Il «fumettaro» che rende gli alberi i protagonisti delle sue tavole
Una tavola di Sweet Salgari
Paolo Bacilieri è tra gli illustratori più apprezzati in Italia. Ma poco si parla della costante attenzione che riserva al verde nelle sue opere, che accompagnano i lettori nella contemplazione profonda dei paesaggi.

C’è un illustratore – ma forse il termine che preferirebbe sarebbe «fumettaro» – nato nel 1965 a Verona, che è diventato uno dei nomi ricorrenti del fumetto italiano di questi ultimi anni: Paolo Bacilieri. Diplomatosi all’Accademia delle Belle Arti di Bologna, ha esordito trentenne in Francia per poi trovare subito adeguata sponda in Italia. Negli anni Novanta si mette in mostra dapprima con produzioni indipendenti, ammesso che questo sia un termine adeguato, quindi approdando alla Bonelli.

Realizza opere che richiamano l’attenzione dei lettori più esigenti, quali Una storia del cazzo, The Supermaso Attitude, Barokko, Zeno Porno, Phonx e Durasagra – ambientato follemente a Marghera e a Venezia – e nel frattempo inizia a misurarsi con la rapidità e la serialità richieste da una produzione popolare ma comunque di una certa cura di Casa Bonelli. Alcune delle sue storie illustrate delle serie ideate e condotte da Carlo Ambrosini, ovvero Napoleone e Jan Dix, sono esplosive e confermano la sua crescita in termini di visione e qualità del dettaglio, con una capacità non comune di far precipitare il lettore negli stati d’animo dei personaggi e al contempo di curare minuziosamente le location, siano l’Africa, il Sudamerica, Londra, gli edifici di Ginevra o i canali di Amsterdam.

Storie come La lucertola e il serpente, La foresta che cammina, Quando muoiono le balene, Nostra signora delle api, La guerra, Buggy – crossover Napoleone/Dylan Dog – diventano tra le più rappresentative, viatico che conduce, si potrebbe dire inevitabilmente alla redazione nella quale si aggira lo spettro di Tiziano Sclavi, ovvero all’epica saga dell’indagatore dell’incubo. Sue sono ad esempio Il mostruoso banchetto, short-story horror per la collana DD Magazine, fino allo speciale Saluti da Undead, parte di una saga nella saga – Il pianeta dei morti, concepito da Alessandro Bilotta – probabilmente una delle sue cose migliori in assoluto.

Ora, cercare di spiegare perché un illustratore sia davvero magnetico da ammirare, e non soltanto l’illustrazione più o meno esatta o più o meno credibile non è certo facile, e men che meno lo è se pensiamo a queste poche righe che abbiamo a disposizione. In questa pagina vedrete una delle sue illustrazioni, ma di certo, al pari di altri artisti fuoriserie della grande famiglia degli illustratori che hanno animato e animano l’immaginario Bonelli, ovvero il più diffuso tra i fumetti popolari italiani, e penso ad esempio allo stile misterioso e orrorifico di Corrado Roi, ai corpi alla Egon Schiele di Angelo Stano o al più giovane Luigi Cavenago, Paolo Bacilieri si fa davvero ben guardare.

I visi tondi e infantili, la colorazione dinamica delle scene, la capacità di sospendere una selva di minuscoli rumori nello spaccato di un quartiere o di una foresta, di una paesaggio interno o esterno – e qui mi ritornano alla mente subito i movimenti del gigante che attraversa i canali di Venezia ma anche le vie della vecchia Torino, raramente così ben illustrata come nella sua toccante biografia di Emilio Salgari. E su quest’opera vorrei soffermarmi.

Qui noi troviamo sintetizzata magnificamente la dicotomia tra la vita riservata e meschina che lo scrittore di adozione torinese ha dovuto sopportare, pur di restare al passo delle forzose richieste che l’editoria del suo tempo gli hanno infelicemente imposto, sia il suo muoversi gentile e curioso tra gli abitanti della sua Torino, con aperture all’infanzia veneta, tra la Laguna e Verona, e quindi in Piemonte. Certi deja-vu alla bibro Cuore erano probabilmente inevitabili, e la condizione dimessa di questo uomo dalla fantasia prorompente, ci affeziona a un perdente da manuale, se consideriamo la vanità scaltra del mondo culturale del suo e ovviamente anche del nostro tempo.

Ecco, se dovessi consigliare ai lettori di questa pagina un fumetto di Bacilieri con cui iniziarsi allora sceglierei proprio Sweet Salgari (Coconino Press).

Mi sono sempre chiesto quanto sia peculiare e approfondita la ricerca iconografica di un artista visivo, quando ritrae scene di vita di una città in un determinato anno. E così noi possiamo anche ambientarsi, ritrovarci sui ponticelli di Amsterdam o nelle vie di Milano, così come scenografate nel doppio Fun e More Fun (Coconino Press), o ancora nel più recente Venere privata (Oblomov), tratto da uno dei più noti romanzi noir di Giorgio Scerbanenco, già film nel 1970 con un fascinosissimo Bruno Cremer, alias Duca Lamberti, ben prima di diventare uno dei volti per antonomasia del commissario Maigret (ça va san dire, dai romanzi di George Simenon).

Un aspetto credo poco battuto dai tanti articoli oramai usciti intorno all’opera di Bacilieri è la sua costante attenzione alla natura. In tutte queste opere, siano gli albi della Bonelli o i volumi individuali, gli alberi, ad esempio, esplodono vigorosamente; lo scenario naturale non sfugge mai al suo occhio, la dolce ossessione di chi scrive queste righe trovano ampio appagamento nella sua rappresentazione dei luoghi. Trionfo di tutto questo è Green World (in Dylan Dog Old Boy 2, agosto 2020), storiaccia alla Cronenberg, nel quale una ricercatrice folle in ritiro nella sua villa nel Kent, ha trovato il modo, imitando il comportamento delle piante, di clonare i corpi umani, creando una serie di alias di sua figlia e quindi di DD che di lei si è perdutamente innamorato. E quanti alberi nei giardini delle ville attorno a Ginevra, dove si muove parte dell’avventura di Napoleone, e quanti alberi nei boschi che circondano Undead, nell’epica avventura di Dylan Dog, e quanti alberi ancora popolano le campagne toccate da Salgari quanto il bosco della collina torinese dove decide di porre termine alla propria esistenza. Tempo fa pensavo a quale regista cinematografico fosse parimenti ossessionato dagli alberi, e mi è venuto in mente, prima di altri, Terrence Malick. Non so se sia un regista che Bacilieri predilige, ma di certo le loro visioni si intrecciano, nell’altalenarsi tra intimità dei personaggi e intimità nei paesaggi. Dimenticavo quanti alberi ad esempio popolino quel numero delizioso – La casa dell’impiccato, novembre 2009 – di Jan Dix, mercante d’arte olandese che finisce addirittura in sogno a visitare il ritiro del solitario di Aix-en-Provence, Paul Cézanne, così sprofondato nella natura che lui studia per una vita intera e che noi riviviamo dall’interno, non tanto analizzando i dipinti di questo maestro, ma facendoci portare per mano nei suoi paesaggi, nella sua lenta e pacata quotidianità dedicata alle cose di tutti i giorni e alla contemplazione profonda della varietà animale, vegetale e creaturale.

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