Può una trasmissione televisiva mandare in onda un servizio dove si parla di presunti soldi neri ai partiti che coinvolgerebbero un esponente dell’estrema destra milanese ma, soprattutto Carlo Fidanza, capogruppo di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo (tutto da verificare ma che ha spinto comunque la Procura ad aprire un’indagine)? Certo che lo può fare. C’è la libertà di stampa che certamente non si si interrompe durante le elezioni, qualsiasi esse siano e qualsiasi sia la loro portata. Carlo Fidanza si è immediatamente autosospeso.
Può un tribunale condannare un ex sindaco, Mimmo Lucano, a più di tredici anni per aver gestito fatti legati all’immigrazione violando le leggi? Certo che lo può fare, il corso della giustizia non si interrompe neanch’esso durante le elezioni. Mimmo Lucano ha continuato da indagato a fare comizi, conferenze, si è candidato in Calabria, ecc. Ma queste sono scelte personali che rivelano, però, un modo diverso di comportarsi che qualcosa vorrà pur dire in politica, o no? E non stiamo qui a parlare del diverso trattamento ricevuto dai primi due sui giornaloni e quello riservato a quest’ultimo. Lo ha già fatto ieri, su queste stesse colonne Francesco Borgonovo: i primi due sono sicuramente colpevoli, senza alcuna sentenza giudiziaria ma solo giornalistica (nel caso di Morisi anche con toni decisamente omofobi, roba da pazzi pensando da che parte viene: i paladini della legge Zan e dintorni); l’ultimo è martire di una giustizia ingiusta – a sentenza emessa – e pericolosa, la sentenza, in quanto sarebbe una istigazione al razzismo e al maltrattamento dell’immigrato e, in generale, portatrice colpevole di xenofobia. In sintesi i tre gradi del processo ormai non bastano più: al primo, al secondo – l’appello – e al terzo (la Cassazione) ne dobbiamo aggiungere un altro, preliminare ai tre citati, un po’ come il test d’ammissione all’università per accedere ai corsi: in questo caso il «test di ammissione al processo» nel quale una giuria fatta da giornalisti e giornali illuminati decide se sia il caso di ammettere il sospettato, l’inquisito, l’indagato al processo regolare e se non sia il caso, tanto è evidente che è già colpevole, perché lo hanno infallibilmente deciso loro. Dunque tutto regolare, per carità. Ma c’è un termine che conviene ricordare in questa occasione è che è «opportunità». Naturalmente l’opportunità di un’azione dipende dal giudizio che ne dà chi la compie, ma non c’è anche una opportunità che ha qualche tratto di ragionevolezza e che andrebbe tenuta in conto da tutti in quanto appartenente al buonsenso o al senso comune?
Era proprio necessario che tutto questo venisse fuori alla vigilia delle elezioni? Cosa sarebbe successo se si fosse aspettato la conclusione dei ballottaggi? Inquinamento delle prove? Fuga degli indagati? Reiterazione del reato? Cioè, in altri termini oltre al «test di ammissione al processo» vogliamo anche inserire un nuovo istituto giuridico, la «custodia cautelare giornalistica» sempre ad opera della stessa giuria di illuminati?
Nei primi due casi sarà tutto da vedere, verificare appurare e poi saranno problemi di Morisi e di Fidanza e dei rispettivi partiti. Ma essendo le elezioni la festa della democrazia, che significato ha buttare dei macigni sul loro percorso e nella loro imminenza? Era opportuno, cioè c’erano come dice il vocabolario «una o più circostanze o condizioni favorevoli al concretarsi di un’azione»? non ci ergiamo a giudici dell’operato giornalistico altrui, materia nella quale non si siamo mai adoperati, al contrario di eminenti colleghi sempre con la matita rossa e blu nei confronti degli altri, ma secondo noi in questo caso l’opportunità di farlo non la vediamo proprio. In tutti e tre i casi.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >