La smania green contagia le banche. Dopo i mutui a tassi agevolati per l’acquisto di immobili con certificazione energetica alta, ora a fare le spese nella folle corsa a chi è più al passo con la transizione ecologica, sono le imprese. In un momento in cui l’economia del nostro Paese mostra deboli segnali di ripresa, in un contesto internazionale incerto e difficile, le banche invece di allentare i cordoni del credito, mettono altri paletti. L’accesso ai prestiti non è mai stata un’operazione facile in Italia, soprattutto per le piccole e medie imprese poco capitalizzate. È risaputo che perfino Steve Jobs, in Italia, avrebbe avuto porte sbarrate dalle banche e sarebbe rimasto chiuso nel suo garage o che Facebook non avrebbe varcato la soglia dei campus universitari rimanendo un gioco tra ragazzi.
Le banche hanno sempre detto che prima di concedere un prestito vogliono garanzie blindate ma ora a queste, che già rappresentano un filtro a maglie strette, si aggiunge la categoria del green. La Bce, in un report mette in evidenza che le banche fanno una sorta di graduatoria delle imprese alle quali concedere un prestito sulla base anche della valutazione di come sono diligenti a perseguire gli obiettivi del Net Zero Emissions. Nello studio si legge che «le banche applicano tassi d’interesse più elevati alle imprese con maggiori emissioni di carbonio e più bassi a quelle impegnate a ridurre le emissioni». La differenza è in media di 14 punti base, secondo i dati osservati tra settembre 2018 e dicembre 2022. Non sono briciole. Il divario nei tassi sul credito sale a 20 punti base tra le imprese che si sono impegnate a ridurre in futuro le emissioni rispetto a quelle che non lo hanno fatto. Pertanto c’è una differenziazione non solo sui livelli di emissione del ciclo produttivo nel momento in cui l’azienda va ad accendere un mutuo ma anche in base a quanto, in futuro, sarà il livello di inquinamento prodotto. Si fa una valutazione pure dei programmi, delle buone intenzioni. Gli autori dell’analisi hanno evidenziato che questo scenario emerge confrontando aziende dello stesso settore, dello stesso Paese e delle stesse dimensioni.
In sostanza la regola è sempre la stessa: più inquini e più devi pagare. Fin qui il discorso potrebbe filare, d’altronde fino a quando il Green deal resta un pilastro dell’Ue in qualche modo bisognerà pur adeguarsi.
Ma una volta accettata come inevitabile questa cornice, per le banche sorge il tema di come operare nel concreto. Mentre per i mutui immobiliari la discriminante è facilmente individuabile perché si tratta semplicemente di basarsi sulla certificazione energetica, per il credito alle imprese la valutazione del grado di adesione alle politiche green, è più difficile. Il report della Bce osserva che le banche dovrebbero prendere in considerazione il rischio climatico delle imprese soltanto se influenza le probabilità di default. In questo caso l’adesione alle regole di contenimento delle emissioni è qualcosa che condiziona la solidità finanziaria di un’impresa e che può incidere sulla valutazione di una banca nel concedere il credito. Si fa l’esempio di un’azienda petrolifera per la quale si dovrebbe considerare il maggiore rischio di fallimento dovuto a tasse o regolamentazioni ambientali. La Banca Centrale arriva però alla conclusione che è complicato per i modelli interni delle banche fare uno screening di queste componenti. Inoltre gli istituti dovrebbero dotarsi di personale che opera appositamente su tale valutazione del rischio per evitare operazioni arbitrarie. Senza contare poi che non si possono applicare gli stessi parametri per aziende di diversi comparti che hanno problematiche di rapporto con le politiche della transizione energetica, molto diverse tra di loro. Cosa accadrebbe se la discrezionalità dovesse diventare rilevante e mettere a rischio un rapporto, magari consolidato negli anni, con una determinata azienda?
C’è anche un altro aspetto da tener presente. La Bce nella sua politica monetaria considera anche il rischio climatico. Questo fa sì che a fronte di un aumento dei tassi che si traduce in un incremento del costo del credito e in una riduzione dei prestiti, sono più penalizzate le imprese con un ciclo produttivo non in linea con gli standard della decarbonizzazione. Sappiamo quanto sia oneroso modulare gli impianti per ridurre le emissioni con tabelle di marcia molto stringenti e che questo processo mette in difficoltà soprattutto le piccole e medie imprese, quelle che hanno più bisogno di credito.
Le banche, dal canto loro, sono sotto stretta osservazione della Bce che anche nell’azione di supervisione applica i parametri green. Sui rischi climatici stanno per partire le prime sanzioni. Come riportato da Bloomberg, quattro istituti bancari sarebbero finiti nel mirino di Francoforte anche se con multe di poca entità. In particolare le sanzioni verrebbero applicate giornalmente fino a quando la banca non rientra nei parametri sui rischi climatici, giudicati ottimali. È evidente che se già a monte c’è un giro di vite, gli istituti non possono esimersi da applicare parametri green anche nel rapporto con i clienti, sia coloro che chiedono un mutuo immobiliare sia le imprese.
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