Le nomine di Mario Draghi sono uno schiaffo a Matteo Salvini e Luigi Di Maio. A trionfare è una inossidabile (e trasversale) rete di potere

Il ceffone è arrivato. Sonoro come un colpo di piatti della banda di paese, in pieno volto perché la mano di Mario Draghi non trema mai. La prima vera sberla al centrodestra di governo, espressione della maggioranza nel Paese, si chiama Rai e si concretizza con i nomi dei prescelti per il vertice: Marinella Soldi e Mario Fuortes. Le indicazioni del premier sono una tenera carezza a Enrico Letta e a Matteo Renzi, che si trasforma in uno schiaffo soprattutto per Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Non hanno toccato palla.

La restaurazione è arrivata a ridosso del solleone, improvvisa e pervasiva, espressione del secondo centro di potere (oltre all’Europa) che il premier conosce e sa decodificare: il trasversale generone romano. Torna in auge la Grande Bellezza delle terrazze, colonna sonora di Raffaella Carrà rivisitata al mixer da Bob Sinclar. E infatti i commenti più entusiasti arrivano dal Nazareno e dalla Leopolda. Maria Elena Boschi danza fra i cuscini: «Una donna e un uomo di valore, scelta fondata su competenza e professionalità». Come se Discovery fosse la Bbc. La posizione del Pd tramite Ansa è surreale: «C’è soddisfazione per scelte che confermano la nostra richiesta di un vertice più indipendente e autonomo possibile».

Ma da chi può essere indipendente un manager come Fuortes, inventato da Walter Veltroni, vicino a Dario Franceschini e a Goffredo Bettini, possibile candidato sindaco a Roma ai tempi dei dubbi amletici di Nicola Zingaretti? E da chi può essere indipendente lady Soldi, fiorentina che il leader di Italia viva voleva già ai vertici nel 2015 quando dominava a palazzo Chigi, e che acquistò per Discovery il documentario Firenze secondo me (realizzato dal senatore di Scandicci e dall’agente Lucio Presta), dopo il rifiuto di Rai e Mediaset? Per quella prestazione, Renzi avrebbe incassato 450.000 euro da Presta.

Il controllo totale della Rai vale più dei pieni poteri. In tempi normali – ma soprattutto durante le emergenze – la possibilità di indirizzare il pubblico verso il pensiero unico è decisiva per formare l’opinione dominante. Un esempio lampante è Giuseppe Conte, narrato dal Tg1 come se fosse Winston Churchill e trattato da primo ministro anche dopo essere tornato a Volturara Appula.

Ha vinto il generone romano che va dai grand commis dei ministeri al presidente del Coni Giovanni Malagò, dai salotti del potere economico ai direttori dei giornali vecchi e nuovi, alla Curia. Una Rai restaurata alla vaccinara fa sempre comodo. Fuortes è un cavallo da esportazione: è stato amministratore del Parco della musica, commissario dell’Arena di Verona, tenore amministrativo del teatro Petruzzelli di Bari, soprintendente dell’Opera di Roma. Era candidato anche per La Scala a Milano. Scala e scalate. Dietro i nomi è facile individuare una maggioranza alternativa, perfino trasversale. È il ritorno degli Jedi in doppiopetto di Caraceni. E, proiettata sui muri avìti dei palazzi papalini, si staglia l’ombra del gran tessitore Gianni Letta.

Il momento chiave per capire la cornice dell’operazione sarà la nomina ufficiale della Soldi, che per legge deve passare sotto le forche caudine della Commissione di vigilanza con 27 voti. A conti fatti il centrodestra potrebbe bloccarla. Ma si preannunciano due paracadute: l’opera di convincimento del Letta zio su Forza Italia (Silvio Berlusconi è in silenzio) e la promessa di assecondare le ambizioni dell’esponente di Fratelli d’Italia, Giampaolo Rossi, con una poltrona da consigliere al posto di Simona Agnes, indicata dagli azzurri. Giorgia Meloni contenta, parlamentari di Forza Italia spiazzati dal blitz. Draghi re del divide et impera.

La prima mossa del nuovo vertice è scontata: affossare il nuovo Centro di produzione Rai al Portello di Milano, voluto da Marcello Foa per internazionalizzare le produzioni digitali, un’iniziativa tecnologicamente all’avanguardia osteggiata da viale Mazzini e dai clientes dell’indotto capitolino. Roma padrona vuole riprendersi tutto, anche contro un campione del progressismo green (almeno a parole) come il sindaco di Milano Giuseppe Sala, che con il governatore lombardo Attilio Fontana aveva sponsorizzato pubblicamente il progetto. Nel domino delle nomine, questa volta Draghi ha dato via libera ai vecchi sistemi di potere che passano dal Nazareno ma toccano molte altre edicole laiche della capitale. Al grido «fuori i partiti dalla Rai», il partitone trasversale si sta imbullonando anche meglio dentro l’azienda.

Con una curiosità finale in perfetto stile Grande Bellezza («A far l’amore comincia tu», cantava la compianta Raffa) che passa da una singolare collezione primavera-estate di sex toys. Si è scoperto che la presidente in pectore Soldi possiede una piccola quota (0,51%) della piattaforma di e-commerce Mysecretcase, il sexy shop online numero uno in Italia, in pesante perdita ma in via di (controversa) quotazione in Borsa. Sarà costretta a cederla. La Rai senza partiti sarà anche asessuata.

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