«I voti del centro? Li prende la Meloni»
Clemente Mastella (Ansa)
Il sindaco di Benevento Clemente Mastella: «Il premier garantisce stabilità e ormai ha anche un ruolo europeo. Se in Campania il centrodestra candida Piantedosi, io lo sostengo. E voglio siglare un patto valido sul piano nazionale».

Clemente Mastella, sindaco di Benevento, il suo telefono non smette di squillare.
«Anche all’assemblea dell’Anci, qualche giorno fa, ero il più richiesto: selfie, baci, abbracci. Forse perché sono ormai un reperto archeologico».

Non si butti giù: ha 77 anni.

«Lo so, ma cerco di coltivare l’autoironia».

È già in campagna elettorale?

«Come sempre, sia nella buona che nella cattiva sorte. Il mio numero ce l’hanno tutti. Mi chiedono consigli pure su farmaci e prescrizioni».

Lei cosa risponde?

«“Chiedo al mio medico e poi le faccio sapere”».

Dopo Umbria ed Emilia-Romagna, si avvicinano le regionali in Campania. È il suo momento.

«Vediamo stavolta a chi finiranno i miei 100.000 voti».

Ha lanciato per primo la candidatura di Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno.

«A lui mi lega un rapporto di amicizia e stima. Ci conosciamo da una vita. Siamo nati in paesi confinanti: io a Ceppaloni, lui a Pietrastornina».

È un ex democristiano come lei?

«Ha quella cultura, certo. Se non altro perché ha vissuto dalle nostre parti. Nell’aria si respira il senso dello Stato, la moderazione, l’equilibrio. Badi bene: un respiro non affannoso, ma possente. Del resto, ha visto che negli ultimi tempi c’è questo recupero di democristianità?».

S’intuisce.

«Pure il mio amico Raffaele Fitto, eletto vicepresidente della Commissione europea, viene dalla Dc. Ecco, l’esasperazione costante, la tormenta che soffia… Secondo lei, fanno bene al Paese? C’è bisogno di stabilità. Quella che, fortunatamente, sta garantendo Giorgia Meloni».

Quindi, Mastella tornerà nel centrodestra?

«Non ho ancora fatto nessuna scelta. Nella mia città sconto l’opposizione frontale del Pd. Ma anche di Forza Italia, a dire il vero. Una personalità illustrissima è venuta recentemente a Benevento. Sa cosa mi ha detto? “Ho trovato solo mastelliani, anti mastelliani ed ex mastelliani”».

Vincenzo De Luca, il governatore campano che lei ha sostenuto nel 2020, pare pronto alle dimissioni anticipate pur di correre per il terzo mandato.

«Conoscendolo, mi pare un’ipotesi plausibile. In questo caso, si potrebbe votare già in primavera».

Forzerà la mano?

«Forzerà, forzerà… S’illude però che le truppe lo seguiranno. Invece i fedelissimi si staccheranno da lui, se torna il Pd in campo. Cosa garantisce nel futuro? C’è l’affetto maturato nei suoi confronti, per carità. Ma i deluchiani dovranno pur sempre campare».

Elly Schlein, segretaria del Pd, potrà mai cambiare idea e accettare la sua candidatura?

«Impossibile, a questo punto. In un vero partito, però, la cosa doveva essere risolta prima. Nella vecchia Dc, o nel Pci, non sarebbe capitato. De Luca finiva deferito ai probiviri: “Stai dentro o fuori?”. Comunque, sia i 5 stelle che l’Alleanza Verdi-Sinistra sono contrari. Non potrà essere scelto della coalizione».

L’alfiere del campo largo sembrava il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi. Adesso è stato eletto presidente dell’Anci, anche con il suo sostegno.

«Lui, ormai, è fuori dalla corsa».

Per De Luca è un vantaggio?

«Sì, ma la vittoria in Umbria ha oggettivamente rafforzato la Schlein».

Dunque?

«Secondo me, ci saranno tre candidati: De Luca, un nome del centrosinistra e l’altro del centrodestra.

Si ipotizza un notabile dei 5 stelle: Roberto Fico, già presidente della Camera.

«Ho un rapporto discreto con lui, anche se non certo di familiarità. Ma le dico una cosa: non mi pare molto popolare tra i cittadini. Credo che non avrà chance».

Con tre aspiranti, Mastella sarà più determinante del solito?

«Ovvio».

Ha coniato la teoria del viandante: «Se cammini, puoi trovare un inciampo. Allora una volta vai a destra, l’altra a sinistra, ma poi ritorni sempre al centro».

«Per la regola dell’alternanza, ora dovrei andare a destra».

La metafora mastelliana cerca di nobilitare il trasformismo?

«E il Pd che va con la Lega? E il povero Pier Luigi Bersani costretto a fare lo streaming con due grillini? Fatemi capire: loro possono fare accordi con chi vogliono e io no? Tutti si sono trasformati e vengono fare la reprimenda a me? Sarei io l’unico prestigiatore fischiato dalla platea? E comunque, l’ultima volta che il centrosinistra ha vinto in Italia è stato nel 2006, grazie ai miei 200.000 voti in Campania. Questo è l’effetto Mastella. S’è visto anche quando mi sono candidato sindaco di Benevento da solo. Contro di me, la prendono sempre in quel posto».

È un’arte che non s’improvvisa.

«Stavolta, me la gioco. Io non farò alcun passo. Ascolterò le proposte per la mia gente e la mia comunità, senza retorica. Pure le aree interne vanno valorizzate: perché, ad esempio, noi non possiamo avere la facoltà di medicina?».

Siglerà anche un patto nazionale?

«E certo! Questa situazione capita a fagiolo. Faccio un accordo complessivo, ovvio: comunali, regionali e politiche. Io prendo il 16% fisso nella mia provincia. Sono determinato a far vincere: l’uno o l’altro».

Ministro con Romano Prodi e pure con Silvio Berlusconi.

«Sono sempre stato un po’ figlio ‘e ‘ntrocchia».

Alla sua età, ha visto tutto.

«Sono nel Guinness dei primati della politica. Trentatré anni tra Camera e Senato, dieci anni al Parlamento europeo, undici anni sindaco di Ceppaloni, sette anni sindaco di Benevento. Ho fatto perfino il consigliere regionale dieci giorni».

Per non parlare dei partiti fondati: Ccd, Cdr, Udr, Udeur, Noi Campani e Noi di centro.

«Ricordo che sono stato pure tra i quattro fondatori della Margherita».

Lei è il più scafato centrologo in circolazione.

«Anche per la moria degli altri, probabilmente».

Partiamo da Matteo Renzi e Carlo Calenda: alle ultime regionali, sono scomparsi.

«Non ho mai visto un suicidio politico così clamoroso. Fossero sciocchi, vabbè, amen. Ma sono persino due persone intelligenti. Nel 2022 hanno preso l’8% assieme, e vedi come si sono ridotti ora. Renzi è costretto a mimetizzarsi nelle civiche e Calenda sta con altri duemila simboli nella stessa lista. Che senso ha? Sono diventati residuali di sé stessi».

Possono riappacificarsi?

«L’anno prossimo, a Roma, c’è il Giubileo. Se passano dalla Scala Santa, magari riescono a ricostruire qualcosa…».

Servirebbe un miracolo?

«È stato il naufragio della ragione. Hanno fatto la fortuna di Forza Italia, che ha ormai scavalcato la Lega. Sono superati perfino da Avs, che riunisce gialli, verdi e rossi. E perché, poi? Per divergenze caratteriali? Ma De Mita, Donat-Cattin e Fanfani non discutevano, all’interno della Dc? Certo, ma dopo c’era l’intelligenza di smussare. Al momento opportuno, veniva fuori l’unità».

Il centro è l’eterna chimera?

«Sono molti a richiamarlo, ma bisognerebbe trovare una figura di riferimento, legata al passato e ben piantata nel presente. Tra l’altro, faccio notare che in Liguria e Umbria hanno vinto proprio due sindaci civici e moderati: Marco Bucci e Stefania Proietti».

Schlein preferisce accompagnarsi a Giuseppe Conte, piuttosto che agli aspiranti terzopolisti?

«La loro insipienza è tale da offuscarli: quando ti mettono una pistola sul tavolo, devi decidere. I 5 stelle, nonostante siano calati, un 8% ce l’avranno ancora, no? Se quei due prendono invece l’uno, dove pensano di andare? A Schlein piacerebbe aprire, ma non può. Tutti insieme non riescono a stare. C’è chi fa il palestinese e chi fa l’israeliano. Sono coriandoli politici».

Dica la verità: ha già scelto da che parte stare.

«Mi faccia fare le vacanze di Natale tranquillo».

Ha già scelto e non lo vuole dire.

«È chiaro che in testa mi frulla qualcosa».

Meloni, comunque, vede di buon occhio il rafforzamento al centro della sua coalizione.

«Lei è sempre più avanti degli altri. Ormai ha anche un ruolo europeo. Gode della fortuna e della capacità di essere decisiva. E adesso, con lo scivolamento di Macron in Francia e la probabile sconfitta di Scholz in Germania, diventa protagonista assoluta. E poi, dobbiamo essere onesti: ha già guadagnato i voti del centro, altrimenti non sarebbe potuta arrivare lì dov’è adesso».

Eppure, resta un luogo politico pieno di aspiranti leader.

«Non si possono fare centomila Dc. Bisogna semplificare. Serve un raggruppamento con quei valori, ma è necessario mettere da parte gli egoismi. Ci sono piccoli leader che, per strada, nessuno riconosce».

Intanto avanza Mastella, in compagnia dell’amico Piantedosi.

«Le alleanze non sono eterne. Anche la Dc dondolava. Vediamo cosa succede».

Cosa succede?

«Stavolta, se in Campania ci saranno tre candidati, occorrerà scegliere con intelligenza. E io posso essere fondamentale con i miei centomila voti».

Il Pd chi schiera?

«In Puglia credo Antonio Decaro, l’ex sindaco di Bari. Quindi, dovrà cedere la Campania ai 5 stelle, che nella regione mantengono sempre un certo gruzzolo di voti. Rivendicheranno quel 10%».

Il ministro dell’Interno, allora, sarà candidato?

«Al Viminale sta facendo benissimo. E anch’io, al suo posto, prenderei tempo, cercherei garanzie… Ma se non troveranno un nome forte, gli chiederanno magari di fare il sacrificio».

Se De Luca non demorde, vincerà il centrodestra?

«Matematico».

Mastella è pronto.

«A me piace profetizzare le cose certe».

Non potrà esimersi, se si verificheranno le giuste condizioni.

«Sono troppo legato a Piantedosi per non appoggiarlo. È come se candidassero il mio amico Diego Della Valle: potrei mai non votarlo? Alla mia età ormai, con le ideologie tanto friabili, bisogna guardare la persona».

Ancora un passettino.

«Sì, ma non mi faccia avvicinare troppo, sennò che centrista sono?».

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