• I primi sussidi saranno erogati da luglio. Emendamento ad hoc per la stretta agli assegni. Prima finestra di quota 100 ad aprile.
  • Nell’ultima bozza della legge di bilancio, ha destato attenzione (articolo 5) l’introduzione di una flat tax al 15% per le ripetizioni scolastiche e le lezioni private, con l’obiettivo di attivare un potente incentivo all’emersione di attività finora molto spesso svolte in nero.
  • Il Coni manterrà la pompa, il prestigio, le sfilate, la preparazione alle Olimpiadi e i relativi e meritati applausi, oltre al formale governo dello sport italiano. Ma perderà il salvadanaio.

Lo speciale contiene tre articoli.


Finalmente la manovra è arrivata in Parlamento, con tanto di bollinatura della Ragioneria dello Stato. Sono 75 pagine e 108 articoli che confermano la linea complessiva delle decisioni del governo, sebbene i cosiddetti tecnicismi andranno a cambiare non poco i tempi di attuazione. E questo farà la differenza sostanziale ai fini del calcolo del deficit. In poche parole, i gialloblù vogliono mantenere le promesse elettorali ma diluirle un po’ nel tempo, consapevoli che Bruxelles leggerà la mossa come un messaggio di distensione. La manovra prevede dunque pace fiscale allargata (per quanto riguarda il saldo e stralcio) anche alle cartelle superiori ai 1.000 euro, flat tax per le partite Iva con un spesa complessiva che si avvicina a 1,4 miliardi di euro, interventi per favorire le politiche di sostegno della famiglia così come il fondo di ristoro per gli sbancati. In realtà, quest’ultima voce avrà una dotazione finanziaria iniziale di 525 milioni di euro per ciascuno degli anni 2019, 2020 e 2021 ma sarà alimentata – per 25 milioni per ciascuno degli anni del triennio – da risorse già stanziate dalla legge di bilancio 2018 e per 500 milioni di euro sul 2019 mediante risorse della contabilità speciale, versate all’entrata del bilancio dello Stato entro il 30 marzo 2019. In altre parole, il grosso arriverà dai conti dormienti che lo Stato inizia a incamerare al decimo anno di giacenza.

Ciò che però rappresenta la vera novità dalla manovra di Giuseppe Conte è quanto esce dal testo per rientrare nel decreto legge collegato. Si tratta della riforma pensionistica e del reddito di cittadinanza. Lo stesso Luigi Di Maio ha confermato che né il reddito di cittadinanza né la riforma delle pensioni con quota 100 sono presenti in manovra, ma soltanto gli stanziamenti per le due misure (circa 7 miliardi di euro per ciascuna). «Nella legge di bilancio ci sono i fondi», ha detto. «Le norme che dispongono come accedere a quota 100 e al reddito di cittadinanza credo saranno oggetto di un decreto subito dopo la legge di bilancio, o prima della fine dell’anno».

Questo vuol dire che il reddito di cittadinanza e la riforma delle pensioni saranno esaminati successivamente alla legge di bilancio, con iter diversi e tempi più lunghi. Secondo quanto risulta alla Verità, i due pilastri del contratto di governo saranno inseriti nel dl collegato, il quale non sarà però con iter ordinario ma di delega. L’articolo 76 della Costituzione concede alle Camere la possibilità di attribuire al governo il potere legislativo. Si tratta in poche parole di una delega preventiva che consente al governo di muoversi senza sorprese o agguati purché stia all’interno di un perimetro ben definito. Di solito lo si fa per le leggi fiscali. Lo schema ha però un lato negativo: i tempi. La storia insegna che servono almeno quattro mesi per completare l’iter nel caso in cui tutto fili liscio. Il che vuol dire che, una volta chiusa la parentesi della legge finanziaria, partirà l’iter. Che si chiuderà intorno a fine marzo o all’inizio di aprile.

Significa che l’avvio di quota 100 resterà nei tempi previsti dall’accordo iniziale. Sono stimate quattro finestre di uscita, la prima delle quali partirà proprio ad aprile. Ma se per quota 100 basterà aprire il rubinetto, per il reddito di cittadinanza i tempi saranno più lunghi. Il decreto collegato richiederà, secondo quanto risulta alla Verità, numerosi decreti delegati che fisseranno l’avvio del reddito di cittadinanza non prima di metà luglio. Ciò permetterà, una volta imbastita la legge delega, ai 5 stelle di mettere la bandierina sull’operazione, e di farlo prima che si svolgano le elezioni europee di maggio. Al tempo stesso, gli assegni non verranno staccati nell’immediato (la definizione degli aventi diritto e delle modalità di erogazione e controllo richiedono un iter complesso) e il contatore della spesa in Bilancio scenderà ulteriormente. In poche parole, il reddito di cittadinanza per il 2019 è previsto, ma negli effetti peserà solo per cinque mesi su 12.

Va segnalato che a slittare ieri è stato anche il taglio delle pensioni d’oro. Alcune fonti parlano della necessità di un parere di costituzionalità, altri lasciano intendere si sia trattata di una scelta politica. In ogni caso, accantonato il metodo di calcolo ipotizzato dal numero uno dell’Inps, Tito Boeri, nel testo della manovra ieri non si è letto nemmeno del contributo di solidarietà progressivo che in sostanza ridurrebbe gli importi superiori ai 4.500 euro netti, però a partire dai 2.800, creando un pericoloso precedente: lo schema applica nei fatti una logica progressiva. Va inoltre ricordato che dal primo gennaio scatterà l’adeguamento Istat. La rivalutazione degli assegni costerà circa due miliardi in più allo Stato. Fonti di governo confermano che il taglio delle pensioni d’oro rientrerà tramite emendamento o in un dei decreti collegati alla manovra. Ciò potrebbe permettere al governo di utilizzare lo schema progressivo per tagliare la rivalutazione delle pensioni proprio partendo dalla soglia dei 2.800 euro. Sebbene fino ai 3.000 euro netti si tratterebbe di meno di un euro al mese, lo scherzetto consentirebbe di risparmiare una cifra che viaggia intorno al miliardo e mezzo.

Insomma, una serie di colpetti al timone che spiegano una serie di dichiarazioni positive sulla manovra e sulla stabilità del comparto bancario, che come tutti ormai sanno è collegato a doppio filo con l’andamento dello spread. «Non c’è una crisi bancaria all’orizzonte nel sistema italiano, ma occorre tranquillizzare i mercati, senza creare ansia», ha spiegato il numero uno di Intesa, Carlo Messina, che, sull’ipotesi di un nuovo intervento dello Stato in caso di una crisi nel sistema bancario, ha gettato acqua sul fuoco affermando che «prima di tutto lavoriamo sulla fiducia nel Paese, poi parleremo di quello che può succedere».

Anche il livello di spread (ieri a 304) non desta preoccupazione perché «i fondamentali del Paese sono solidi», ha continuato Messina. «Indubbiamente lo spread è un indicatore che riguarda più la fiducia che i fondamentali di un Paese: i fondamentali dell’Italia sono solidi. Siamo qui a celebrare il risparmio», ha aggiunto il banchiere, «e con 10.000 miliardi di risparmi penso che più solido di così questo Paese non possa essere». Ecco che dal banchiere di sistema è arrivata la vera bollinatura alla manovra.

Claudio Antonelli

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