Naufragio di Cutro, concluse le indagini. Ora sei militari rischiano il processo
Matteo Piantedosi (Getty Images)
Per i giudici ritardi nei soccorsi ma «non censurabile la scelta iniziale di qualificare l’evento come operazione di polizia»

I 18 mesi di indagine della Procura di Crotone sulla tragedia di Cutro (94 migranti annegati nelle acque antistanti le coste calabresi all’alba del 26 febbraio 2023) hanno segnato due punti fermi pur nella provvisorietà delle ricostruzioni. Primo: non ci fu e non c’è mai stata una volontà «politica», come adombrato dal Pd e dal centrosinistra tutto, di ritardare o sabotare i salvataggi in mare ora che c’è la destra al governo. Secondo: la macchina dei soccorsi è talmente articolata e complessa che basta un granello per far inceppare il motore. Un granello che spesso può assumere le dimensioni dell’imponderabile e della fatalità. Come in questo caso.

L’ufficio giudiziario, retto da Giuseppe Capoccia, restringe oggi a soli sei militari (due della Guardia costiera e quattro della Guardia di finanza) il perimetro di una inchiesta che punta a comprendere perché, quella notte, nessuno si attivò per intercettare il caicco Summer love che viaggiava a sei nodi, tra i marosi, in direzione di Isola Capo Rizzuto, prima che affondasse. Un trabiccolo turco, segnalato alle autorità italiane dall’aereo di ricognizione Eagle 1 dell’agenzia europea Frontex a circa 40 miglia dalle spiagge del nostro Paese, che «risultava navigare regolarmente […] in buone condizioni di galleggiabilità, con solo una persona visibile sulla coperta». Il Summer love, nella prima fase di avvistamento, quando cioè viene programmato l’intervento delle Fiamme gialle, è però indicato come un natante sospetto e non in avaria tant’è che è la stessa Procura a spiegare che «è risultata non censurabile la scelta iniziale di qualificare l’evento come operazione di polizia (“law enforcement”) in luogo di soccorso in mare».

È il rapido susseguirsi degli eventi a originare invece il disastro. Per due volte, la motovedetta della Gdf prova a raggiungere la barca ma le condizioni meteo, frattempo peggiorate, le impediscono di prendere il largo respingendola in porto a Vibo Valentia. Il Summer love arriva intanto praticamente sotto costa e solo alle 4.30 del mattino una telefonata al 112 spiega, in inglese, che c’è una imbarcazione in difficoltà. Eppure, nessun Sos viene lanciato dalla bagnarola turca, come pure accertato dagli investigatori. Perché? Si attiva così il protocollo Sar (Safe and rescue) sotto il coordinamento della Guardia costiera di Reggio Calabria. Ed è in quei drammatici minuti che, probabilmente impauriti dalle luci dei mezzi di soccorso arrivati sulla costa, i sei scafisti eseguono una brusca virata a 100 metri dagli scogli che squarcia la chiglia della barca facendola affondare. E con essa quasi la metà dei disperati che vi avevano trovato posto. Altri 90 saranno salvati e messi al sicuro nelle strutture di accoglienza subito dopo.

Per il pm titolare del fascicolo, Pasquale Festa, c’è stato un cortocircuito tra Finanza e Capitaneria di porto su chi dovesse intervenire e come tra la prima e l’ultima segnalazione. Nell’avviso di conclusione delle indagini, infatti, si parla di «profili di negligenza nel dare attuazione alle regole che la normativa europea e nazionale impone in casi del genere». Sarebbe stata contestata, ancora, «l’omessa completa comunicazione delle difficoltà di navigazione incontrate a causa delle condizioni meteomarine, nonché il ritardo nel predisporre le operazioni di intercetto del caicco, in assenza di un effettivo ed efficace monitoraggio radar». Da qui le accuse di naufragio colposo e di omicidio colposo plurimo. I profili di responsabilità dei finanzieri riguarderebbero «le modalità esecutive delle azioni da svolgere in seguito all’avvistamento del natante» mentre «la contestazione» agli operatori della Guardia costiera «ruota intorno alla mancata acquisizione di informazioni necessarie per avere un quadro effettivo» delle operazioni messe in atto dalla Finanza, cui avrebbe fatto seguito, si legge sempre nel provvedimento della Procura, «una carente valutazione dello scenario operativo e delle conseguenti disposizioni da impartire ai natanti della Guardia costiera che pure erano in condizioni di intervenire».

Gli indagati avranno 20 giorni per chiedere di essere interrogati e per depositare memorie difensive, poi si passerà alla fase dell’udienza preliminare ed, eventualmente, a quella del processo vero e proprio. Teoricamente, tutti i 90 sopravvissuti potranno costituirsi parte civile nel procedimento per chiedere robusti risarcimenti dei danni in caso di condanna.

Immediate le repliche del mondo politico. Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, ha espresso «incondizionato sostegno ed il mio abbraccio a donne e uomini della Guardia costiera e della Guardia di finanza» che «non solo rischiano ogni giorno la loro vita per salvare il prossimo, ma corrono addirittura il rischio di essere arrestati in caso di disgrazia». Posizione condivisa dal capo del Viminale, Matteo Piantedosi, che ha aggiunto: «Sono certo che nel prosieguo del procedimento giudiziario gli operatori di Crotone dimostreranno la loro estraneità rispetto ad ogni possibile responsabilità relativa al naufragio di Cutro. Auspico che anche per i servitori dello Stato valga il principio costituzionale di non colpevolezza fino a sentenza definitiva». Solidarietà anche dal titolare dell’Economia, Giancarlo Giorgetti: «Grande rispetto per la magistratura, ne difendo l’operato e l’indipendenza. Allo stesso modo difendo con convinzione l’operato di Guardia di finanza e della Capitaneria di porto, certo che hanno sempre agito esclusivamente per il bene pubblico come fanno ogni giorno insieme alle altre forze di polizia».

La parola ora al giudice.

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