Francoforte parla di ripresa del Pil e di rallentamento dei prezzi. L’energia scende, però i prodotti agricoli corrono: i rincari del cibo alimentano la tensione sociale. E il 4 maggio i tassi aumenteranno ancora.

Il prossimo 4 maggio la Bce alzerà nuovamente i tassi. Gli operatori sono divisi tra chi stima un aumento da 50 punti base e chi vede, invece, un rialzo da 25 punti. Mentre gli effetti del restringimento monetario in atto stanno già incidendo sulla crescita economica, nelle ultime settimane c’è però chi sottolinea il rallentamento dell’inflazione principale come primo frutto delle mosse decise da Francoforte. Ieri il vicepresidente della Bce, Luis de Guindos, ha assicurato che la zona euro sembra avviarsi a evitare «la recessione» prevista negli scorsi mesi. «È possibile che ci sia una crescita nel primo trimestre» ha aggiunto citando, fra gli altri, i forti dati sul mercato del lavoro. Lo scorso dicembre l’istituto centrale, nel suo scenario base, aveva previsto una recessione tecnica dopo il calo del Pil dell’Eurozona dello 0,1% nell’ultimo trimestre 2022. E sempre ieri il governatore della Banca centrale di Cipro e membro del direttivo Bce, Constantinos Herodotou, ha sottolineato che «iniziamo ora a vedere i primi segnali dell’impatto sull’economia reale, è già visibile sull’inflazione principale mentre quella core è ancora persistente quindi dobbiamo ancora lavorarci».

Anche l’Istat lo scorso 17 marzo ha sottolineato il passaggio dal +9,1% di febbraio al 7,6% di marzo. L’effetto calmiere è da attribuirsi al calo delle bollette di gas e luce sul mercato tutelato, seguito dal rallentamento del prezzo delle bollette sul mercato libero. Nel dettaglio, ci dice l’Istat, i prezzi degli energetici regolamentati continuano a calare in modo significativo, passando da -16,4% a -20,3% tendenziale. Sensibile anche la decelerazione dei prezzi dei beni energetici erogati sul libero mercato che vedono a marzo aumenti del 18,9% a fronte di aumenti del 40,8% tendenziale registrati a febbraio. Purtroppo, però, il calo appare più statistico che reale, in quanto i beni del cosiddetto carrello della spesa restano sui picchi del 12,6% divorando gran parte dei consumi. Insomma, è troppo presto per esultare, così come pare fuorviante una certa narrazione disinflazionistica. Lo confermano altri dati: lo zucchero ha messo a segno un balzo del 40% da inizio anno: il deterioramento delle prospettive riguardo il meteo che affliggono i principali produttori della materia prima ha spinto gli investitori a effettuare acquisti in grandi quantità, facendone salire le quotazioni. Un altro fattore riguarda la decisione dell’Opec di tagliare le forniture di petrolio che ha incoraggiato la deviazione della canna da zucchero verso la produzione di etanolo.

Anche il prezzo dell’olio d’oliva ha raggiunto livelli record: in un anno quello dell’extravergine è aumentato del 61% in Spagna e del 47% in Italia. Lo stesso vale per le qualità meno pregiate, come l’olio vergine d’oliva e l’olio lampante, che per esempio in Italia sono rincarati rispettivamente del 70 e del 58%. I motivi sono legati agli aumenti del costo dell’energia e dei fertilizzanti degli scorsi mesi, ma anche alla siccità che sta riducendo notevolmente i raccolti di olive nel Mediterraneo. Senza dimenticare gli effetti dell’ultima «battaglia del grano» scoppiata in Europa non più per l’impossibilità dell’Ucraina di esportarlo, ma per la decisione dei Paesi dell’Est di non importarlo. La spesa per il cibo non solo non è comprimibile ma rischia di portare a una crescente tensione sociale.

A scatenare un putiferio sono state anche le parole franche, ma spietate, di Huw Pill, capo economista della Banca di Inghilterra, in un podcast per l’americana Columbia university. I britannici «devono accettare» di essere più poveri e così «rinunciare alle richieste di un adeguamento dei salari a fronte del caro vita», ha detto Pill, aggiungendo che è naturale per i lavoratori cercare di ottenere salari più alti nella situazione attuale, o per un ristorante aumentare i prezzi al fine di coprire i costi energetici, ma tutto questo alla fine finisce per peggiorare le cose generando una spirale inflazionistica. Le sue dichiarazioni hanno irritato sia il governo Tory, che da tempo sembra non gradire le supposte interferenze della Banca centrale su temi politici o su dossier come il dopo Brexit, sia i giornali e le opposizioni di centrosinistra per l’impostazione apparentemente iperliberista. Eppure, quella di Pill non è una gaffe o una forzatura. Da mesi la linea della Banca d’Inghilterra è una: i lavoratori devono accettare stipendi più bassi per limitare la corsa e i danni dell’inflazione, che nel Regno Unito è ancora sopra il 10% e per i prodotti alimentari sfiora addirittura il 20 (19,2%), ai massimi da 45 anni. Lo aveva detto, qualche settimana fa, il governatore di Bank of England, Andrew Bailey, e lo ha ribadito appunto il capo economista puntando il dito contro lo «scaricabarile» che si sta verificando fra imprese e lavoratori e invitando di fatto ad abbandonare le richieste portate avanti dai sindacati nelle vertenze salariali in corso da mesi nel Regno Unito.

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