Se l’aborto è legale negli Stati Uniti lo si deve soprattutto a una sentenza della Corte suprema del 1973, passata alla storia come Roe vs Wade. Jane Roe, la protagonista della vicenda, nacque in Louisiana nel 1947. Il suo vero nome era Norma Leah McCorvey (è morta nel febbraio 2017). Si sposò ad appena 16 anni, ed ebbe due figli da Woody McCorvey, padre inaffidabile e pare violento da cui la giovane divorzio presto. Anche lei, però, afflitta da varie dipendenze, non riusciva a prendersi cura dei bimbi, che furono dati entrambi in affidamento.
Nel 1969, poco più che ventenne, Norma Leah rimase di nuovo incinta. Non aveva le idee molto chiare sulla scelta da prendere. Di sicuro non se la sentiva di diventare madre di nuovo. A farla optare per l’aborto furono due attiviste femministe, le avvocatesse Sarah Weddington e Linda Coffee. Dato che in Texas, lo Stato in cui Norma Leah viveva, l’aborto era consentito solo in caso di stupro o incesto, le due legali consigliarono alla ragazza di mentire e di dichiarare di aver subito una violenza.
Poi, però, la Weddington e la Coffee si resero conto che dalla storia di quella ragazza del Sud intenzionata ad abortire poteva originare qualcosa di molto grande. Le due avvocatesse avevano intuito che il caso avrebbe potuto esplodere e trasformarsi in una opportunità per tutti gli attivisti pro choice.
Fu così che iniziò una durissima battaglia processuale, in cui Jane Roe (pseudonimo che fu attribuito a Norma Leah per proteggere la privacy) si oppose a Henry Menasco Wade, rappresentante legale dello Stato del Texas. La contesa durò a lungo, tanto che la donna diede comunque alla luce il figlio. Si concluse soltanto nel 1973, quando, appunto, la Corte suprema – con una sentenza storica – concesse alle donne il diritto di abortire per qualsiasi ragione e non solo per motivi di salute o dopo aver subito stupro o incesto.
Negli anni successivi Norma Leah McCorvey divenne una icona per le femministe di mezzo mondo. Lei stessa si impegnò attivamente in campagne pro aborto. Concedeva intervista, partecipava alle manifestazioni, prestava servizio volontario nelle cliniche abortiste. La sconosciuta ragazzina della Louisiana si era tramutata in una celebrità adorata dalle radical.
Quello che pochi sanno, però, è che la signora, qualche tempo dopo, cambio totalmente idea. Divenne una attivista pro vita e si convertì al cristianesimo. Definì la battaglia pro aborto «il più grande errore della mia vita». Spiegò di essere stata manipolata dalle attiviste femministe: «Sarah Weddington mi promise di rimanermi vicina, di farsi viva quando sarebbe nata la piccola, invece mi abbandonò».
Nella sua biografia, Norma Leah fu ancor a più esplicita. «Capii che fino ad allora avevo sempre sbagliato», scrisse. «Capii che con quella mia azione giudiziaria io avevo sbagliato. Capii che la mia attività di supporto nelle cliniche abortiste era sbagliata. Capii che non si trattava di primo trimestre, di secondo semestre, di terzo semestre o cose del genere. L’aborto – a qualunque stadio e in qualunque fase – è sempre sbagliato. Tutto fu improvvisamente chiaro. Dolorosamente chiaro».
Ed ecco che, da feticcio femminista e combattente pro aborto, Norma Leah McCorvey divenne non solo una fervente cristiana, ma pure una attivista antiabortista, intenzionata a dedicare tutta la vita a rimediare a quell’errore di gioventù.
Una storia da film, non trovate? E in effetti un gruppo di coraggiosi autori americani ha deciso di portare sullo schermo la vicenda di questa donna. A capo del progetto c’è Nick Loeb, il regista. Il suo nome non è conosciutissimo, però di lui si è molto parlato anche in Italia, nel 2015, per via di una disputa con la sua ex fidanzata, l’attrice Sofia Vergara. Nel 2013, i due avevano in mente di diventare genitori, e decisero di congelare gli embrioni di lei. «Sto assumendo pillole ormonali e facendo iniezioni. Vogliono ottenere delle cellule uovo perfette», disse la Vergara a Vogue America. Purtroppo, però, dopo qualche tempo la coppia si sciolse, e gli embrioni rimasero depositati in clinica. Loeb era deciso a diventare padre, la Vergara voleva lasciare gli embrioni dove stavano.
«Ho sempre creduto fermamente che la vita cominci con la fecondazione e che ogni embrione sia una vita nel cammino verso la nascita», dichiarò Loeb. «Ho creato questi due embrioni femminili con lo scopo di portarli a compimento e non di distruggerli, perché ho sempre sognato di essere padre. Mi sono offerto in precedenza di rinunciare a ogni responsabilità genitoriale o finanziaria e a ogni obbligo da parte della mia ex, e le ho offerto anche l’opportunità di essere coinvolta con le bambine in futuro, nel caso dovesse cambiare idea. Prendo molto seriamente la responsabilità e l’impegno di essere genitore. Creare un embrione in maniera naturale può portare a obblighi genitoriali, anche se un uomo non vuole diventare padre. Quando invece un uomo vuole diventarlo, e non vuole imporre alcun obbligo all’altra parte, dovrebbe essergli riconosciuto questo diritto».
Come prevedibile, la divergenza di opinioni si è tramutata in un feroce scontro a colpi di carte bollate e visite in tribunale. Chissà, forse è per questo che Nick Loeb si è appassionato al caso Roe Vs Wade. Quel che è certo è che il tenace Nick intende raccontare la storia della battaglia sull’aborto senza alcuna concessione al politicamente corretto. «Il film parla del movimento per i diritti delle donne contro il movimento pro life», ha dichiarato a Vanity Fair. «È un film di guerra sociale in cui prendiamo entrambi i lati della discussione e speriamo che il pubblico decida». A quanto pare, insomma, il nostro non è obnubilato da chissà quali pregiudizi ideologici. «La metà del cast è pro choice», ha spiegato, «e metà degli investitori nel film sono pro choice. Il fatto che riveliamo la verità dietro il movimento pro choice, tuttavia, ha sconvolto la sinistra».
Come prevedibile, infatti, Loeb non ha fatto nemmeno in tempo ad accendere la cinepresa (le riprese sono partite in giugno) che sono iniziati i guai. Ne ha dato conto l’autorevole Hollywood Reporter.
Loeb è stato fermato e insultato nei pressi del set situato vicino all’Università di Tulane (Louisiana) dopo che un giornale locale aveva pubblicato alcune indiscrezioni sul suo film «pro life». Alcuni investitori, dopo aver letto degli attacchi al regista, hanno deciso di ritirarsi dal progetto. Altri ancora hanno cercato di fare pressioni su Loeb affinché cambiasse punto di vista, schierandosi con decisione a favore dell’aborto.
Era prevedibile: nel mondo dello spettacolo le posizioni pro vita non sono esattamente di moda. Persino celebrità che si definiscono cattoliche, come Bono e gli U2, fanno campagna a favore dell’aborto. Il film di Loeb, insomma, è una perla rarissima e suscita rabbia e fastidio.
Nick, però, non ha intenzione di mollare. Le riprese proseguono e la pellicola dovrebbe uscire a gennaio. Il cast, tra l’altro, è ricco di grossi nomi. Tra questi, un mostro sacro di Hollywood come Jon Voight, poi Robert Davi e Stacey Dash.
Resta solo da vedere se il prodotto finito sarà all’altezza delle aspettative. La sensazione, tuttavia, è che della qualità di questo film non importi nulla a nessuno. Il mainstream ha già deciso a priori di massacrarlo: la libertà di pensiero non va per la maggiore nella Mecca del cinema.
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