulgato ieri, ben il 65% degli americani disapprova la pasticciata gestione di «The Donald» della crisi iraniana che lui stesso ha scatenato. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha chiesto agli Usa di «adottare le misure necessarie» per fermare il conflitto israelo-libanese, altrimenti «l’accordo sarà compromesso». Dal loro comando militare, i pasdaran iraniani hanno ieri dichiarato di nuovo «chiuso» lo stretto di Hormuz a causa «delle violazioni da parte degli Stati Uniti degli impegni di cessate il fuoco e degli attacchi israeliani in Libano», ammonendo: «Le navi non s’avvicinino o la loro sicurezza è a rischio». Ieri non si notavano ancora segni di una chiusura da parte iraniana, come ha osservato Vance. Inoltre il comando americano Centcom, ribadendo che le forze aeronavali Usa nel Medio Oriente restano «vigili», ha riferito che 55 navi sono passate dallo stretto nella giornata di ieri. Per il portavoce del Centcom, capitano Tim Hawkins, «il traffico è regolare e le forze statunitensi monitorano la situazione per garantire che continui così». Ma da Mosca, il realistico commento del vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo, Dmitry Medvedev rammenta al mondo che «Hormuz è la bomba atomica persiana e l’Iran la userà».
E poche ore dopo, il consigliere della Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei, Mohamad Mokhber, avverte che «se l’accordo resterà solo inchiostro sulla carta, anche i flussi di energia dal Medio Oriente si fermeranno».
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Begoña Gomez e Pedro Sanchez (Ansa)
Confiscato il passaporto di Begoña Gómez che è accusata di corruzione. L’opposizione: tra poco toccherà al premier.
Rinvio a giudizio per traffico di influenze, corruzione nel settore privato, appropriazione indebita e malversazione. Inoltre, confisca del passaporto, proibizione di lasciare il Paese e obbligo di comparire in tribunale ogni due settimane.
È stato un sabato nero per Begoña Gómez, moglie del premier spagnolo Pedro Sánchez, nei cui confronti il giudice Juan Carlos Peinado ha disposto anche le misure cautelari richieste dai pubblici ministeri privati, tra le quali le associazioni HazteOir, Iustitia Europa, il Movimento per la rigenerazione politica della Spagna, il partito Vox e il sindacato Mani pulite, che vogliono una condanna della signora a 24 anni di carcere.
Il Psoe ha subito reagito definendo le misure «eccessive, sproporzionate e ingiustificabili». Per il quotidiano El País si tratta di un provvedimento «senza precedenti nella recente storia democratica spagnola». Ma per il giudice la pena detentiva applicabile all’imputata va dai due ai sedici anni, e considerato che nel sistema penale spagnolo la sospensione è possibile solo se non supera i due anni di reclusione, ha calcolato il rischio di fuga per giustificare l’adozione delle misure cautelari di carattere personale. La sentenza di Peinado giunge al termine di quasi due anni di indagine (con tante ingerenze del Psoe) e dopo l’udienza preliminare di lunedì.
Tutte le parti avevano presentato le proprie argomentazioni e gli avvocati della signora chiedevano l’archiviazione del caso. Niente affatto, il giudice che sta affrontando il suo ultimo processo importante (il prossimo 27 settembre andrà in pensione), ritiene che ci siano «ragionevoli motivi per sospettare un atto criminale» compiuto dalla Gómez, per la quale vuole un processo con giuria (la sua decisione non è appellabile), e che sussista il rischio che tenti di «sfuggire alla giustizia». Poco importa che la moglie del premier viva a La Moncloa sotto scorta. «Non c’è dubbio che questi agenti, in un dato momento, di propria iniziativa o su ordine dei superiori, potrebbero essere proprio coloro che collaborano all’azione o alle azioni compiute per facilitarla», scrive il giudice nelle 84 pagine della sentenza.
I sindacati delle forze dell’ordine hanno risposto con sdegno alle parole del magistrato. «Non è successo e non succederà. Non c’è un solo agente di polizia che potrebbe aiutare la moglie del primo ministro a sfuggire alla giustizia», è stato uno dei messaggi di protesta comparsi ieri su X.
Peinado ha disposto gli stessi provvedimenti anche nei confronti di Cristina Álvarez, assistente di Gómez alla Moncloa, anch’essa indagata in questo procedimento giudiziario, e ha rinviato a giudizio per traffico di influenze e corruzione nel settore privato l’imprenditore Juan Carlos Barrabés. Era uno dei professori del master affiliato alla cattedra che Begoña Gómez co dirigeva all’Università Complutense di Madrid.
Nella sentenza, Peinado afferma che la moglie del premier «aveva approfittato della sua vicinanza al presidente del governo per promuovere la propria carriera professionale» in ambito universitario, e che proprio per il suo ruolo di first lady aveva «ottenuto un dialogo privilegiato con funzionari di un’università pubblica, con aziende sponsor e con enti del settore tecnologico, raccogliendo al contempo sostegno, finanziamenti, collaborazioni e appoggio istituzionale e imprenditoriale».
In casa socialista, ieri le proteste sono state tutte affidate ai social. Il ministro della Giustizia, Félix Bolaños, ha scritto su X: «Oggi è un giorno disastroso per tutti noi che crediamo nella giustizia», chiedendo: «Chi riparerà i danni causati?». Gli altri ministri hanno intonato una litania di «persecuzione ingiustificabile», «oltraggio assoluto», «decisione eccessiva e sproporzionata, più adatta a un processo politico che a un giusto processo contro una persona innocente».
Era l’aprile del 2024 quando Sánchez, dopo aver appreso dell’incriminazione della moglie, si prese «cinque giorni di riflessione», prendendo poi in giro gli spagnoli dicendo che restava al comando. «Per quanto si cerchi [...] non si trova alcun caso simile, poiché la condotta proveniente dai palazzi presidenziali, come in questo caso, sembra più tipica dei regimi assolutisti, fortunatamente ormai un ricordo del passato nel nostro Paese», ha scritto Peinado lo scorso aprile, quando propose di processare Gómez.
La signora Sánchez ha annunciato che presenterà ricorso, ma sono le mosse del premier a essere al centro dell’attenzione. Aveva intitolato la sua autobiografia Manuale della Resistenza, esclude le dimissioni ed è convinto di poter portare a termine il mandato ma è travolto dai casi giudiziari che coinvolgono la moglie, il fratello David Sánchez, il vertice del partito socialista accusato di corruzione.
Il leader del Pp, Alberto Núñez Feijóo, è convinto che «presto sarà Sánchez» ad andare in prigione per corruzione e anche la sinistra spagnola sta cominciando a capire che il primo ministro è «la più grande minaccia alla democrazia».
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