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Lo speciale contiene quattro articoli
Il Covid torna a bussare alle case di riposo. Dentro le residenze sanitarie assistite (Rsa) il dramma continua. Ma questa volta, rispetto ai mesi in cui il virus ha falcidiato migliaia di anziani, dietro le mura delle strutture si svolge un altro dramma, ugualmente micidiale, che è quello della solitudine e della desolazione. Per gli ospiti, le residenze (4.620 su tutto il territorio nazionale) si stanno trasformando in carceri. Niente contatti, niente affetti, niente socialità. Eppure di questo si parla poco, come se fosse un aspetto marginale. Contano soltanto i numeri di chi sta male, come il maxi focolaio nella Rsa di Greve in Chianti, con 64 contagiati tra operatori e ospiti, o i 9.154 morti nei quattro mesi del picco pandemico da febbraio a maggio.
Sui sopravvissuti incombe il silenzio. Dimenticati. Invisibili. Le case di riposo hanno scelto la linea difensiva. Dopo le polemiche sui decessi, per salvaguardarsi da ulteriori denunce arrivate sul tavolo delle Procure, hanno adottato misure di prevenzione rigorose e stringenti. Invece che imporre protezioni e distanziamento, come nei locali pubblici, per gli anziani si è deciso di ridurre drasticamente i contatti con l’esterno. E dove ci sono state eccezioni, non si sono prese precauzioni sufficienti, come è accaduto in una Rsa di Portici, a Napoli, dove la festa aperta ai visitatori si è trasformata in un focolaio con una sessantina di persone coinvolte tra ospiti e operatori, tra i maggiori cluster d’Italia. A questi si sono aggiunti i 50 casi nell’istituto delle Povere figlie della visitazione di Maria nel capoluogo.
Tanto è bastato per indurre il governo a un giro di vite drastico che penalizza persone già gravemente colpite dalla prima ondata del Covid, privandole di rapporti sociali essenziali e di contatti con persone che potrebbero essere luci di speranza per affrontare la loro condizione. L’ultimo Dpcm affida alle strutture la responsabilità di autorizzare gli ingressi dei visitatori e «adottare le misure necessarie a prevenire possibili trasmissioni di infezioni». E le strutture hanno dato un giro di vite severissimo. La Val d’Aosta ha da tempo sbarrato l’accesso delle strutture per anziani; un’analoga iniziativa è stata adottata dall’Associazione residenza anziani Toscana, realtà che comprende 12 residenze, dopo che si sono sviluppati tre grossi focolai a Greve in Chianti, a Firenze e a Sesto Fiorentino, mentre nelle 300 strutture del Veneto sono partiti i test rapidi sugli ospiti.
Le Rsa sono diventate fortini blindati dove l’accesso è contingentato e le attività sociali annullate. Gli ospiti non hanno più la libertà di fare una passeggiata quotidiana, di andare al bar o a trovare parenti e amici. Le comunicazioni con i propri cari avvengono tramite telefono o videochiamate, negli incontri c’è di mezzo una lastra di plexiglas che impedisce anche di allungare una mano per una carezza. Quanto potrà andare avanti questa situazione di confinamento, nessuno è in grado di prevederlo. Di sicuro, nelle 4.620 residenze per anziani sarà un Natale di profonda solitudine. Blindati nelle stanze, gli ospiti dovranno accontentarsi di sbirciare dalle finestre l’ingresso della struttura sperando di vedere un parente che sia riuscito a ottenere il permesso per una visita lampo.
È stata lanciata una petizione, che finora ha raccolto 3.000 adesioni, dal titolo «Liberiamo gli anziani dalle prigioni delle Rsa». Per loro questa detenzione forzata dura da più di 8 mesi. È diventato virale su Facebook il video girato nella casa di riposo D’Azeglio di Torino, in cui l’anziano ha letteralmente abbracciato il pianoforte che la famiglia gli ha fatto recapitare nella struttura. Un contatto con l’esterno, insperato.
In questa condizione di isolamento, si sottolineano soltanto gli aspetti della sicurezza ma non quelli dell’impatto sulla vita nelle residenze. Come se non bastasse, numerose case di riposo private sono state avvertite che quest’anno possono scordarsi il vaccino antinfluenzale gratuito per il proprio personale: se lo dovranno procurare per proprio conto, sperando di trovarlo. Molte famiglie hanno ritirato i loro cari dalle strutture per paura del contagio, ma anche per le difficoltà alle visite. L’Anaste, associazione che riunisce alcuni titolari di case di riposo, ha rilevato il 20% di posti liberi rispetto ai mesi pre Covid. Molte residenze potrebbero essere costrette a tagliare l’organico e a ridimensionare il servizio.
Ma il dramma non è solo per gli anziani nelle Rsa. Chi vive in casa da solo non se la passa meglio. L’assistenza di una badante, anche solo come forma di compagnia, è un lusso che pochi possono permettersi, soprattutto dopo che l’aggiornamento del contratto nazionale ha appesantito le condizioni per i datori di lavoro, cioè gli anziani stessi e le loro famiglie. Rispettare le regole contrattuali significa spendere fino a 1.300 euro al mese. Il mercato sommerso, sempre fiorente, presenta incognite spesso spiacevoli.
«Gran parte dei centri per anziani sono chiusi o con ingressi contingentati. Sono state annullate le gite, le feste, le attività ricreative, i pomeriggi danzanti, anche le partite a scopone o i tornei di bocce», commenta Girolamo Di Matteo, segretario nazionale della Fnp Cisl con delega alle politiche sociosanitarie. «Si crede che sia preferibile tenere isolato l’anziano in casa, in realtà così egli diventa più fragile. I rapporti sociali sono fondamentali».
Secondo il report di Passi d’argento, il sistema di sorveglianza che fornisce informazioni sullo stato di salute, sulla qualità della vita e sui bisogni delle persone con oltre 65 anni, coordinato dall’Istituto superiore di sanità, già prima della pandemia quasi 3 anziani su 4 non partecipavano a incontri nei punti di aggregazione come i centri anziani, le parrocchie o le associazioni. Allo stesso tempo, quasi il 29% degli over 65 rappresenta una risorsa per i propri familiari o per la collettività perché aiutano figli e nipoti oppure fanno volontariato. Spesso, però, vivono in condizioni difficili: il 61% degli anziani riferisce di avere almeno un problema strutturale nella casa in cui vive e il 35% ha difficoltà nell’accesso ai servizi sociosanitari e ai negozi di prima necessità. Uno su 10 è caduto di recente e, nel 19% dei casi, è stato ricoverato in ospedale per almeno un giorno.
Questa situazione si sta aggravando con le restrizioni sociali imposte dal Covid. La mappa delle chiusure dei centri anziani, fornita dalla Fnp Cisl a La Verità, è desolante. La frequentazione, nei rari casi in cui è ancora possibile, è scesa al 15%. Lazio e Lombardia li hanno chiusi, in Liguria sono aperti al 60%, in Piemonte al 20%, in Trentino al 10%, in Friuli e in Campania al 50%. In Veneto sono aperti solo alcuni centri a Venezia. Nelle Marche aperti al 50% e in Sicilia al 20%. Dove le porte non sono state sbarrate, sono state introdotte regole molto stringenti tali da essere molto disincentivanti per chi era abituato a frequentarli. Rimanere in casa diventa così una scelta obbligata: più solitudine, meno movimento fisico, maggiori rischi.
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