2020-02-19
Nel riquadro a sinistra, il clochard milanese Pietro Alberto Paolo Signor e il suo assassino Cissè Camara (iStock)
Dall’ordinanza sull’omicidio del milanese «Pedro» emergono dettagli raccapriccianti: si sospetta un rito di sopraffazione sul corpo. La reazione davanti ai militari di Cissé, alterato e seminudo? Sputi e calci.
Nella sua ordinanza di quattro pagine con la quale ha convalidato l’arresto in flagranza di Cissé Camara, quarantaduenne senegalese accusato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor a Genova, il gip Carla Pastorini descrive una scena quasi ferina, convulsa, da bassifondi in cui il degrado urbano il 30 maggio scorso deve essersi trasformato all’improvviso in un teatro di brutalità primordiale.
Quando i carabinieri sono arrivati nei giardini di Villetta di Negro, il parco che domina il centro di Genova, Signor, detto «Pedro», quarantottenne milanese senza fissa dimora e in attesa di un trapianto di cuore, era già morto.
Accanto a lui, intento a «trascinare il cadavere della vittima appena deceduta», scrive il gip, c’è ancora Camara. Irregolare dal 2022 dopo la scadenza del permesso temporaneo ottenuto durante un contenzioso sulla richiesta di asilo. Nonostante vari controlli di polizia e numerose denunce per reati contro il patrimonio e legati agli stupefacenti, non era mai stato trattenuto in un Cpr, né espulso. E, per questo, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha già disposto verifiche per capire perché quell’uomo fosse ancora libero di aggirarsi nel nostro Paese, ma soprattutto di uccidere. Nel parco, a leggere la ricostruzione del giudice, l’uomo sarebbe esploso in una violenza brutale e disordinata. Le lesioni descritte nell’ordinanza evocano infatti un’aggressione ripetuta, forsennata.
Signor è stato ferito al fianco destro, nella zona paravertebrale e allo zigomo, colpi inferti probabilmente con un coccio di bottiglia. Ma se questi tagli non hanno interessato zone vitali, la ferita «tra giugulo e sterno», secondo la prima ispezione medico-legale, avrebbe invece provocato la morte del clochard, dopo un abbondante sanguinamento. Un taglio alla gola. Sgozzato. Questa «lesione» sarebbe, secondo il gip, «attribuibile a uno strumento da punta e da taglio». Forse i già citati vetri, o un coltello. Del quale non c’è alcun riferimento preciso nell’ordinanza. Ma è quest’ultima ferita ad aver portato gli inquirenti verso la contestazione dell’omicidio volontario. Il colpo alla carotide, organo vitale, viene infatti indicato tra gli elementi alla base dell’impostazione accusatoria.
L’autopsia ha anche evidenziato che la vittima era cardiopatica, circostanza che non esclude l’ipotesi di un malore durante la colluttazione, ma che non incide sull’ipotesi di reato contestata.
È soprattutto ciò che circonda il corpo a conferire alla vicenda una tonalità parecchio cupa. Attorno ci sono «cocci di bottiglia», indumenti sparsi e un dettaglio che inquieta almeno quanto le coltellate: il cadavere di Signor si presentava con «braccia e piedi legati con indumenti». Abiti trasformati in lacci di fortuna, come se dentro gli anfratti del parco pubblico, probabilmente trasformati in tane o giacigli improvvisati dai senzatetto, si fosse consumato un rito di sopraffazione. Il gip non chiarisce se i legacci siano stati stretti prima o dopo la morte, ma il particolare basta da solo a spostare la vicenda oltre la dimensione della semplice lite finita male. Le immagini delle telecamere di videosorveglianza del museo Chiossone, che hanno ripreso la zuffa che ha preceduto il delitto, sollevano ulteriori interrogativi. Secondo quanto riportato nell’ordinanza, i due uomini risultano insieme già intorno alle 6 del mattino. Entrano nella villetta verso le 6.25. Poi c’è un lungo cono d’ombra di quasi quattro ore. Soltanto verso le 10 le immagini documenterebbero quella che il gip definisce «una colluttazione». Innescata da un litigio improvviso, forse legato a questioni di droga o da qualcosa che al momento appare indecifrabile. Quando i due sono stati ripresi davanti ai cancelli dalle telecamere sembravano tranquilli. Ma, poi, sulla scena è stata rinvenuta una «confezione di crack». Era accanto agli effetti personali di entrambi.
Il gip, pur usando formule prudenti, lega quel ritrovamento allo stato psicofisico dell’indagato. Nelle carte si parla infatti di «totale assenza di controllo», di «elevatissimo grado di aggressività» e di un uomo «assolutamente non in grado di porre freni ai propri istinti violenti». Parole giustificate da quanto sarebbe accaduto al momento dell’intervento dei carabinieri. Camara, infatti, avrebbe opposto resistenza, «sputando, minacciando, lanciando sassi e pugni per diverso tempo», tanto da rendere necessario il suo trasferimento all’ospedale San Martino, dove gli sarebbe stata somministrata una terapia «idonea al suo contenimento». E dove è rimasto ricoverato (e piantonato) in gravi condizioni per una forma di polmonite causata, stando alla diagnosi, dall’abuso di sostanze stupefacenti. Accanto alla gravità del delitto, che gli inquirenti ritengono di avere ormai delineato nei suoi tratti essenziali, però, rimangono diversi interrogativi investigativi ancora sospesi. Oltre all’arma utilizzata, ancora non indicata con precisione, non si comprendono le ragioni del trascinamento del corpo. E soprattutto resta da chiarire cosa sia realmente accaduto in quelle quattro ore trascorse dentro la villetta prima che l’indagato, stando alle accuse, si trasformasse in una belva, nuda dalla cintola in giù e con solo «alcune magliette» che gli coprivano il busto. Lo stato precario di salute (con Camara sedato e non in condizioni di parlare), per ora, ha impedito l’interrogatorio. Dall’indagato, però, gli investigatori cercheranno di sapere se conoscesse già la vittima, ma anche da quanto tempo frequentassero Villetta Di Negro. Un luogo che potrebbe essere già stato utilizzato in precedenza come rifugio di fortuna da vittima e carnefice. Nonostante la brutalità dell’omicidio e le ricadute politiche del caso sull’annoso dibattito sull’immigrazione incontrollata, però, attorno all’assassinio di Signor è calato da subito un silenzio sorprendente. A parte il viceministro Edoardo Rixi, intervenuto sulle pagine di questo giornale, non si sono registrati interventi su una vicenda che intreccia sicurezza urbana, immigrazione irregolare, degrado e tossicodipendenza. La storia è rimasta sostanzialmente confinata dentro le quattro pagine dell’ordinanza di custodia cautelare e in qualche svogliato articolo sulle cronache locali.
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Getty Images
Doveva scapparci il morto per far cambiare il Piano d’azione contro il razzismo promosso anche da Starmer, che ora si dice scioccato per l’uccisione di Henry Nowak. Il Regno Unito è attraversato da proteste, dovute alla pessima gestione dei migranti.
Poco alla volta, il muro di fronte alla stazione di polizia di Southampton si è riempito di foto di Henry Nowak. Qualcuno ha portato dei fiori. Qualcun altro la propria frustrazione, dopo aver visto il video in cui il giovane - accoltellato sei volte da Vickrum Digwa, un ventitreenne sikh - dice alle forze dell’ordine: «Mi hanno ferito, non riesco a respirare».
Ma nessuno gli crede. E così, oltre mille persone si sono riunite di fronte alla stazione di polizia, urlando le ultime parole di Nowak: «Non riesco a respirare». Qualcuno ha assaltato anche i mezzi delle forze dell’ordine, che hanno risposto con diverse cariche. Facce spaccate e ancora più rabbia, nei confronti di chi dovrebbe tutelare i cittadini, tutti e allo stesso modo, ma che invece si preoccupa principalmente delle minoranze.
Di fronte alla protesta dei cittadini, il premier britannico Keir Starmer è subito intervenuto, e dopo essersi detto addolorato, le ha bollate come «vergognose, ingiustificabili e inaccettabili», aggiungendo poi che la polizia ha «serie questioni a cui rispondere». Il problema è che a quelle serie questioni dovrebbe rispondere innanzitutto lui. Non è infatti un caso che il governo britannico abbia espresso la volontà di rimettere mano alle linee guida sull’antirazzismo appoggiate dallo stesso Starmer. Nel Piano d'azione contro il razzismo, questo il nome del documento redatto dalla polizia, si legge per esempio che gli agenti dovrebbero «rispondere a individui e comunità secondo i loro bisogni, circostanze ed esperienze specifiche, comprendendo che questi elementi saranno razzializzati e con l'obiettivo di ridurre il danno». Ma non solo. In esso, si chiede anche di «trattare tutti allo stesso modo» o essere «ciechi al colore». Come dire: fate attenzione quando vi trovate davanti qualcuno di colore perché rischiate di farlo sentire discriminato. Peccato che però, a comportarsi così, poi ci vadano di mezzo i poveri Cristi come Nowak. Non è un caso che Nigel Farage abbia parlato di «discriminazione razziale a due livelli». Perfino il viceministro dell'Interno con delega alla polizia, Sarah Jones, ha ammesso, ora che ci è scappato il morto, che le regole stilate dalla polizia non vanno bene ma, ha specificato, bisogna «tenere a mente che c'è una storia di razzismo nelle forze dell'ordine». Una precisazione di cui non si sentiva il bisogno, in questo momento.
Farage ha incalzato Starmer e ha più volte sottolineato come «le direttive dei superiori agli agenti di polizia sono chiare e scritte nero su bianco: dicono che bisogna trattare i diversi gruppi etnici in modo diverso». Per questo, ha chiesto provocatoriamente al primo ministro: «Se i cittadini perdono la fiducia nella possibilità di essere trattati equamente dalla polizia, può intervenire per porre fine a questa pratica divisiva di discriminazione tra polizia e cittadini britannici e garantire che tutti siano trattati allo stesso modo?». Starmer però ha negato: «Non credo che in questo Paese esista un sistema di polizia a due velocità». La realtà, però, è proprio quella descritta da Farage. E le parole del Piano d’azione contro il razzismo stanno lì a dimostrarlo. Di fronte a un crimine, nel Regno Unito, l’atteggiamento delle forze dell’ordine è diverso a seconda di chi si trovano davanti. È una sorta di razzismo al contrario - che punta a tutelare le minoranze, che spesso delinquono di più - a discapito dei bianchi.
La sinistra britannica accusa il leader di Reform Uk di voler dividere il Paese, ma questo è già spaccato. E Farage c’entra poco o nulla con questa vicenda. Il Regno è diventato disunito nel momento in cui, di fronte ai migranti afghani che violentavano le ragazze a Nuneton, il premier minimizzava. Era il luglio del 2025. Oppure quando, qualche mese dopo, a dicembre, sono stati condannati due richiedenti asilo di 17 anni, Jan Jahanzeb e Israr Niazal, dopo che avevano violentato una ragazza di 15 anni. O ancora, quando, lo scorso gennaio, Mehmet Ogur, l’ennesimo richiedente asilo che era stato ospitato in un hotel a Tamworth, nello Staffordshire, è stato condannato a 7 anni di prigione per aver violentato una diciottenne in un parco. E, infine, il Paese si è spaccato di fronte all’ennesimo crimine contro una donna, compiuto da un migrante pakistano, Sheraz Malik.
Di fronte a tutto ciò Starmer, insieme al suo governo, ha preferito tacere. Nel frattempo però la rabbia è montata ogni giorno di più. Fino alla morte di Henry Nowak. Non è Farage a dividere il Paese. È l’immigrazione incontrollata a farlo. Anche grazie a una sinistra accondiscendente.
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Ansa
Le opposizioni: «Un modo per affossare la legge». Craxi: «Non è strategia dilatoria». Il centrodestra riparte dal suo documento.
Il disegno di legge sulla «Morte volontaria medicalmente assistita», il cosiddetto Fine vita, torna nelle commissioni Affari sociali e Giustizia per proseguire l’esame. Il Senato ieri pomeriggio ha approvato con 88 voti a favore, 59 contrari, nessun astenuto, la questione sospensiva presentata dal capogruppo di Fdi a Palazzo Madama, Lucio Malan.
«Non certamente al fine di procrastinare i tempi, ma al fine di trovare una soluzione su questa delicata materia», ha precisato Malan, «alla luce di quanto riferito» dal presidente della commissione Sanità e Affari sociali del Senato, Franco Zaffini, il quale aveva spiegato che «procede l’esame in commissione di un testo della maggioranza che riunisce tutti gli altri». Il senatore di Fratelli d’Italia aveva aggiunto: «Vogliamo fare una buona legge che dia corpo alle sentenze costituzionali senza invadere il campo dell’eutanasia o dell’omicidio del consenziente».
Da una parte rimane il testo unitario delle opposizioni, presentato dal senatore del Pd Alfredo Bazoli e sostenuto da tutto il centrosinistra; dall’altra il testo elaborato dai relatori della maggioranza, Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Ignazio Zullo (Fratelli d’Italia). Il nodo principale riguarda il coinvolgimento del Servizio sanitario nazionale (Ssn) nella somministrazione del suicidio assistito, previsto nel testo del senatore dem Bazoli, e che invece vede nettamente contrari Fratelli d’Italia. Forza Italia continua a mediare attraverso la capogruppo azzurra Stefania Craxi, al lavoro sugli emendamenti.
Ieri, nel suo intervento ha affermato: «Fin dall’inizio abbiamo indicato il testo base, che porta la firma dei colleghi Zanettin e Zullo, come il migliore punto di partenza possibile. Il testo Bazoli, che contiene elementi per me personalmente condivisibili e che recepisce parti importanti della giurisprudenza costituzionale, è difficilmente in grado di trovare una maggioranza in quest’Aula. Suscita, infatti, non poche riserve anche nella parte più credente della stessa opposizione. Il testo Zanettin-Zullo, invece, non è ancora pronto per l’Aula».
La reazione della sinistra al rinvio del provvedimento in commissione è arrivata puntuale. «La maggioranza ha affossato la nostra proposta, di tutte le opposizioni, per una legge sul Fine vita. È appena accaduto in Senato, è gravissimo ed è la dimostrazione che questa destra non vuole una legge che garantisca un fine vita dignitoso, seguendo quello che già la Corte costituzionale ha spiegato», ha tuonato la segretaria del Pd Elly Schlein.
Per il capogruppo di Avs, Peppe De Cristofaro, presidente del gruppo Misto di Palazzo Madama, il ritorno in commissione del testo è «uno scandalo. Noi continueremo a chiedere che il Senato affronti questo tema con serietà, senza pregiudizi ideologici e senza ulteriori tatticismi. Perché il fine vita non riguarda la morte, ma riguarda la libertà e la dignità».
«Questa richiesta di sospensiva non ci sorprende. Quando non vuole prendere decisioni scomode, la maggioranza prende tempo», ha commentato la senatrice del M5s e vicepresidente del Senato, Mariolina Castellone, sostenendo che il rinvio «sa proprio di presa in giro». Riccardo Magi, segretario di +Europa, ha parlato di «ennesimo schiaffo che questa maggioranza dà a tutte quelle persone che soffrono e ai loro cari che li assistono. Come sempre la destra italiana rappresenta la retroguardia umana e legislativa».
Fortemente criticata dalle opposizioni è stata anche la memoria scritta inviata ieri mattina dal presidente del Cnr, Andrea Lenzi, chiamato in causa per stabilire se esiste un macchinario per autosomministrare il farmaco letale. «Allo stato attuale non risultano reperibili dispositivi regolarmente autorizzati all’immissione in commercio con marchio Ce per l’auto somministrazione di farmaci, che siano idoneamente impiegabili nella procedura di morte volontaria medicalmente assistita da parte di persona immobilizzata, o comunque altrimenti impossibilitata all’autosomministrazione del farmaco letale, né risultano che siano allo studio o in fase di implementazione progetti relativi ai dispositivi richiamati», afferma il presidente.
La reazione della senatrice Pd Sandra Zampa non si è fatta attendere: «Volete dirci che oggi, nell’epoca della robotica, non è possibile mettere a disposizione delle persone che sono in queste condizioni uno strumento che consenta loro di compiere fino all’ultimo passaggio la propria volontà?».
Pensare che una legge sul fine vita già esiste in Italia, è la 219 del 2017. La persona sofferente va accompagnata e il medico «è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale. Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali».
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Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Sì a 14 miliardi di spesa aggiuntiva. Il governo pensa di impegnarli su progetti già finanziati per liberare risorse contro il caro energia. La Meloni: «Accolte le nostre richieste». Occhio, però: ci chiedono la riforma del catasto.
La tanica di benzina è mezza vuota: come previsto (purtroppo) dalla Verità, ieri la Commissione Ue ha sì ufficializzato, come richiesto espressamente da Giorgia Meloni, la possibilità di chiedere un margine dello 0,3% per investimenti in energia all’interno dell’1,5% previsto per le spese per la difesa nella clausola di salvaguardia del Patto di stabilità, ma ha pure piantato dei solidi paletti per l’utilizzo di questi denari (circa 7 miliardi di euro l’anno, per un massimo del doppio in tre anni, a partire dal 2026).
Paletti che possono essere riassunti così: questi soldi (comunque debito, ricordiamolo) potranno essere spesi per investimenti in energie rinnovabili, ma non per interventi di «pronto soccorso», come ad esempio il taglio delle accise, che scade dopodomani, 6 giugno. Non è escluso tuttavia che il governo possa dare vita a qualche operazione di «maquillage» contabile, in modo da impegnare i fondi ricavati da questa nuova flessibilità in progetti già finanziati, e liberare così risorse per le esigenze immediate degli italiani.
È questa la strada che probabilmente verrà percorsa, come del resto si può intuire dalle parole di Giorgia Meloni: «La Commissione europea», commenta il presidente del Consiglio in un video diffuso ieri sera, «ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica. Questo ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani. Nei giorni scorsi avevo scritto alla presidente Von der Leyen per affrontare la questione», aggiunge la Meloni, «e ribadire come in questa fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia. È quindi un risultato estremamente importante, che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e pazienza che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa».
La novità è compresa nel pacchetto-primavera del Semestre europeo, presentato ieri. «Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica», spiega il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, «che consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell'arco dei 3 anni». Questi soldi potranno essere utilizzati per «misure volte a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come per esempio grandi progetti di investimento nelle reti elettriche, nel migliorare l’utilizzo delle rinnovabili, ma anche per sussidi per le famiglie e per le imprese, come ad esempio l’acquisto di veicoli elettrici o di sistemi di riscaldamento a migliore efficienza energetica, impianti solari, batterie per conservare l’energia elettrica». Quindi, niente taglio delle accise? «No. Questa flessibilità fiscale aggiuntiva», sottolinea ancora Dombrovskis, «che uno Stato può decidere se usare o meno, non copre le misure di sostegno che sovvenzionano l’uso di combustibili fossili, come ad esempio le riduzioni mirate delle accise. Stiamo affrontando uno shock dell’offerta, e non si può affrontare uno choc dell’offerta stimolando la domanda, perché se molti paesi lo facessero, ciò non farebbe altro che sostenere prezzi dell’energia più elevati per petrolio e gas, e di conseguenza, gli Stati membri spenderebbero molti soldi per un vantaggio limitato. La flessibilità sarà disponibile per le misure intraprese a partire da febbraio 2026».
«Sono soddisfatto», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà della finanza pubblica italiana».
Ma c’è un altro capitolo: la stangata sugli immobili. «I valori catastali in Italia», sottolinea la Commissione europea nelle raccomandazioni per il nostro Paese, «non sono ancora stati sistematicamente avvicinati ai valori di mercato». Bruxelles evidenzia che le abitazioni principali sono esentate dalla tassazione «per quasi tutte le classi di proprietà», il che porta a «basse entrate derivanti dagli immobili a livello locale anche nelle città che affrontano problemi di accessibilità abitativa». Non solo: la Commissione evidenzia pure che «in circa un decimo delle province italiane i costi degli affitti rappresentano più di un terzo dei salari medi e la quota di edilizia sociale è bassa con un patrimonio abitativo pubblico limitato e liste d'attesa molto lunghe». Riflettori accesi anche «sull’elevata quota di abitazioni non occupate e la forte presenza di affitti a breve termine». Caustico il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «Sempre peggio. Le raccomandazioni all’Italia diffuse oggi dalla Commissione europea», scrive Spaziani Testa su X, «sembrano scritte da Ilaria Salis. Stavolta, nelle sue raccomandazioni all’Italia, non si è limitata a suggerire al nostro governo, a due settimane dal termine per il pagamento della patrimoniale sugli immobili da 22-23 miliardi di euro l’anno, di aumentare ulteriormente le tasse sulla casa. Ha fatto di più: ha messo esplicitamente in relazione l’esenzione dall’Imu della gran parte delle abitazioni principali con i problemi di accesso all’alloggio. Inoltre, ha collegato le difficoltà abitative al fatto che l’Italia sarebbe caratterizzata da un’elevata quota di abitazioni non occupate e da una “forte presenza” di affitti brevi. Si tratta di una lettura ideologica e che ignora la realtà italiana. Ancora una volta, si preferisce individuare nella proprietà privata il problema anziché riconoscerla come parte della soluzione».
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