Il voto di oggi in Germania può seppellire Scholz. E scoppia la crisi dell’acciaio
Sahra Wagenknecht e Björn Höcke
In Turingia e Sassonia favoriti Afd e Bsw, che condividono il no a green e immigrati e la richiesta di negoziati in Ucraina. Pesano i nodi economici: trema Thyssenkrupp.

I risultati del voto regionale di oggi in Germania segneranno l’ingresso ufficiale del Paese in una seria crisi politica, dopo che quella economica e quella sociale sono già deflagrate negli ultimi due anni.

Si vota oggi in Sassonia (4,1 milioni di abitanti) e in Turingia (2,1 milioni) per rinnovare i Parlamenti regionali. In entrambi i Länder dell’Est i sondaggi di opinione vedono in testa nettamente Alternative für Deutschland (Afd), con intenzioni di voto tra il 30 e il 33%. Il partito di destra nelle ultime elezioni europee ha raccolto il 16% a livello nazionale, ma nell’Est del Paese è molto forte e insidia il primato della Cdu e della Linke nelle due regioni.

Messe assieme, Sassonia e Turingia hanno meno della metà degli abitanti della Baviera, ma il messaggio politico in arrivo da Est per il governo di Olaf Scholz sarà un diretto allo stomaco. La ex Germania dell’Est si dibatte da decenni in una crisi che trova, non da oggi, una rappresentanza politica nella destra di Afd. Nato come partito di élite contrario all’Unione europea e all’euro (ritenuti un regalo ai Paesi cicala del Sud Europa), negli anni Afd ha raccolto consensi tra le masse, invischiate in una drammatica combinazione di crisi economica, povertà, esclusione sociale, aumento della criminalità e timore di una guerra con la Russia. L’Afd l’anno scorso è stata classificata come «sospetta organizzazione estremista di destra» dall’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (Bfv), il che significa che è sotto osservazione da parte dei servizi segreti civili. Ma questo non sembra fermarne l’avanzata.

La Spd è accreditata nei sondaggi di un 6% in entrambi i Länder, mentre i Verdi sono al 6% in Sassonia e al 3% in Turingia. Come dire che i rosso-verdi rischiano di non superare la soglia minima del 5% necessaria per essere ammessi ai Parlamenti regionali. Il terzo partito della coalizione semaforo viaggia a percentuali da prefisso telefonico. In Turingia l’attuale maggioranza (Linke, Spd e Verdi) non ha nessuna possibilità di restare al governo, essendo accreditata di un 22% complessivo, con Afd (guidata localmente da Björn Höcke) al 30% e la Cdu al 23%.

Diversa la situazione in Sassonia, dove l’attuale maggioranza (Cdu, Verdi e Spd) non sarà riconfermata, ma dove la Cdu avrà ancora circa il 30% dei consensi. Qui entra in gioco un nuovo soggetto, il partito nato pochi mesi fa da una scissione a sinistra della storica Linke, l’Alleanza per Sahra Wagenknecht (Bsw). Nata proprio in Turingia, a Jena, la Wagenknecht, di madre tedesca e padre iraniano, è cresciuta nella ex Germania Est e conosce benissimo tale realtà. In poco tempo ha raccolto adesioni e consensi che l’hanno portata nei sondaggi al 15% in Sassonia e al 20% in Turingia, sulla base di un programma che viene incontro ai timori di un elettorato esasperato. Sono tre in particolare i punti su cui la Wagenknecht raccoglie consensi a Est: l’immigrazione, la transizione green e la guerra in Ucraina.

Su questi punti il programma del partito di sinistra è pressoché identico a quello di Afd: stop all’immigrazione non regolamentata (definita irresponsabile), fine dell’ecoattivismo a tutti i costi, stop agli aiuti all’Ucraina e pace negoziata con la Russia. La Wagenknecht ha però escluso più volte categoricamente un’alleanza con Afd.

Inesorabile, è arrivata a Bsw l’accusa di essere un partito filoputiniano. «Siamo accusati di essere la voce di Mosca o di rappresentare le posizioni russe perché siamo a favore dei negoziati di pace, il che è completamente assurdo», ha dichiarato la Wagenknecht.

In virtù delle sue posizioni sull’Ucraina, Bsw potrebbe essere il fulcro di una nuova maggioranza in Sassonia, dove l’attuale premier della Cdu Michael Kretschmer, in antitesi rispetto alla posizione ufficiale del suo partito a livello nazionale, è contrario agli aiuti all’Ucraina e vorrebbe l’avvio di un negoziato di pace. Ne potrebbe nascere un inedito accordo Cdu-Bsw, ma tale possibilità è legata anche al risultato dei Verdi e della Spd.

Il taglio forzato dei rapporti con la Russia e il suo gas a buon mercato, poi l’inflazione e i buchi nel bilancio pubblico, ossessione di tutti i governi tedeschi, hanno messo in crisi il modello di sviluppo teutonico. Ora sotto accusa vi sono la gestione dell’immigrazione e l’economia, con gli accoltellamenti seriali delle ultime settimane e una incipiente guerra commerciale con la Cina sul settore di punta tedesco, l’automobile.

La potenza economica della Germania è in marcato arretramento, con una produzione industriale in calo ormai da due anni. Emblematico il caso di un’azienda storica come Thyssenkrupp, la cui ultima trimestrale mostra un passivo di 50 milioni di euro. Il gruppo siderurgico è nel caos, dopo che il capo del consiglio di sorveglianza della filiale dell’acciaio, Sigmar Gabriel, ha annunciato le sue dimissioni giovedì scorso, assieme ad altri dirigenti. Il potente sindacato Igmetall teme migliaia di licenziamenti e ha parlato di caos senza precedenti. Il settore dell’auto è in difficoltà: Zf Friedrichshafen ha annunciato di voler tagliare fino a 14.000 dei 54.000 posti di lavoro in Germania, Continental e Michelin hanno annunciato la chiusura di diversi stabilimenti.

Il governo semaforo non ha più la maggioranza nel Paese, da tempo, e il voto di domenica certificherà il fallimento non solo dell’attuale governo, ma soprattutto delle politiche di Angela Merkel sull’immigrazione, sull’energia, sulla politica estera e sul commercio, condotte tra gli osanna di un’Europa cieca e muta.

Da non perdere

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz
Mondo

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz

A detta di Trump si svolgeranno oggi in Qatar «i colloqui voluti dal regime». Secondo Axios si tratterebbe di vertici separati tra i tecnici nemici e i mediatori del Paese del Golfo e del Pakistan. Gli ayatollah frenano: «Nessun meeting con la Casa Bianca».

«Accordo Israele-Libano». Hezbollah dice no
Geopolitica

«Accordo Israele-Libano». Hezbollah dice no

Siglato un patto quadro che però non piace ai filo-iraniani. Il presidente Aoun ha anche accolto con favore la guida di Italia e Francia nella coalizione post-Unifil. I media d’Oltralpe traducono male le parole di Meloni per metterla contro Le…