- Gli utili record del greggio e i progetti di città «green». La riforma dei costumi e le repressioni. Cosa ha in testa l’uomo forte «MbS».
- Da Pechino ai Brics. Il principe cerca alternative agli Usa. La percezione saudita è che gli americani non garantiscano più la sicurezza del Golfo. Le aperture all’Iran e a Israele.
- «Non è come in Cina, il calcio a Riad può sfondare». Il giornalista Rocco Bellantone: «Qui c’è il sostegno popolare. Gli acquisti? Li approva tutti bin Salman. L’ambizione è ospitare i Mondiali del 2034».
Lo speciale comprende tre articoli.
A cambiare per sempre la vita di una popolazione beduina sotto le pianure di Dhahran, provincia orientale dell’Arabia Saudita, negli anni Trenta, fu la scoperta del petrolio. Da quel momento il Medio Oriente non sarà più lo stesso e quei beduini, fino allora poverissimi e immersi nella tradizione religiosa più rigorosa, fonderanno la dinastia saudita, istituita dal sultano del Najd Abd al-Aziz Al Saud, che governa dal 1926 il regno arabo saudita, nato dopo la vittoriosa annessione al sultanato del regno hascemita del Hijaz.
Grazie agli immensi proventi dall’oro nero l’Arabia Saudita ha esercitato a lungo un potere assoluto nell’intera regione ma oggi quel potere non è più garantito. A quasi un secolo dalla scoperta delle immense ricchezze presenti nel sottosuolo il mondo è completamente cambiato anche per la dinastia Saud e da qui la decisione di cambiare radicalmente il Paese. A decidere un cambiamento epocale è stato l’erede al trono, il principe Mohammed bin Salman (MbS), classe 1985, figlio del re saudita Salman bin Abdulaziz e della sua terza moglie Fahdah bint Falah ibn Sultan, nominato principe ereditario nel giugno 2017 dal padre Salman, a sua volta succeduto nel gennaio 2015 a Re Abdullah. Non appena Salman ascese al trono nominò Mohammed come suo ministro della Difesa e poi della politica economica. Smanioso di farsi apprezzare dal padre e dare la sua impronta al regno, il giovane Mohammed, dopo avere fatto arrestare decine di principi e dignitari del Paese ai quali sequestrò ingenti ricchezze e che liberò solo dopo che questi gli giurarono fedeltà assoluta, decise di entrare nella guerra civile dello Yemen con l’operazione «Decisive Storm». Nelle intenzioni di MbS c’era la volontà condivisa con altri otto Stati – per lo più arabi sunniti (che poi si sono tirati indietro) – di dare sostegno al governo yemenita del presidente Abd Rabbuh Mansur Hadi alle prese contro l’insurrezione sciita degli Houthi (sostenuti dall’Iran sciita) nel nord del Paese.
Quella che doveva essere una vittoria facilissima è presto diventata un totale disastro che dura ancora oggi e una delle peggiori crisi umanitarie della storia moderna. Secondo Save the Children le vittime civili sono circa 20.000 dall’inizio del conflitto: tra marzo 2015 e settembre 2021, ci sono stati circa 10 attacchi aerei al giorno in Yemen, che hanno causato l’uccisione o il ferimento di oltre 18.000 vittime civili. Inoltre otto anni di conflitto hanno costretto più di 4,5 milioni di persone, tra cui più di 2 milioni di bambini e bambine, a lasciare le loro case.
Altra operazione spericolata è stata quella del 2017 quando Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein hanno interrotto i rapporti diplomatici con il Qatar, il piccolo emirato del Golfo ricco di gas che proprio con i sauditi condivide il suo unico confine terrestre. Poi l’8 gennaio 2021 la situazione è tornata alla normalità con la firma della «Dichiarazione Al-Ula». Il principe ereditario Mohammed bin Salman dichiarò durante il vertice: «È urgentemente necessario che i Paesi del Golfo uniscano i loro sforzi, soprattutto di fronte alla minaccia iraniana nella regione».
Nonostante gli errori e grazie ad un’agenzia di pubbliche relazioni Mohammed bin Salman divenne MbS: il giovane principe riformatore. Fatto in parte vero, visto che nel 2017 ha allentato leggermente il codice di abbigliamento affermando che le donne non hanno bisogno di indossare l’abaya, un lungo mantello nero, in pubblico. Nello stesso anno alle donne fu permesso di ottenere la patente di guida, consentendo loro di andare al lavoro o a scuola o svolgere commissioni senza accompagnamento. Trionfale fu la sua tournée nella City di Londra nel marzo del 2017 e nel 2018 e nulla lasciava prevedere cosa sarebbe accaduto nell’ottobre del 2018 con la morte del giornalista Jamal Khashoggi, torturato e smembrato all’interno del consolato saudita di Istanbul. La morte di Khashoggi, che viveva in esilio negli Usa e che dalle pagine del Washington Post attaccava la famiglia reale saudita, fu un disastro per l’immagine di MbS anche se le conseguenze furono contenute, poiché la famiglia reale ha sempre negato la responsabilità dell’omicidio pur risarcendo in seguito i figli di Khashoggi. Lentamente MbS ha recuperato il rapporto con Joe Biden che lo aveva accusato di essere il mandante dell’omicidio di Khashoggi e si è riproposto sulla scena internazionale anche grazie al suo piano «Vision 2030» come si è visto all’ultimo G20 in India.
Entro fine decennio, l’Arabia Saudita mira a portare a termine la triplice impresa di creare un’economia non più dipendente dal petrolio, migliorare la vita dei suoi quasi 40 milioni di persone e mantenere il suo posto sulla scena globale. «Non si tratta solo di diversificare l’economia: si tratta di trasformare la società con l’obiettivo di creare un’economia agile in grado di rispondere alle sfide del mondo moderno», ha affermato il professor Simon Mabon, ricercatore senior presso il Foreign Policy Centre di Londra. «Vision 2030», fortemente voluto Mohammed bin Salman, è un progetto modellato con l’aiuto dei consulenti di McKinsey e vede alcuni «gigaprogetti». Il fiore all’occhiello è Neom, megalopoli che sorgerà nella parte nord-occidente del Paese, che costerà mille miliardi di dollari e dove sorgerà The Line. L’Arabia Saudita afferma che sarà una città all’avanguardia senza auto e che funzionerà al 100% con energia rinnovabile e sarà di 170 chilometri di lunghezza per soli 200 metri di larghezza. Esistono più di 20 altri progetti «Vision 2030», come la destinazione turistica sul Mar Rosso e Qiddiya, una capitale delle arti e dell’intrattenimento, concepiti come modi per costruire un’Arabia Saudita che offra posti di lavoro per tutti i suoi cittadini. Gerald Feierstein, ambasciatore Usa in Yemen sotto la presidenza Obama e membro senior del Middle East Institute, ha dichiarato a Insider: «Il coinvolgimento del settore privato sia a livello locale che internazionale è diventato cruciale nel tentativo dell’Arabia Saudita di creare posti di lavoro». L’Arabia Saudita è sostenuta dal suo status di maggiore esportatore di petrolio al mondo, posizione rafforzata dalla guerra in Ucraina che interrompe le esportazioni russe di greggio. L’anno scorso, la compagnia petrolifera statale Saudi Aramco ha registrato un sorprendente utile netto di 161 miliardi di dollari. Tuttavia, i reali sauditi sanno che le entrate non petrolifere del Paese diventeranno sempre più importanti negli anni a venire, poiché le questioni climatiche spingono le nazioni verso l’energia pulita.
Ci sono segnali contrastanti sulla possibilità che gli sforzi dell’Arabia Saudita saranno ripagati. L’anno scorso è diventata l’economia del G20 con la crescita più rapida, secondo il Fondo monetario internazionale, mentre il suo tasso di disoccupazione è sceso al 4,8%. Ha già superato l’obiettivo del 30% di partecipazione femminile alla forza lavoro fissato da «Vision 2030». A luglio, però, Bloomberg ha riferito che il Fmi ha registrato una perdita di 11 miliardi di dollari per lo scorso anno, mentre i mercati globali erano in difficoltà, e un fattore determinante per il successo di questo progetto riguarda il cambiamento dell’attrazione esercitata dall’Arabia Saudita sull’Occidente che qui dovrebbe investire miliardi di dollari. Tra i molti errori di MbS non c’è quello fatto da molti dignitari sauditi che per decenni hanno finanziato gruppi terroristici come al-Qaeda o l’Isis e questa è una buona notizia.
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