Nel retropalco del Teatro sociale di Piangipane (Ravenna) assomigliano a Sandra e Raimondo Vianello («Insultarci violentemente un secondo prima di ogni spettacolo», assicurano, «è il nostro rito scaramantico»). Ma quando il sipario si apre Petra Magoni e Ferruccio Spinetti si trasformano in John Belushi e Dan Aykroyd. I Jazz brothers della scena italiana sembrano nati per suonare insieme e da 21 anni sono in missione per conto loro. Due strumenti, sei corde vocali (due di donna, quattro di contrabbasso) e un repertorio senza limiti. Che sia Lucio Battisti o Monteverdi, Mozart o Jobim, il duo spoglia qualunque composizione e va alla ricerca dell’essenziale. Il metodo è lo stesso di Michelangelo («La scultura è quella che si fa per forza di levare») e il loro nome è un programma a tutti gli effetti: Musica nuda. Il payoff invece lo coniò un certo Al Jarreau dopo esserseli portati in tour come gruppo spalla: «Only two people, so much music» (la traduzione non dovrebbe servire).
Pisana lei (un passaggio a Sanremo da giovanissima nel 1997, molta gavetta tra musica antica, rock e sperimentazione), casertano lui (una vittoria al Festival nel 2000 con gli Avion Travel, nei quali milita da 34 anni, studi classici e seminari jazz in quel di Siena). Su questa formazione anomala, composta soltanto da voce e contrabbasso, nessuno voleva scommettere un fiorino quando iniziò a muovere i primi passi nei piccoli club della Toscana, all’alba del nuovo millennio. A far cambiare idea ai più scettici ci pensò la Targa Tenco nella categoria interpreti, già nel 2006. Quasi due decenni dopo, gli album all’attivo in studio sono nove e, con la data di ieri sera a Ravenna Jazz, quota 1.600 concerti (in tutto il globo) è ampiamente superata.
Si narra che il vostro incontro sia stato casuale.
Magoni: «Il mio chitarrista si ammalò poco prima di una serata per cui chiamai al volo Ferruccio, che avevo conosciuto qualche settimana prima».
Spinetti: «Ci bastò la prova del pomeriggio. L’intesa fu totale fin dal primo istante: magia della musica e degli incontri che a volte accadono nella vita».
Avete lanciato la voice’n’bass all’italiana. Colleghi e addetti ai lavori vi prendevano per matti?
S: «Tutti gli amici musicisti, a cominciare da Stefano (il pianista Bollani, ndr), intuivano che la strada era quella giusta e ci incitavano ad andare avanti».
M: «I promoter e quelli che dovevano vendere i biglietti e riempire i teatri invece erano disperati. Secondo loro l’idea non stava in piedi. Per fortuna Antonella Bubba, che è ancora la nostra manager, fin dall’inizio ha creduto in noi».
Chi vi ha ispirato?
M: «La cantante americana Sheila Jordan (classe 1928, ndr), anche se indirettamente. Lei già duettava con i contrabbassisti. Noi abbiamo fatto un percorso nostro, non strettamente jazz come il suo. Comunque, studiando con Sheila mi ha messo una pulce nell’orecchio, anche se, come dicevo, io e Ferruccio siamo partiti per caso e un po’ per gioco. Parecchio tempo dopo aprimmo un concerto di Franco Battiato a New York e la ritrovammo nel pubblico. “Se avessi avuto la tua voce”, mi disse, “avrei saputo parlare con tutti”. Mi commosse».
Qual è la sfida musicale più grande per un duo voce e contrabbasso: evitare la monotonia o gestire gli spazi che si aprono tra la melodia in cima e la linea di basso nelle fondamenta?
S: «Per cercare di non essere noiosi ci ha dato una mano la ricerca che ognuno aveva già portato avanti per conto proprio. Petra usa la sua voce al di fuori degli schemi e può farne ciò che vuole. Io provo a utilizzare il contrabbasso in modo non convenzionale: enfatizzo il ruolo dell’archetto, suono dei bicordi, tratto il mio strumento come una chitarra…».
M: «La varietà è più semplice con un repertorio potenzialmente sconfinato. Ci piace accostare un brano brasiliano a un pezzo scritto da noi o a una pagina di Johann Sebastian Bach. In un gruppo con più strumenti una scelta di questo tipo potrebbe sembrare schizofrenica. Il fatto di spogliare le composizioni invece rende possibili abbinamenti di epoche e stili diversi. Tutto diventa “musica nuda”».
Un nome particolarmente azzeccato.
M: «Mi svegliai una mattina con questa idea, anche se Ferruccio non sembrava molto convinto» (ride). «All’inizio doveva essere solo il titolo del primo disco. Poi, esibendoci tanto all’estero, ci siamo resi conto che era più facile da memorizzare rispetto ai nostri cognomi».
S: «Ho capito dopo che era la sintesi geniale di quello che facciamo. A proposito di nomi, l’album d’esordio volevamo chiamarlo 57 takes perché in un pomeriggio registrammo una traccia dietro l’altra e spesso era “buona la prima”».
M: «Sì, eravamo in trance. Continuavamo a dirci “la sai questa?” e a incidere come matti. Il disco 55-21 invece è stato ispirato dalla Smorfia napoletana».
Cioè?
M: «Il 55 è la musica, il 21 la donna nuda. L’ho scoperto in una pizzeria di Cascina, vicino a Pisa».
Il più pratico di questi argomenti non dovrebbe essere il campano Spinetti?
S: «Mi sono fatto battere sul tempo. La svista più incredibile comunque è un’altra. Solo ad album finito ci siamo accorti che era durato 55 minuti e 22 secondi. Bastava levarne uno per chiudere il cerchio».
Anche a Ravenna Jazz non avete rinunciato a sperimentare e a giocare. Quando vi approcciate alla musica sacra però siete sempre molto rispettosi. Penso alla vostra versione dell’Ave verum di Wolfgang Amadeus Mozart.
M: «Non c’è dubbio. Sappiamo ridere e scherzare, ma c’è un repertorio che va preso seriamente».
S: «E, soprattutto quando sei davanti a un capolavoro, “arrangiamento” non vuol dire per forza mettere mano all’armonia o alla melodia».
M: «C’è un altro aspetto di Musica nuda che, ad esempio, mi fa pensare al canto gregoriano».
Quale?
M: «Nel gregoriano è la parola a comandare, infatti il ritmo delle note non viene indicato perché è la successione delle sillabe a fornirlo alla musica. Nel nostro piccolo abbiamo rimesso il testo al centro. Capita spessissimo che qualcuno a fine concerto venga a ringraziarci: “È la prima volta che colgo il senso di questo brano”».
Alla musica sacra dedicaste anche il vostro terzo album, Quam dilecta (2006).
M: «Per me ha rappresentato un ritorno alle origini, ai miei primi passi nello studio e poi agli insegnamenti di Emma Kirby e di Alan Curtis. Non a caso ho voluto che lo incidessimo nella chiesa in cui cantavo da bambina».
Come si chiama e perché?
M: «San Nicola, a Pisa. Era un convento di agostiniani e Sant’Agostino nella mia vita è una figura importante. Per prima cosa è lui ad aver detto “chi canta, prega due volte”. E poi non aveva paura dei dubbi e sapeva mettersi in discussione. È una figura interessantissima: un grande peccatore che poi divenne santo».
Come dimostra questo tipo di repertorio, anche se lo stesso vale per tutti i generi, riducendo tutto alla melodia e al basso le composizioni banali crollano su loro stesse, le perle invece risplendono ancora di più. Qual è il vostro brano preferito in questo senso?
M: «La voce del silenzio».
S: «Io dico Perché no di Lucio Battisti. Fino al primo ritornello la eseguiamo in maniera veramente rarefatta. Poi sul finale esplode».
E cosa fareste vostro pescando dalla musica di oggi?
M: «Devo tornare ad ascoltare con attenzione quello che mi circonda perché il periodo della pandemia, le chiusure e lo stare fermi, mi hanno provocato molto dolore. Qualcosa di interessante comunque si trova…».
S: «La bella musica c’è sempre stata e continuerà a esserci. Ho la fortuna di essere il direttore artistico del Premio Bianca D’Aponte, l’unico in Italia dedicato al cantautorato femminile. Ogni anno mi arrivano più di 200 canzoni di autrici interessanti che nessuno conosce. Potrei nominare due vincitrici come Cristiana Verardo e Moà, solo per assicurare a tutti che fuori dal mainstream esiste un sottobosco incredibile che però uno deve fare la fatica di andarsi a cercare. Su Radio Deejay o Radio Italia non passerà mai. In generale vedo un abbassamento culturale costante che va avanti da tempo, non so se Musica nuda potrebbe nascere oggi».
Come mai questo pessimismo?
M: «Credo che almeno la metà dei locali in cui abbiamo suonato fra il 2003 e il 2005 oggi abbia chiuso i battenti. La tendenza era già in atto, poi i lockdown dell’epoca Covid sono stati la mazzata finale».
S: «Il degrado sarà anche responsabilità dei governi degli ultimi di decenni, di destra o di sinistra, ma le colpe sono anche degli operatori musicali e di ciò che resta dei discografici. Veder cantare gli artisti utilizzando le basi sul palcoscenico del Concertone del Primo maggio da musicista mi è sembrato scandaloso. A un pubblico di 80.000 persone non si può offrire il karaoke».
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